Ci sono tragedie che sconvolgono una città. E poi ce ne sono altre che, oltre al dolore, portano con sé una domanda ancora più pesante: si poteva evitare?
L’incendio divampato nell’area dell’ex vivaio a ridosso del Parco della Madonnetta ad Acilia, dove nei giorni scorsi è stato trovato il corpo carbonizzato di un uomo all’interno di una struttura abbandonata, ha riportato brutalmente al centro dell’attenzione una realtà che residenti, comitati e associazioni denunciano da anni.
Le immagini del rogo, il ritrovamento del cadavere, le indagini ancora in corso sulla dinamica dell’accaduto hanno scosso il territorio. Ma al di là della cronaca, resta una verità che nel Municipio X molti conoscono bene: il degrado del Parco della Madonnetta non nasce oggi. È il risultato di anni di immobilismo, promesse incompiute e rimpalli burocratici che hanno trasformato uno spazio che avrebbe dovuto essere un grande polmone verde e sociale in un’area progressivamente lasciata all’abbandono.
Secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore, il rogo sarebbe scoppiato in una struttura dismessa utilizzata come rifugio di fortuna. Una situazione che, ancora una volta, evidenzia come gli spazi pubblici abbandonati diventino inevitabilmente luoghi di fragilità sociale, insicurezza e pericolo concreto.
“Era prevedibile”: la rabbia dei residenti
Eppure, chi vive il quartiere continua a ripetere la stessa frase: “Era prevedibile”. Già, perché negli anni le segnalazioni non sono mancate. Residenti, associazioni e comitati hanno più volte denunciato le condizioni dell’area, chiedendo interventi immediati di messa in sicurezza e una vera riqualificazione del parco. Richieste rimaste troppo spesso intrappolate nella lenta macchina amministrativa capitolina e municipale.

La proposta dimenticata per salvare il parco
In questo contesto torna inevitabilmente d’attualità il lavoro portato avanti da Marco Mambor, dirigente di Forza Italia ed esperto del Terzo Settore, che già in passato aveva avanzato una proposta concreta per il recupero dell’area della Madonnetta.
L’idea era semplice ma profondamente radicata nel territorio: affidare la riqualificazione e la gestione degli spazi alle associazioni del volontariato, alle realtà del Terzo Settore, alle associazioni d’arma e alla protezione civile, soggetti capaci non soltanto di presidiare il territorio ma anche di restituire vita, sicurezza e funzione sociale al parco.
Una proposta che puntava a superare il modello dell’abbandono burocratico attraverso un principio preciso: la collaborazione tra istituzioni e cittadinanza attiva.
Secondo Mambor, infatti, il recupero della Madonnetta non poteva limitarsi ad un semplice intervento edilizio o alla pulizia occasionale delle aree degradate. Serviva un presidio costante, una presenza quotidiana, un utilizzo reale degli spazi pubblici capace di impedire che il degrado tornasse a riprendersi tutto. Ma quella proposta, almeno fino ad oggi, sembra essere rimasta sostanzialmente lettera morta.

Il precedente di via Poggio di Venaco
Ed è qui che il parallelo con via Poggio di Venaco ad Ostia diventa inevitabile.
Anche lì, infatti, negli ultimi anni si è assistito allo stesso copione: degrado crescente, aree lasciate senza manutenzione, esasperazione dei residenti e interventi amministrativi incapaci di incidere davvero sulla situazione. Di Poggio di Venaco ci eravamo già occupati in passato, raccontando il senso di abbandono vissuto dai cittadini e il lavoro dei residenti e del comitato di quartiere, spesso costretti a fare ciò che le istituzioni non riuscivano più a garantire.
Due luoghi diversi, ma una dinamica identica. Da una parte cittadini che si organizzano, puliscono, segnalano, cercano di salvare il territorio dal degrado totale. Dall’altra una macchina pubblica che continua a muoversi con lentezza esasperante tra competenze frammentate, pratiche sospese, fondi annunciati e rinvii continui. E intanto il tempo passa.

Il simbolo di un fallimento amministrativo
Il Parco della Madonnetta rappresenta forse il simbolo più evidente di questo fallimento amministrativo. Un’area enorme, che nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto diventare un punto di riferimento per sport, aggregazione e socialità nel quadrante di Acilia e della Madonnetta, trasformata invece in un luogo che oggi torna sulle cronache per una morte drammatica.
La tragedia dell’ex vivaio non può allora essere archiviata come un semplice fatto di cronaca. Perché quando un’area pubblica viene lasciata per anni senza controllo, senza manutenzione e senza una reale progettualità, il degrado smette di essere soltanto una questione estetica. Diventa un problema sociale e di sicurezza.

Il conto del degrado
E forse proprio per questo oggi le parole pronunciate negli anni da Marco Mambor assumono un peso diverso. Perché la richiesta di coinvolgere concretamente il Terzo Settore nella gestione di questi spazi non appariva come uno slogan politico, ma come il tentativo di evitare che intere aree del territorio scivolassero definitivamente fuori controllo.
Oggi, davanti all’ennesima tragedia, la sensazione è che il Municipio X non possa più permettersi di ignorare il problema. Perché il degrado, quando viene tollerato troppo a lungo, prima o poi presenta sempre il conto.
Immagini: FAI Fondo per l’Ambiente Italiano
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