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“Famiglia, lavoro, comunità: perché il sindacato deve tornare umano”. L’intervista al Segretario Generale UGL Paolo Capone

Dal Libano al sindacato, il racconto di un percorso umano tra responsabilità, conflitti e ricostruzione sociale

Paolo Capone matura presto il senso della responsabilità, segnato dall’esperienza militare in Libano e dal ritorno alla vita civile tra banca e sindacato. Un percorso che ne definisce lo stile e la visione. In questa intervista, il Segretario Generale dell’UGL riflette su lavoro, famiglia, giovani e coesione sociale, in un tempo di profonde trasformazioni.

Paolo Capone e il senso della responsabilità

Il ragazzo che partì per il Libano

Nel 1982, appena ventenne, Paolo Capone partecipa come sottufficiale paracadutista alla missione italiana in Libano. Un’esperienza rara, in un’epoca in cui per molti il servizio militare era solo una parentesi obbligata.

D: Che cosa le ha lasciato quell’esperienza? Che segno ha lasciato in lei la vita militare e quella missione all’estero, in un contesto così delicato e pericoloso?

Il servizio militare all’epoca era obbligatorio e per la maggior parte dei ragazzi rappresentava solo una parentesi sgradevole. Anch’io avrei potuto scegliere una strada più comoda: la mia famiglia avrebbe preferito soluzioni più tranquille vicino casa. Ma io non ho mai amato la vita facile. Volevo mettermi alla prova, segnare davvero il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Così, senza dire niente a nessuno, chiesi volontariamente di entrare nel Battaglione San Marco: ero l’unico volontario negli ultimi anni di leva. Lo stesso medico militare che mi visitò non voleva crederci: “Di solito qui ci vengono mandati, nessuno lo chiede spontaneamente… lei è l’unico ad averlo chiesto!’.”

Quell’esperienza è stata formativa come nessun’altra nella mia vita. Ho affrontato mesi di addestramento durissimo: marce notturne nelle campagne brindisine, esercitazioni in piena oscurità, corsi avanzati dove dovevi dimostrare di meritarti ogni centimetro di strada. Non ero un superuomo: soffrivo di vertigini in modo serio, eppure ho fatto il corso su roccia imponendomi di non cedere. Anche questo mi ha insegnato qualcosa: il coraggio non è assenza di paura, è la capacità di attraversarla.

Poi il Libano. Non un’esperienza “folkloristica”, ma un contesto operativo vero: si viveva armati ventiquattr’ore su ventiquattro, anche andando in bagno, perché non c’era armeria. Le strutture erano precarie, la logistica limitata, e abbiamo dovuto arrangiarci. C’era il contatto quotidiano con una realtà segnata dalla guerra, la responsabilità di presidiare strade e campi profughi, pattugliamenti notturni dentro zone a rischio, la consapevolezza che da ogni decisione poteva dipendere la sicurezza dei tuoi uomini.

Ricordo episodi durissimi: attentati, compagni feriti, uno morto nonostante i tentativi disperati di salvarlo. In quei momenti capisci che non sei più un ragazzo. Capisci cosa significa davvero responsabilità: non solo salvare te stesso, ma essere punto di riferimento per gli altri.

Tutto questo mi ha insegnato una cosa decisiva: non la forza, ma la consapevolezza. La certezza che, anche di fronte a difficoltà grandi, si può restare lucidi, non perdere la testa, reggere la pressione e andare avanti. Ho imparato il valore della disciplina, della solidarietà tra uomini, del senso del dovere anche quando nessuno ti applaude.

È un’esperienza che mi porto dentro ancora oggi e che ha segnato per sempre il mio modo di affrontare la vita – che tu faccia il militare, il bancario, il sindacalista o qualsiasi altro lavoro.

capone

Dalla banca al sindacato: una vocazione civile

Dopo il ritorno alla vita civile, Capone entra nella Banca Nazionale del Lavoro e, poco dopo, nel sindacato. È l’inizio di un lungo cammino dentro le strutture della rappresentanza.

D: Come nasce il suo impegno sindacale? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che questa sarebbe stata la sua strada? E come ha vissuto la transizione da lavoratore a dirigente sindacale?

In realtà non c’è un momento solo, ma un percorso di crescita che parte da molto lontano. Io ero un ragazzo estremamente timido: a scuola i professori dicevano che avrei potuto dare molto di più, ma che non mi applicavo abbastanza e soprattutto che ero troppo riservato, tanto che mi immaginavano destinato a lavori di back office, lontano dalle persone, perché faticavo persino a parlare davanti a venti compagni di classe.

Poi però la vita ti mette davanti esperienze che ti cambiano davvero. L’esperienza militare e la missione in Libano mi hanno completamente trasformato: passi da una vita protetta alla consapevolezza che sei tu il responsabile, che dipende anche da te la sicurezza e il benessere di chi ti è accanto. Quella prova ti costringe a crescere, ti dà disciplina, senso del dovere, capacità di tenere la barra dritta anche nella difficoltà. Ti forgia.

Quando sono rientrato e ho iniziato a lavorare in banca, l’impegno civile c’era già: facevo politica da ragazzino. Ma il sindacato, più che una scelta “razionale”, è nato da una storia familiare che mi portavo dentro. Mio padre lavorava in banca ed era dirigente sindacale della Cisnal Credito. In casa respiravo quel mondo. E soprattutto da bambino ho visto con i miei occhi cosa significasse davvero fare sindacato in quegli anni.

Io e mio padre facevamo ogni mattina un pezzo di strada insieme. Ricordo nitidamente certe mattine di sciopero in cui lo vedevo entrare tra colleghi che lo insultavano, che gli tiravano addosso le monetine. Scene forti, soprattutto per un ragazzino. Ma quelle immagini non mi hanno fatto paura. Mi hanno insegnato una cosa: che quando credi in un’idea e non calpesti la libertà di nessuno, devi avere il coraggio di sostenerla, anche se sei minoranza, anche se ti costa qualcosa. Quella lezione non l’ho dimenticata.

Quando sono entrato in banca, dopo il periodo di prova, decisi di iscrivermi al sindacato. Paradossalmente mio padre inizialmente era contrario, perché sapeva quanto fosse una strada dura. Poi però si convinse e fece una cosa bellissima: mi fece iscrivere dalle stesse mani che avevano iscritto lui venticinque anni prima. Un vero passaggio simbolico di testimone.

Da lì è iniziato tutto: l’impegno cresce, arrivano responsabilità, poi la formazione dei quadri, i corsi, le assemblee, il parlare davanti a tantissime persone. E proprio lì ho capito che quella timidezza che mi aveva fermato da ragazzo, grazie a ciò che avevo vissuto nella vita reale – missioni, responsabilità, sacrifici – non era più una zavorra. Era diventata consapevolezza.

E lo dico sempre: se ce l’ho fatta io, che non riuscivo a parlare davanti a una classe, allora significa che tutti possono farcela se credono davvero in quello che fanno. Il sindacato per me nasce esattamente da qui: da un percorso umano, da una tradizione familiare, da un esempio di coraggio e da un grande senso di responsabilità verso gli altri.

 Il Congresso del 2014 e la spaccatura interna

La sua elezione a segretario generale, nel 2014, fu segnata da scontri interni, una sentenza del Tribunale di Roma e una successiva riconferma. Una fase turbolenta, che rischiava di dividere irreparabilmente il sindacato.

D: Che cosa accadde realmente in quei mesi? Come ha vissuto personalmente quel passaggio, tra accuse reciproche, contestazioni e poi una legittimazione definitiva? È stata una prova più politica o più umana?

Il 2014 è stato probabilmente l’anno più duro della mia vita sindacale. Veniamo da un periodo complicatissimo: l’UGL era stata travolta da una vicenda pesante legata alla gestione precedente, con condanne e una situazione economica disastrosa. Il sindacato rischiava davvero di crollare. Non per modo di dire: rischiava la chiusura materiale delle sedi, l’azzeramento della credibilità e, persino conseguenze giudiziarie.

In quella fase io avevo semplicemente provato a mettere intorno a un tavolo persone che non si parlavano più. Non ero “il candidato naturale”, non c’era nessuna ambizione personale. A un certo punto però qualcuno disse: “Sei stato tu a tenerci insieme, ora tocca a te”.

Sono entrato in quella partita quasi per senso del dovere, ma ero consapevole che quella era una candidatura di servizio. Ti dico la verità: non l’avevo nemmeno raccontato subito a mia moglie, perché non immaginavo ciò che accadde dopo.

Il Consiglio Nazionale che portò alla mia elezione fu tutt’altro che ordinario. La mia elezione fu contestato immediatamente. Da lì scoppiò il finimondo. Intervennero perfino le forze dell’ordine e la Digos. È stato letteralmente un congresso con la polizia dentro: un’immagine che racconta bene il clima.

Non a caso dico sempre che, probabilmente, sono stato il segretario generale più eletto della storia dell’UGL, tanto fu contestata, rifatta, verificata e confermata quell’elezione.

Ma il vero inferno iniziò dopo. Un anno intero in cui accadde di tutto, due occupazioni della sede nazionale, contenziosi giudiziari continui, territori spaccati, federazioni in guerra tra loro, stampa addosso, una confederazione praticamente paralizzata.

Nel frattempo, come se non bastasse, scoprivamo il disastro economico lasciato dietro: strutture che perdevano migliaia di euro al mese, debiti enormi, cartelle esattoriali, rischi patrimoniali personali che ho corso in qualità di Segretario Generale, poiché per legge, per quanto riguarda le associazioni, il responsabile legale è obbligato in solido. Malgrado il rischio di pagare personalmente i debiti contratti dalla precedente gestione del sindacato, ho deciso di andare avanti lo stesso.

Eravamo ancora nella sede di Via delle Botteghe Oscure, di fronte alla sede storica del vecchio partito comunista italiano, alle spalle, oltre l’androne di Piazza del Gesù — la sede che per decenni ha ospitato una delle principali obbedienze massoniche italiane e la segreteria nazionale della DC — c’era l’eco di storie e simboli che sembravano incrociarsi con il caos interno alla nostra confederazione.

È stato difficile politicamente, certo. Ma soprattutto è stato doloroso umanamente.

Vedere persone con cui avevi condiviso anni di lavoro voltarti le spalle, amicizie spezzarsi, parole durissime volare. Quella ferita resta. Però alla fine la scelta fu semplice: non mollare. Garantire la continuità, mettere ordine nei conti, salvare la Confederazione. E oggi siamo un’organizzazione solida, con i bilanci in ordine, una sede stabile, una credibilità istituzionale completamente ricostruita.

Se mi chiedi se è stata una prova più politica o più umana, ti rispondo così: è stata una prova di amore. Amore per l’organizzazione, rispetto per gli iscritti, senso del dovere verso una storia che non poteva essere lasciata morire.

Capone

Pandemia e diritti: tra salute e libertà

Durante la crisi sanitaria da Covid-19, alcuni nell’UGL ha assunto posizioni critiche sull’introduzione del Green Pass, pur riconoscendo l’importanza della vaccinazione. Una linea autonoma, che ha suscitato polemiche ma anche consenso.

D: Riguardando oggi quella fase, rifarebbe le stesse scelte? Ritiene che il sindacato abbia saputo difendere i lavoratori senza cadere nei fronti ideologici? E come giudica il rapporto tra obbligo vaccinale, sicurezza e libertà personale?

Sì, rifarei tutto quello che abbiamo fatto. Lo rifarei perché quelle scelte sono state funzionali a farci attraversare un periodo che, all’inizio, era completamente ignoto per tutti. È facile, col senno di poi, dire “era meglio non vaccinare”, “era meglio non chiudere”, “era meglio fare il contrario”. Ma quando hai la responsabilità di un’organizzazione, di lavoratori veri, di famiglie che dipendono dal lavoro, non puoi ragionare col senno di poi: devi decidere lì, in quel momento, sapendo che nessuno aveva un manuale pronto da consultare.

Io non ho vissuto quella fase in chiave ideologica. Non sono mai stato un “tifoso” né dell’obbligo né del rifiuto del vaccino. Per me la parola chiave è stata una sola: responsabilità. Responsabilità verso i lavoratori dell’UGL, verso i lavoratori in generale, verso la tenuta del sistema economico del Paese.

Noi siamo riusciti a mettere in smart working praticamente tutto il personale che poteva lavorare da remoto. Chi non poteva – penso agli autisti, alle figure operative – è stato tutelato con gli strumenti che avevamo. E parallelamente abbiamo fatto una cosa decisiva: siamo entrati, regione per regione, nei tavoli dove si decidevano cassa integrazione, protocolli sanitari, sicurezza sui luoghi di lavoro, smart working e tutela occupazionale

All’inizio qualcuno avrebbe preferito tenerci fuori, ma noi abbiamo recuperato spazio politico e istituzionale perché avevamo rapporti solidi nei territori. E lì non si faceva ideologia: si costruivano soluzioni concrete, che hanno permesso a migliaia di persone di non perdere né reddito né dignità.

Poi c’è un dato umano: io ho visto persone morire di Covid quando il vaccino ancora non c’era. Quando vedi qualcuno “sparire” così, capisci che in certi momenti non puoi aspettare che tutti i dati siano perfetti. Devi scegliere la strada che, pur con rischi e dubbi, tiene in piedi la sanità,il lavoro, le imprese, e la coesione sociale.

C’è anche un episodio che per me è stato decisivo. Un tecnico, un esperto di modelli previsionali, nei primi giorni della pandemia mi mostrò una proiezione: se entro fine febbraio si fosse arrivati a circa 5.000 morti, il fenomeno non si sarebbe riassorbito spontaneamente. Bene, alla fine siamo arrivati a 4.888 morti, praticamente una conferma matematica.

Questo mi ha fatto capire una cosa: non era un film, non era una suggestione, non era un eccesso mediatico. Era una pandemia vera. E quando capisci questo, non puoi giocare con le posizioni estreme.

Si è parlato tanto di libertà. La libertà, per me, è sacra. Ma in una fase come quella, la libertà andava tenuta insieme alla responsabilità. Non puoi difendere la libertà di qualcuno mettendo a rischio la salute di molti o la sopravvivenza economica dell’intero sistema produttivo. L’equilibrio non è mai stato perfetto, ma abbiamo cercato di stare lì in mezzo, con serietà.

E voglio sottolineare una cosa che distingue profondamente l’UGL dalle altre confederazioni: noi non siamo un sindacato centralista, dove la linea cala dall’alto e tutti devono allinearsi.

L’UGL è una comunità: ha federazioni con sensibilità diverse e storie diverse. Durante la pandemia alcune categorie hanno assunto posizioni più “calde”, più critiche verso l’obbligo vaccinale o il Green Pass ma erano in fondo una sparuta minoranza che non ha rappresentato un problema nella gestione del sindacato durante la crisi pandemica. E noi non abbiamo imposto un pensiero unico.

Abbiamo tollerato la dialettica interna, perché la diversità di posizioni è un valore. Però la barra, quella sì, l’ho tenuta saldamente sulla responsabilità verso la salute pubblica e il lavoro. Il nostro non era e non è un sindacato che urla slogan, ma un’organizzazione che ogni giorno aiuta il Paese a crescere.

Famiglia e fede: l’uomo oltre il ruolo

Guidare un sindacato nazionale significa spesso vivere esposto, sotto pressione, tra trattative difficili e sfide continue. Ma dietro il ruolo c’è sempre una persona, una storia privata.

D: Lei è padre di tre figli. Quanto conta la sua famiglia nel suo equilibrio quotidiano? E nella sua vita c’è spazio per una dimensione spirituale o trascendente che l’accompagna? Le è mai capitato di prendere decisioni difficili ispirandosi a una visione più alta dell’uomo e del lavoro?

Se la famiglia non ti sostiene, un ruolo come il mio semplicemente non lo puoi fare. Non è una frase fatta: è la realtà. Questo lavoro ti assorbe completamente, ti porta via tempo, energie, presenza. Io passo la settimana a Roma, sempre in movimento, tra riunioni, trattative, responsabilità continue, e spesso torno a casa solo nel fine settimana. Mia moglie, per lunghi anni, si è trovata da sola con tre figli da crescere. Senza questa solidità familiare, senza questa fedeltà silenziosa ma concreta, io non avrei potuto fare nulla di quello che ho fatto.

La mia famiglia non è stata spettatrice del mio impegno: ne è stata parte fondamentale.

Lo dico scherzando, ma contiene molta verità: quando torno a casa il venerdì sera, quello che fa più festa è il cane. Lui esplode di gioia! Mia moglie e i nostri figli sono ormai abituati ad una mia presenza non quotidiana, tuttavia la mia famiglia non mi ha mai fatto mancare il sostegno: questo mi responsabilizza ancor di più, perché capisco che non sto sacrificando solo me stesso.

Quanto alla dimensione spirituale, io non riesco a comprendere il puro materialismo. Da bambino servivo Messa, ho vissuto realmente la parrocchia, ho partecipato a percorsi di comunità, ho respirato una spiritualità concreta, fatta di relazioni, educazione, impegno.

Poi la vita, le esperienze, le domande ti portano anche a confrontarti, a dubitare, a cercare. Non posso dire di avere “risolto” definitivamente tutto sul piano della fede personale, ma certamente non credo che l’uomo si esaurisca nella materia. C’è una dimensione che ci trascende, e io ne ho percezione chiara.

In questo senso, sento molto vicina la dottrina sociale della Chiesa. La considero una delle vere rivoluzioni del Novecento. La Rerum Novarum e il pensiero che ne è scaturito hanno restituito dignità al lavoro e al lavoratore: non solo numeri, non solo salari, ma persona, famiglia, comunità.

Hanno indicato una strada diversa dalla logica del conflitto permanente e della lotta di classe ideologica. Hanno mostrato che esiste una via fondata su responsabilità, partecipazione, giustizia sociale e rispetto reciproco. Quella visione, per me, è profondamente moderna ed è molto vicina al modo in cui cerchiamo di interpretare il sindacato.

Quando devo prendere decisioni difficili – e succede spesso – non posso fermarmi ai numeri o alle convenienze. La domanda più ricorrente è sempre:questa scelta è giusta per le persone? rispetta la loro dignità? tiene conto delle famiglie dietro ogni lavoratore?

In questo senso, sì: cerco sempre uno sguardo più alto. Non pretendo di avere tutte le certezze, ma so che senza speranza e senza una prospettiva che vada oltre il puro calcolo materiale, la coesione sociale non si realizza. La speranza – che non è ingenuità, ma fiducia che il bene possa prevalere, che il sacrificio abbia un senso – è ciò che ti permette di continuare a fare il tuo dovere anche quando il peso è grande.

I giovani e il lavoro che cambia

Nel mondo del lavoro attuale, precarietà, digitalizzazione e disuguaglianze sembrano allontanare molti giovani dai sindacati. Eppure, le esigenze di rappresentanza restano forti.

D: Come si può ricostruire un legame tra le nuove generazioni e il sindacato? Quali strumenti e linguaggi servono oggi per tornare a essere un punto di riferimento per chi lavora e per chi cerca lavoro?

Questo, lo dico senza giri di parole, è il tema dei temi. Ed è una sfida che io non considero ancora vinta. Il punto è che il mondo del lavoro dei ragazzi di oggi non ha nulla a che vedere con quello che ho vissuto io. Sono entrato in banca alla fine degli anni ’80 con l’idea – allora normalissima – di restare lì fino alla pensione. Quarant’anni nella stessa azienda, tutele relativamente solide, un percorso di vita lavorativa prevedibile. Quella era la normalità: sicurezza, orizzonte chiaro, identità professionale stabile. 

Oggi è un altro pianeta. Faccio sempre l’esempio di mia figlia: tecnico della prevenzione e della sicurezza sui luoghi di lavoro, in pochi anni ha cambiato aziende, città, contesti. Lavora, manda curriculum, si sposta, si rimette in gioco. Anche gli altri miei due figli sono sulla stessa lunghezza d’onda. Questo non è “capriccio generazionale”: è il segno del tempo. È precarietà, è frammentazione, è mobilità forzata, ma è anche desiderio di possibilità e di costruzione di sé in un mondo instabile.

Il problema è che il sindacato – e non parlo solo dell’UGL – spesso continua a ragionare con strumenti, linguaggi e modelli pensati per un mondo che non esiste più.

Quando ci accusano di “difendere soprattutto i garantiti”, devo ammettere che una parte di verità c’è: molta della nostra azione resta centrata su chi ha già un contratto, una struttura aziendale, una collocazione chiara. Ma il mondo dei giovani è un’altra cosa: partite IVA spurie, contratti a termine ricorrenti, lavori digitali, professioni ibride, piattaforme, lavori intermittenti che sfuggono alle categorie tradizionali.

Eppure il sindacato servirebbe proprio a loro più che mai.

Noi stiamo provando a innovare, con nuove forme di presenza, comunicazione meno burocratica, una maggiore attenzione ai nuovi lavori e ai nuovi settori, i nuovi strumenti digitali e un modo diverso di ascoltare; ma non abbiamo trovato ancora la formula giusta. 

La verità è che la trasformazione del sindacato non può essere solo cosmetica. Non basta cambiare il linguaggio o aprire un profilo social. Deve cambiare la struttura mentale e organizzativa: passare da una rappresentanza fondata sull’azienda a una rappresentanza fondata sulla persona, che oggi è spesso mobile, intermittente, senza confini chiari.

Probabilmente – lo dico con realismo – sarà compito di chi verrà dopo di me completare davvero questa rivoluzione. Il mio dovere oggi è almeno questo: non girarmi dall’altra parte, non raccontarmi che “va tutto bene”, ma porre la domanda giusta e avviare il cambiamento.

Sindacato e politica: un equilibrio delicato

Alcuni osservatori accusano l’UGL di essere troppo vicina a determinati ambienti politici, soprattutto di area centrodestra. Altri sottolineano la capacità di costruire ponti istituzionali.

D: Come risponde a chi parla di “sindacato politicamente schierato”? Qual è, secondo lei, il limite tra dialogo con le istituzioni e compromissione? E quanto è importante per un segretario confederale mantenere un’autonomia culturale e morale?

Lo dico spesso, e lo penso fermamente: l’UGL è l’unico sindacato al mondo che si riconosce esplicitamente in una area di valori di centrodestra. Non è un mistero, non è un imbarazzo: è una scelta identitaria. Significa condividere una certa visione dell’uomo, della società e del lavoro.

Ma questo non vuol dire essere un sindacato “di partito”, né tantomeno l’appendice del governo di turno. La distinzione per me è chiarissima. Da una parte ci sono i valori: la centralità della persona, della famiglia, della comunità; il lavoro come dignità e non solo come salario; il rifiuto della lotta di classe come categoria eterna; l’idea di partecipazione invece del conflitto come metodo permanente.

Dall’altra parte c’è la funzione del sindacato, che non è quella della politica: noi non governiamo, non facciamo propaganda, noi rappresentiamo, controlliamo, chiediamo, critichiamo, proponiamo.

Io su questo non ho dubbi: se il governo attuale – pur vicino sul piano valoriale – dovesse fare scelte socialmente ingiuste, noi scenderemmo in piazza senza esitazione. Non abbiamo una fedeltà di partito. Abbiamo una fedeltà ai lavoratori, agli iscritti, alla nostra missione sociale.

Sulla recente manovra economica abbiamo espresso un giudizio positivo su molti punti perché, oggettivamente, era una legge di bilancio ad alto impatto sociale: misure per le famiglie, sostegni alla natalità, interventi su lavoro e salari, incentivi alle assunzioni.

Non lo abbiamo detto “per appartenenza”. Lo abbiamo detto perché i numeri e i contenuti andavano nella direzione che noi chiediamo da anni. E non a caso – fatto politicamente significativo – anche la CISL e in buona misura la UIL hanno espresso valutazioni non ostili. Questo vuol dire che certe scelte erano oggettivamente sociali, non ideologiche.

Quando invece vedo l’uso del sindacato come trampolino per costruire una leadership politica personale, mi preoccupo. Perché lì il baricentro non è più il lavoratore, ma l’ambizione del capo.

Lo si è visto chiaramente: uno sciopero generale lanciato contro la manovra, proclami durissimi, retorica altissima e poi, il giorno dopo, i giornali quasi non ne parlano. Le adesioni sono basse, i lavoratori non seguono.

In quel caso il problema non è il governo: è il rapporto tra quel sindacato e la sua base. È lì che si vede se stai facendo il sindacalista o il leader di una corrente politica. Per me l’autonomia culturale e morale è tutto. Autonomia significa poter e saper giudicare le politiche caso per caso, senza riflessi condizionati e saper  dire sì quando una misura , chiunque sia al governo, è giusta.
E questa, credimi, per l’UGL non è una formula retorica: è la nostra identità.

Una sola battaglia da scegliere

Ogni epoca ha le sue priorità. In un tempo come il nostro, in cui si parla di salario minimo, sicurezza, welfare, partecipazione e pensioni, non tutto si può fare subito.

D: Se dovesse indicare una sola battaglia, oggi, che il sindacato dovrebbe assolutamente vincere, quale sceglierebbe? E perché?

Se devo sceglierne una, la chiamo così: la battaglia per la tenuta sociale del Paese. E questa battaglia passa dalla difesa delle fasce più deboli, ma anche dalla ricostruzione dei legami fondamentali della nostra società, a partire dalla famiglia e dalla natalità.

Oggi, paradossalmente, ciò che per generazioni è stato naturale e persino ovvio – la famiglia come luogo primario di vita, relazione, educazione – viene spesso percepito come un problema o come qualcosa da smontare. Io penso esattamente il contrario: la famiglia, quella che definirei “naturale”, è la prima comunità in cui una persona impara responsabilità, solidarietà, appartenenza. Se indebolisci questo pilastro, la realtà prima o poi ti presenta il conto: sul piano culturale, economico e demografico. E quel conto sta già arrivando: la denatalità è davanti agli occhi di tutti.

Senza nuove generazioni il sistema pensionistico non regge, il mercato del lavoro si restringe e il welfare diventa fragile.

Illudersi che basti sostituire questo vuoto con flussi migratori gestiti in chiave utilitaristica è un errore. Non per chiusura o per paura dell’altro – che sarebbe sbagliato – ma perché una società vive solo se condivide lingua, riferimenti culturali, visione del futuro. L’integrazione funziona quando c’è una struttura sociale forte e coesa nella quale innestarsi. Se questa struttura viene erosa, salta tutto.

Ecco perché dico che questa non è solo una battaglia economica o sindacale: è prima di tutto una battaglia culturale.

Si vince rimettendo al centro: la famiglia come luogo di stabilità, radici e trasmissione di valori, il lavoro come dignità e non solo come reddito; i presìdi sociali – sindacati, parrocchie, associazioni, società sportive – come reti vive di comunità.

Sono realtà diverse tra loro, ma hanno in comune una cosa: tengono insieme la società. Senza di esse diventiamo individui isolati, consumatori omologati nei gusti ma privi di radici. E una società senza radici è una società debole.

Un sindacato serio non difende solo tabelle, numeri e scatti. Difende innanzitutto il terreno umano su cui quei diritti crescono. Se c’è una battaglia che dobbiamo vincere, è questa. Perché tutto il resto – salari, welfare, pensioni – sta in piedi solo se questo fondamento non crolla. E io credo profondamente che oggi sia il momento di dirlo senza paura.

Nel racconto di Capone, il sindacato torna a essere ciò che dovrebbe: un luogo di responsabilità, non di contrapposizione permanente. Un presidio sociale chiamato a tenere insieme persone, lavoro e comunità, in un Paese che cerca nuovi equilibri.

Per ogni altro aggiornamento continua a seguirci su PDQ Magazine.

Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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