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Quando la democrazia si punisce da sola: Amiel, l’illusione dell’uguaglianza e il nostro presente

L’uguaglianza come principio astratto, la democrazia come rischio e la lucida critica di Henri-Frédéric Amiel alla modernità

Henri-Frédéric Amiel, critico dell’uguaglianza, non è un autore da slogan né uno di quei pensatori facilmente piegabili alle mode del giorno. Filosofo, critico letterario e soprattutto diarista svizzero, nato a Ginevra nel 1821 e morto nel 1881.Fu professore all’Accademia di Ginevra: prima di estetica e letteratura francese, poi di filosofia morale.  La sua opera più importante non è un trattato, non è un manifesto politico, non è un sistema filosofico compiuto: è un diario. Un enorme diario, “Frammenti di diario intimo”, oltre 17.000 pagine scritte nell’arco di quarant’anni, pubblicate solo dopo la sua morte.

Un uomo riflessivo, tormentato, lucido, appartato. Uno di quelli che osservano il mondo senza clamore, ma lo comprendono molto più di chi urla.

Ed è in quel diario, il 12 giugno 1871, che Amiel scrive parole che oggi suonano non solo attuali, ma quasi chirurgiche nel descrivere il nostro tempo. L’uguaglianza che diventa punizione

Uguaglianza e democrazia: quando il principio astratto diventa una punizione

Amiel scrive: “Le masse saranno sempre al di sotto della media… La democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci… Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza…”

Qui non sta difendendo privilegi di casta. Sta dicendo qualcosa di più radicale:

la democrazia, se non riconosce la disuguaglianza di valore, esperienza, merito, intelligenza, alla lunga implode. Quando tutto diventa uguale, quando si pretende che il bambino sia adulto, l’ignorante sia maestro, l’imbecille sia giudice e il delinquente sia custode della moralità, la società non si emancipa: regredisce. Non è solo una critica politica. È una diagnosi morale e antropologica. Se l’uguaglianza diventa un assoluto astratto, se non distingue la dignità uguale delle persone dalla diversità reale delle capacità, delle responsabilità, delle competenze, allora il risultato non è giustizia: è mediocrità elevata a sistema. È “trionfo della feccia e dell’appiattimento”, come scrive. Cio descrive è ormai sotto i nostri occhi , viviamo nell’epoca in cui:  nessuno è ignorante, perché l’opinione personale pretende lo stesso valore della verità; nessuno è incompetente, perché basta “sentirsi” qualcosa per rivendicare diritto e legittimità; nessuna autorità è valida se non conferma il sentimento individuale; la differenza è considerata offensiva; il limite, una violenza; il merito, un privilegio.

Seppur calvinista e cresciuto in ambiente protestante,il pensiero di Amiel sull’uguaglianza e sulla diversità si avvicina sorprendentemente a quello che la tradizione cattolica ha sempre sostenuto: gli uomini sono uguali nella dignità, ma differenti nei doni, e proprio questa differenza non è un problema da eliminare, bensì un dono di Dio da valorizzare. La parabola evangelica dei talenti è esplicita: ciascuno riceve qualcosa di diverso, e il compito dell’uomo non è cancellare tale diversità, ma farla fruttificare, elevarla, renderla feconda per sé e per la comunità. La civiltà cattolica non ha mai predicato l’omologazione, ma la valorizzazione dell’unicità: ogni persona è irripetibile, ogni dono è una responsabilità, ogni differenza è segno della ricchezza creativa di Dio. Anche la dottrina della salvezza lo ribadisce: la grazia opera, ma richiede la libera collaborazione dell’uomo; senza il nostro impegno personale, nulla matura. È una visione alta dell’essere umano, chiamato a cooperare con Dio, a salire, a crescere, a partecipare attivamente al disegno divino. Diversamente da altre prospettive religiose o culturali – come ad esempio l’Islam, che tende a ricondurre la vita sociale e storica a una dimensione prevalentemente religiosa e normativa, o come certe correnti del mondo protestante, nelle quali la grazia divina appare talmente totalizzante da ridurre il ruolo attivo dell’uomo – la concezione cattolica afferma l’opposto: l’uomo è chiamato a cooperare con Dio, a far fruttificare i doni ricevuti, a trasformare la realtà attraverso la sua libertà e la sua responsabilità. Non omologazione, non annullamento dell’individuo, ma elevazione e valorizzazione delle differenze come riflesso della multiforme sapienza di Dio.

In questo senso l’ossessione contemporanea per l’omologazione, per la massificazione, per la cancellazione delle differenze – tipica anche dell’ideologia mondialista – non è progresso, ma regressione spirituale e umana.

Questo approccio e frutto di un cambio di paradigma segnato da un orientamento filosofico ben preciso che ha portato ad un passaggio cruciale:  quello dalla realtà oggettiva alla realtà prodotta dall’io . Per secoli, la filosofia classica e medievale ha affermato una cosa semplice e gigantesca: La realtà esiste. L’uomo la scopre. La verità è adeguamento della mente alla realtà.

Prima viene l’essere, poi il pensiero. Potremmo riassumerlo con: Sum ergo cogito. Esisto, quindi penso. Con la modernità, soprattutto da Cartesio in poi, accade il contrario. Il punto fermo non è più la realtà, ma la coscienza che pensa. Cogito ergo sum. Penso, quindi esisto.

Non è un semplice gioco logico. È una rivoluzione antropologica. Da qui potremmo sintetizzare parte una lunga catena: l’uomo non scopre più la verità, la produce; l’essere non precede il pensiero, dipende dal pensiero,  la realtà non è più ciò che è, ma ciò che l’uomo decide che sia.

Questa corrente, evolvendosi con Kant, fino alle derive postmoderne, porta all’idea che: la realtà non è data, ma costruita. Ognuno diventa creatore del proprio mondo. La verità diventa soggettiva. Il bene diventa opinione. Il reale diventa fluido. E se la realtà non esiste come criterio superiore, l’unica “legge” che resta è l’uguaglianza astratta: tutti valgono uguale in tutto, non perché ugualmente degni, ma perché non esiste più un criterio esterno che possa distinguere, giudicare, ordinare. È qui che le parole di Amiel diventano terribilmente attuali.

Se correttamente secondo il postulato filosofico di fondo noi creiamo la realtà, “ diventando ciò che pensiamo”, allora basta pensare di essere ciò che non siamo per pretendere che lo sia.

Ma come sempre prima o poi la realtà presenta il conto.

Puoi abolire la natura a colpi di legge.Puoi dichiarare inesistenti le differenze, le competenze, le gerarchie, la verità. Puoi illuderti che la democrazia funzioni anche senza responsabilità e merito. Puoi convincerti che basti percepire qualcosa perché diventi vero.

Ma arriverà il momento in cui le società senza verità collasseranno, le democrazie senza élite morali diventeranno tirannie della mediocrità , i popoli che negano la realtà verranno schiacciati dalla stessa. Amiel lo aveva intuito: quando si adora l’apparenza, prima o poi si paga. E oggi lo vediamo nei sistemi politici paralizzati, nelle masse manipolabili, nella cultura del sentimentalismo elevato a diritto assoluto, nel disprezzo della competenza, nell’odio per ogni forma di autorità naturale, nella dissoluzione del reale a favore del desiderio. Amiel ci ricorda che le civiltà non crollano per attacco esterno: crollano quando negano ciò che sono, quando sacrificano la realtà sull’altare dell’ideologia, quando confondono dignità uguale con competenza uguale, quando sostituiscono la fatica della verità con la comodità dell’opinione. La modernità ha creduto di essere libera negando il reale. Ora il reale presenta il conto, ma non è un destino inevitabile;  è una scelta.

Ed è arrivato il tempo di decidere se vogliamo continuare a vivere in un mondo costruito sulle percezioni o tornare, umilmente, alla realtà.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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