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Dal gruppo “Mia Moglie” ai deepfake: intervista al sociologo Francesco Pira tra cronaca, educazione e società digitale nel 2025

Revenge porn, deepfake e violenza digitale: nell’intervista al sociologo Francesco Pira un’analisi culturale e sociale con proposte educative concrete

Il 2025 non è ancora terminato e la cronaca ci ha già consegnato un quadro spietato: il gruppo Facebook “Mia Moglie”, chiuso solo di recente dopo anni di attività illecita, o lo scandalo della piattaforma Phica.eu, che ha diffuso immagini manipolate di donne note e comuni cittadine. Il confine tra libertà e abuso, nel digitale, si assottiglia sempre di più. Revenge porn, deepfake e disinformazione non sono più fenomeni marginali: distruggono la fiducia sociale, la sicurezza delle persone e, per certi versi, complicano il rapporto con i media. Raccontarli significa allora trovare un equilibrio tra informazione e rispetto per chi subisce questi abusi. Di questi argomenti ho parlato con Francesco Pira, sociologo e professore all’Università di Messina, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di saggi tra cui La violenza in un click e La buona EduComunicazione. Insieme abbiamo cercato di capire come leggere questi fatti di cronaca alla luce delle sue ricerche.

Il caso del gruppo Facebook “Mia Moglie”, attivo per anni e chiuso solo nel 2025, mostra una persistenza inquietante di comunità online che condividono contenuti non consensuali. Dal punto di vista sociologico, cosa ci dice questo sulla cultura digitale e sulla percezione della privacy in Italia?

Il caso del gruppo Facebook “Mia Moglie”, attivo per anni fino alla sua chiusura nel 2025, rappresenta una chiara manifestazione di un problema culturale profondo nella società italiana contemporanea, in particolare riguardo alla percezione della privacy e alla cultura digitale. Da un punto di vista sociologico, questo episodio rivela una crisi del senso comune legato al rispetto della sfera privata, messa a dura prova dall’evoluzione tecnologica e dai nuovi modi di comunicare e condividere contenuti online. La persistenza di comunità virtuali che condividono immagini intime senza consenso dimostra come, in molti ambienti digitali, la distinzione tra pubblico e privato si sia offuscata, portando a una normalizzazione di comportamenti che violano la dignità e i diritti delle persone coinvolte. Questa “democratizzazione” del privato, anziché promuovere una maggiore trasparenza e partecipazione, si traduce spesso in forme di dominio e disumanizzazione, dove l’altro viene ridotto a oggetto di voyeurismo e sfruttamento. In Italia, il fenomeno mette in luce un malessere culturale diffuso che non si limita a singoli episodi, ma riflette una mancanza di consapevolezza collettiva riguardo al rispetto della privacy, alle conseguenze sociali della condivisione digitale e alla responsabilità individuale nell’uso delle piattaforme social. Il fatto che questi gruppi siano rimasti attivi per anni, con migliaia di iscritti, indica anche una certa tolleranza sociale verso questi comportamenti, o almeno una difficoltà nel contrastarli efficacemente. L’azione repressiva da parte delle autorità e delle piattaforme, pur necessaria, non basta a risolvere la questione di fondo. Il fenomeno si sposta infatti su spazi meno visibili, più chiusi e difficili da monitorare, suggerendo che la sfida è anche culturale: è necessario promuovere un cambiamento etico e sociale che ricostruisca un senso condiviso di rispetto e protezione della sfera privata. Solo attraverso un impegno collettivo, che coinvolga istituzioni, piattaforme digitali e società civile, si potrà contrastare efficacemente questa deriva, restituendo centralità alla dignità umana e alle relazioni basate sulla fiducia e sul rispetto reciproco.

Lo scandalo Phica.eu ha portato all’attenzione pubblica l’uso distorto di immagini manipolate con tecniche semplici e deepfake. Pensi che la notorietà delle vittime abbia influenzato la risposta dei media e delle istituzioni? E cosa accade invece quando le vittime sono persone comuni?

Lo scandalo Phica.eu, che ha coinvolto la diffusione non autorizzata di immagini manipolate di donne, molte delle quali figure pubbliche, mette in evidenza una dinamica molto significativa nel rapporto tra media, istituzioni e vittime di violenza digitale. La notorietà delle persone coinvolte ha certamente contribuito a far emergere il caso in maniera più immediata e intensa, portando a una maggiore attenzione mediatica e a interventi più rapidi da parte delle autorità. Questo accade perché le figure pubbliche, grazie alla loro visibilità, stimolano una risposta collettiva più forte, facendo sì che il problema venga riconosciuto come urgente e degno di una presa di posizione pubblica. Purtroppo, quando le vittime sono persone comuni, la situazione cambia radicalmente. La mancanza di notorietà riduce l’attenzione mediatica e spesso rallenta o addirittura impedisce un adeguato intervento istituzionale. Questo fenomeno riflette un problema più ampio nella cultura digitale: la differenziazione tra chi “merita” tutela e visibilità e chi invece rimane invisibile, lasciando molte vittime isolate e senza sostegno. La violenza digitale, soprattutto quella basata sulla diffusione di immagini senza consenso, non risparmia nessuno, ma la percezione sociale e l’eco mediatica tendono a privilegiare le figure pubbliche, trascurando così un fenomeno sistemico che colpisce soprattutto donne comuni e persone in situazioni di vulnerabilità. Questa disparità evidenzia come i processi culturali e comunicativi siano influenzati dalla notorietà e dalla posizione sociale delle vittime, determinando chi ottiene attenzione e chi invece viene marginalizzato. La conseguenza è una doppia violenza: da un lato, quella reale subita con la diffusione e manipolazione delle immagini, dall’altro, quella sociale, che isola le vittime meno visibili e rallenta il cambiamento culturale necessario per affrontare il problema. Per questo motivo, è fondamentale sviluppare una consapevolezza comune che riconosca la gravità di queste violazioni indipendentemente dal profilo pubblico delle persone coinvolte e che spinga verso un impegno più ampio, che interessi istituzioni, media e società civile per promuovere tutela, educazione digitale e cultura del rispetto.

L’uso crescente dei deepfake, anche in contesti politici e di cronaca, rischia di minare la fiducia collettiva nelle immagini e nei video come fonti di verità. Credi che siamo pronti, culturalmente e tecnicamente, a convivere con questa “post-verità visiva”?

L’emergere dei deepfake rappresenta una sfida radicale per la nostra cultura visiva e la percezione collettiva della verità. Tradizionalmente, immagini e video sono stati considerati fonti autorevoli e dirette di realtà, capaci di testimoniare eventi in modo oggettivo. Tuttavia, la diffusione di contenuti manipolati digitalmente sta minando questa fiducia, aprendo la strada a una “post-verità visiva” in cui la distinzione tra reale e falso diventa sempre più labile.

Dal punto di vista culturale, non siamo ancora pienamente preparati ad affrontare questo fenomeno. La fiducia nelle immagini è radicata in secoli di pratiche comunicative, e il nostro immaginario collettivo tende a dare per scontata la veridicità del visivo. La diffusione di deepfake richiede invece una nuova alfabetizzazione mediatica, che non si limiti solo a riconoscere i contenuti falsificati, ma che insegni a interrogare criticamente le fonti e i contesti di produzione dell’informazione. Gli strumenti di rilevamento automatico delle manipolazioni migliorano, ma la sofisticazione crescente dei deepfake rende sempre più difficile un controllo efficace e tempestivo. Inoltre, la rapidità con cui i contenuti si diffondono sui social media amplifica l’impatto delle falsificazioni, rendendo complicato un intervento correttivo prima che il danno sia già stato fatto. La convivenza con questa nuova realtà richiede dunque un approccio multidimensionale: occorre sviluppare competenze culturali e critiche diffuse nella popolazione, rafforzare le tecnologie di verifica e promuovere una responsabilità condivisa tra piattaforme, media e cittadini. Solo così si potrà ricostruire una fiducia consapevole nelle immagini e nei video, riconoscendo la loro potenza comunicativa ma anche i loro limiti e i rischi di manipolazione. La “post-verità visiva” non è inevitabile, ma la sua gestione richiede un cambiamento culturale significativo e un investimento continuo in educazione, tecnologia e regolamentazione. La sfida più grande è quella di non abbandonare la ricerca della verità, ma di ridefinirla in un contesto comunicativo complesso e sempre più mediato digitalmente.

Il Digital News Report 2024 evidenzia che sempre più persone si informano tramite social e video brevi, un ambiente dove contenuti manipolati e revengeporn possono circolare rapidamente. Che impatto ha questa trasformazione sul modo in cui la società percepisce e reagisce ai casi di abuso digitale?

L’aumento dell’informazione tramite social e video brevi ha modificato profondamente il modo in cui la società percepisce e reagisce ai casi di abuso digitale. Questi ambienti privilegiano la rapidità e l’immediatezza, favorendo la circolazione veloce di contenuti, inclusi quelli manipolati o di natura compromettente come il revenge porn. Questa accelerazione può contribuire a una diffusione massiccia e incontrollata di materiale dannoso, aumentando la vulnerabilità delle vittime e rendendo più difficile la loro tutela. Dal punto di vista comunicativo, la frammentazione delle narrazioni e la prevalenza di contenuti brevi riducono spesso la complessità dell’informazione, spingendo verso una percezione superficiale e talvolta sensazionalistica dei fenomeni di abuso. Questo può tradursi in reazioni emotive immediate ma effimere, con un alto rischio di vittimizzazione secondaria o di banalizzazione del problema.

Inoltre, la natura algoritmica di queste piattaforme tende a premiare contenuti polarizzanti o scandalistici, che alimentano circuiti di disinformazione e contribuiscono a una cultura digitale spesso meno attenta all’etica e al rispetto della privacy. Ciò mette in luce la necessità di promuovere una maggiore alfabetizzazione mediatica e digitale, affinché gli utenti sviluppino capacità critiche per riconoscere e contrastare le dinamiche di abuso. La trasformazione digitale in atto impone una riflessione urgente su come costruire una cultura della responsabilità e del rispetto online, in grado di tutelare le vittime e favorire una comunicazione più consapevole e rispettosa.

Rimaniamo sul tema del revenge porn e parliamo del libro La violenza in un click, scritto con la collega psicologa Carmela Mento. Quanto è importante avere una collaborazione interdisciplinare (sociologia, psicologia, diritto) per affrontare fenomeni come il revengeporn e quali risultati concreti produce?

Affrontare fenomeni complessi come il revenge porn richiede necessariamente un approccio interdisciplinare che unisca sociologia, psicologia e diritto. Nel libro La violenza in un click, realizzato insieme alla collega psicologa professoressa Carmela Mento, abbiamo voluto proprio mettere in luce questa necessità. Dal punto di vista sociologico, è fondamentale comprendere come il fenomeno sia radicato nelle dinamiche culturali e comunicative della nostra società digitale: la facilità con cui contenuti privati vengono diffusi senza consenso riflette un malessere più ampio legato alla percezione dell’intimità e alle relazioni di potere all’interno delle coppie e dei gruppi sociali. La psicologia aiuta invece a interpretare l’impatto emotivo e le conseguenze psicologiche sulle vittime, come ansia, depressione e rischio suicidario, che spesso sono sottovalutate. Infine, la prospettiva giuridica è indispensabile per comprendere le normative vigenti e i percorsi di tutela legale, oltre a evidenziare i limiti e le sfide nel contrastare queste violenze digitali. Questa collaborazione interdisciplinare non è solo teorica, ma produce risultati concreti: permette di costruire strumenti di prevenzione più efficaci, di sensibilizzare l’opinione pubblica e di supportare le vittime con interventi integrati che tengano conto della complessità del fenomeno. Solo così possiamo sperare di intervenire in modo strutturale, promuovendo una cultura digitale più consapevole e rispettosa della dignità e dei diritti delle persone.

Dal tuo punto di vista sociologico, cosa distingue oggi il revenge porn da altri fenomeni di violenza digitale, come il cyberbullismo o il sexting?

Dal punto di vista sociologico, il revenge porn si distingue dal cyberbullismo e dal sexting per la specificità del danno relazionale e simbolico che provoca. Il cyberbullismo è una forma di aggressione digitale rivolta spesso a minori, caratterizzata da vessazioni ripetute e intimidazioni che mirano a isolare e danneggiare la vittima all’interno di un contesto sociale, spesso scolastico o di pari età. Il sexting, invece, è uno scambio consensuale di contenuti sessuali, che può però trasformarsi in rischio quando tali contenuti vengono diffusi senza consenso. Il revenge porn è invece una violenza che nasce da relazioni intime violate, in cui immagini o video privati vengono resi pubblici per umiliare e controllare la persona, generando un danno profondo alla sfera privata, all’identità e alla dignità. Diversamente dal cyberbullismo, il revenge porn ha radici nelle dinamiche di potere all’interno di coppie o relazioni personali, ed è spesso finalizzato alla vendetta o alla sopraffazione emotiva. Questa forma di violenza digitale si distingue anche per l’impatto duraturo e difficile da controllare, poiché i contenuti restano nel web, amplificando la stigmatizzazione e il senso di impotenza della vittima. È quindi fondamentale affrontare anche un percorso culturale e comunicativo, volto a promuovere consapevolezza sui rischi e a sostenere un’etica digitale che protegga la privacy e l’intimità, fondamentali per la costruzione dell’identità in rete.

Quali responsabilità hanno oggi le piattaforme digitali nella diffusione e nella rimozione di contenuti non consensuali? E come si bilanciala libertà digitale con la tutela dell’intimità?

Le piattaforme digitali assumono un ruolo fondamentale nella gestione dei contenuti non consensuali, poiché possono amplificare o limitare la diffusione di materiale lesivo dell’intimità. È essenziale che adottino sistemi efficaci per identificare e rimuovere rapidamente questi contenuti, garantendo al contempo la tutela della libertà di espressione. L’equilibrio tra protezione della privacy e apertura digitale richiede un approccio consapevole, basato su regole trasparenti e tecnologie avanzate. Solo attraverso una responsabilità condivisa tra piattaforme, utenti e istituzioni si può costruire un ambiente digitale sicuro e rispettoso dei diritti individuali.

Il revenge porn non riguarda solo gli adolescenti: spesso coinvolge gli adulti, da cui ci si aspetta un comportamento responsabile, e non sono casi isolati. Cosa rivela questo della società contemporanea?

Il coinvolgimento degli adulti nel revenge porn evidenzia come la società contemporanea stia vivendo una crisi profonda nella gestione della sfera privata e della responsabilità digitale. Non è più solo un problema giovanile, ma un fenomeno che attraversa tutte le età, riflettendo dinamiche di controllo e disumanizzazione legate all’uso improprio delle tecnologie. Questo indica una fragilità culturale nella capacità di rispettare confini personali e nel riconoscere le conseguenze reali delle proprie azioni online. È fondamentale diffondere una consapevolezza digitale che valorizzi rispetto, etica e responsabilità per contrastare efficacemente queste forme di violenza.

Nel tuo ultimo libro La buona EduComunicazione, proponi un modello per migliorare il dialogo tra scuola e famiglia nell’era onlife. Puoi spiegare in sintesi cos’è l’EduComunicazione e come differisce dalla Media Education?

L’Educomunicazione nasce come un approccio integrato che unisce educazione e comunicazione in un unico processo dinamico e partecipativo, fondamentale nell’era “onlife” in cui il confine tra reale e digitale si dissolve. A differenza della Media Education tradizionale, che si concentra principalmente sull’uso critico degli strumenti tecnologici e dei media, l’Educomunicazione assume una prospettiva più ampia e sistemica, ponendo al centro la costruzione di ecosistemi comunicativi in cui scuola, famiglia e studenti sono soggetti attivi e corresponsabili. Questo modello non si limita a “insegnare i media”, ma promuove un’educazione alla comunicazione che valorizza il dialogo, la partecipazione e la costruzione di senso critico in un contesto sociale profondamente mediatizzato e influenzato da algoritmi, piattaforme digitali e nuove forme di sorveglianza. Educomunicare significa dunque ripensare il ruolo dell’educatore come mediatore culturale e sociale, capace di guidare giovani e adulti nell’interpretazione delle complessità comunicative del nostro tempo, preservando al contempo l’identità, la responsabilità e la cittadinanza digitale. L’Educomunicazione supera i limiti della Media Education perché integra conoscenze sociologiche, pedagogiche e comunicative per affrontare le sfide culturali di una società iperconnessa, aiutando a costruire relazioni forti e costruttive tra scuola e famiglia, fondamentali per accompagnare le nuove generazioni nella crescita in un mondo profondamente trasformato dalle tecnologie digitali.

In che modo La buona EduComunicazione prosegue il suo percorso iniziato nel 1999, con riferimento ai temi adolescenti, famiglia e scuola digitalizzata?

La buona EduComunicazione rappresenta una naturale evoluzione del percorso iniziato nel 1999, quando si iniziava a riflettere sul rapporto tra adolescenti, famiglia e scuola in un contesto sempre più mediatizzato. Oggi, con la digitalizzazione sempre più pervasiva, questo modello integra una visione sistemica e multidisciplinare che mette al centro la comunicazione come processo fondamentale per costruire identità, relazioni e comunità educative. Rispetto agli anni ’90, la sfida non è più solo insegnare l’uso degli strumenti digitali, ma accompagnare famiglie e scuole nella comprensione critica e responsabile di un ambiente onlife, dove reale e virtuale si fondono. L’EduComunicazione promuove quindi un dialogo continuo, basato sulla corresponsabilità, che mira a sviluppare competenze comunicative, etiche e culturali per affrontare le nuove complessità dei giovani e dei loro contesti di vita. In questo senso, La buona EduComunicazione prosegue e approfondisce un impegno educativo che è anche sociale e culturale, offrendo strumenti per una cittadinanza digitale consapevole e inclusiva.

Quali risultati ha evidenziato la tua indagine sul campo con dirigenti e docenti rispetto all’adattamento alle tecnologie? E quali modelli di intervento concreto suggerisci?

L’indagine condotta con dirigenti e docenti ha evidenziato una situazione complessa rispetto all’adattamento alle tecnologie nel sistema scolastico. È emersa una chiara consapevolezza dell’importanza degli strumenti digitali per la didattica e la comunicazione con le nuove generazioni, ma anche alcune difficoltà strutturali e culturali. I docenti riconoscono che non basta acquisire competenze tecniche: è necessaria una formazione continua, obbligatoria e multidimensionale, che sviluppi anche capacità trasversali come l’empatia e la gestione delle relazioni educative in contesti digitali. L’adattamento efficace richiede un cambio di mentalità che superi atteggiamenti giudicanti verso l’uso delle tecnologie da parte dei giovani e che permetta di integrare i linguaggi digitali nella didattica in modo inclusivo e innovativo. Il ruolo del dirigente scolastico emerge come fondamentale, in quanto guida e facilitatore di un cambiamento culturale e organizzativo, anche in presenza di risorse limitate. Dal punto di vista operativo, si suggerisce di puntare su un sistema formativo più flessibile, che consenta alle scuole di adattare i percorsi educativi ai bisogni reali degli studenti e del territorio, promuovendo anche il coinvolgimento attivo delle famiglie come partner nel processo educativo.

Insomma, è necessario valorizzare il lavoro degli educatori, alleggerendoli da incombenze burocratiche e offrendo incentivi che riconoscano l’impegno nell’innovazione didattica e nella partecipazione a progetti di ricerca. L’adattamento alle tecnologie non può essere inteso solo come aggiornamento tecnico, ma deve diventare un processo integrato di trasformazione culturale, educativa e organizzativa, basato sulla centralità delle persone e sul dialogo tra generazioni.

Le modalità di comunicazione e disintermediazione affrontate nei tuoi volumi precedenti (ad es. La violenza in un click o Figli delle App) trovano oggi una nuova chiave interpretativa in rapporto all’ambiente educativo? In quale modo i processi che portano a situazioni di abuso digitale si intrecciano con le criticità educative che descrivi?

Nei miei volumi precedenti, come La violenza in un click e Figli delle App, ho analizzato le dinamiche di comunicazione e disintermediazione tipiche dell’era digitale, evidenziando come queste trasformino radicalmente i rapporti sociali, soprattutto tra giovani. Oggi, queste riflessioni trovano una nuova chiave interpretativa nel contesto educativo, in cui la tecnologia non è più solo uno strumento accessorio, ma diventa parte integrante dei processi di apprendimento, socializzazione e costruzione dell’identità. La disintermediazione digitale ha spostato in gran parte la comunicazione dai tradizionali mediatori educativi (docenti, genitori, figure istituzionali) a piattaforme e ambienti online, dove il controllo e la mediazione spesso risultano assenti o inadeguati. Questo fenomeno amplifica i rischi di abusi digitali, come il cyberbullismo, la diffusione di contenuti violenti o sessualmente espliciti, e la manipolazione delle informazioni. Tali forme di abuso non sono isolate, ma si intrecciano profondamente con le criticità educative, soprattutto in relazione alla capacità degli adulti di comprendere e gestire il nuovo ecosistema comunicativo in cui i giovani si muovono. Ciò genera un paradosso: i giovani sono immersi in tecnologie che influenzano fortemente la loro crescita, ma spesso senza un adeguato accompagnamento educativo, il che apre la strada a fragilità che si manifestano in forme di abuso e disagio. L’educazione deve tornare a svolgere una funzione di mediazione attiva e cosciente, utilizzando la tecnologia non come semplice contenitore, ma come vero e proprio strumento di empowerment. La nuova chiave interpretativa consiste proprio nel vedere la tecnologia come elemento integrabile in un modello educativo rinnovato, in cui la mediazione educativa e la formazione degli adulti siano centrali per prevenire e contrastare gli abusi digitali.

Guardando al futuro, quale quali politiche o interventi culturali e istituzionali servirebbero per un’alfabetizzazione digitale davvero inclusiva e responsabile, capace anche di prevenire fenomeni come il revenge porn e gli abusi online?

Guardando al futuro, è indispensabile promuovere politiche culturali e istituzionali che favoriscano un’alfabetizzazione digitale davvero inclusiva e responsabile. Questa deve andare oltre la semplice trasmissione di competenze tecniche, per sviluppare una consapevolezza critica sull’uso delle tecnologie e dei media digitali. Solo così si può prevenire efficacemente fenomeni come il revenge porn e gli abusi online, che spesso nascono da una scarsa conoscenza delle implicazioni etiche e legali della propria presenza in rete. Le istituzioni scolastiche devono assumere un ruolo centrale, attraverso curricula integrati di EduComunicazione che includano la formazione trasversale su diritti digitali, privacy, rispetto e gestione dei conflitti online. È altrettanto fondamentale investire nella formazione continua dei docenti e coinvolgere attivamente le famiglie, per creare una rete educativa che sostenga i giovani anche fuori dalla scuola. Parallelamente, serve un intervento legislativo chiaro e aggiornato, capace di garantire tutela e strumenti di prevenzione efficaci, accompagnato da campagne di sensibilizzazione pubblica che coinvolgano anche le piattaforme digitali, affinché adottino politiche di moderazione più chiare e trasparenti. Un’alfabetizzazione digitale efficace deve essere multidimensionale, sostenuta da un’azione congiunta tra scuola, famiglia, istituzioni e società civile, per accompagnare i giovani a un uso attento e sicuro delle tecnologie, fondato su rispetto, responsabilità e inclusione.

Sei nel Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare per il Digitale (2025). In che modo può contribuire l’Accademia alle politiche nazionali per contrastare il revenge porn, dal punto di vista normativo o formativo?

L’Università può offrire un contributo fondamentale sia sul piano normativo che formativo per contrastare fenomeni come il revenge porn. Dal punto di vista normativo, l’Accademia sostiene l’elaborazione di leggi aggiornate, basate su ricerche interdisciplinari, che tutelino le vittime e prevedano misure efficaci di prevenzione e sanzione, tenendo conto delle dinamiche digitali in continua evoluzione. Sul piano formativo, è essenziale promuovere programmi educativi rivolti a scuole, famiglie e operatori, che sviluppino una cultura digitale consapevole, responsabilizzando soprattutto i più giovani sull’uso corretto delle tecnologie e sulle conseguenze legali e sociali degli abusi online.  Certamente, l’Università può guidare la costruzione di strategie di intervento innovative, basate sull’empatia e sulla prevenzione, favorendo una collaborazione continua tra istituzioni, scuole e società civile per costruire un ambiente digitale più sicuro e inclusivo. Il tutto frutto della costante ricerca vista anche in una chiave europea ed internazionale.

Grazie mille per il tempo dedicato. Inevitabile non riflettere sul fatto che il digitale non è mai stato il problema ma rappresenta una nostra manifestazione: restituisce al mondo il volto della nostra società, come fosse uno specchio. Sta a noi capire quale riflesso vogliamo mostrare domani.

Se sei vittima di revenge porn: a chi puoi rivolgerti

Se stai vivendo una situazione di diffusione non consensuale di immagini intime, non sei da sola/o. Puoi rivolgerti a enti istituzionali che offrono strumenti concreti di tutela, denuncia e supporto:

È importante raccogliere e conservare ogni prova (screenshot, messaggi, link), parlare con persone di fiducia, e se possibile farsi assistere da professionisti legali o psicologi. Agire tempestivamente può fare la differenza.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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