Si è sviluppato attorno al nodo del cosiddetto “salario giusto” il confronto andato in scena in Commissione Lavoro alla Camera durante le audizioni sul decreto-legge n. 62 del 2026, il provvedimento con cui il Governo interviene su incentivi all’occupazione, contrattazione collettiva e contrasto al caporalato digitale.
Una lunga giornata di audizioni che ha visto alternarsi organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, INPS e giuslavoristi, facendo emergere un quadro articolato: consenso diffuso sull’esigenza di contrastare il lavoro povero, ma forti differenze sugli strumenti individuati dal Governo.
Il nodo dell’articolo 7 e il tema del “salario giusto”
Al centro del dibattito resta l’articolo 7 del decreto, quello che introduce il principio del “salario giusto” collegandolo ai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Una scelta che l’esecutivo rivendica come alternativa al salario minimo legale e come rafforzamento della contrattazione nazionale.
Proprio su questo punto si è registrata la distanza più evidente tra CGIL e le altre organizzazioni sindacali.
La CGIL ha espresso le maggiori riserve sul provvedimento, sostenendo che il richiamo al trattamento economico complessivo (TEC) non sia sufficiente a garantire realmente salari adeguati e rischi di lasciare irrisolto il problema del lavoro povero. Più volte, nel corso dell’audizione, è stato sottolineato il rischio di contenziosi interpretativi e l’assenza di una soglia minima certa.
Diverso l’approccio di CISL, UIL e UGL, che pur chiedendo modifiche e chiarimenti tecnici hanno riconosciuto nel decreto un tentativo di rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva maggiormente rappresentativa e di limitare il dumping contrattuale.

L’intervento dell’UGL: incentivi, contrattazione e lavoro povero
Tra gli interventi più articolati quello di Luigi Ulgiati, Vice Segretario Vicario UGL, che ha definito il decreto “nel complesso condivisibile”, soffermandosi però sulle criticità ancora aperte.
Ulgiati ha giudicato positivamente le misure per incentivare l’occupazione giovanile e femminile, così come gli interventi previsti per la ZES unica del Mezzogiorno, osservando tuttavia la necessità di rendere strutturali gli strumenti di sostegno all’occupazione. Secondo il dirigente UGL, infatti, la fase di transizione produttiva e digitale che attraversa il Paese richiede misure stabili e non esclusivamente incentivi temporanei.
Sul tema salariale, Ulgiati ha ribadito la centralità della contrattazione collettiva nazionale, richiamando anche i dati del CNEL sulla copertura dei contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Allo stesso tempo ha evidenziato come il lavoro povero non possa essere ricondotto soltanto ai cosiddetti contratti in dumping.
Secondo l’UGL, infatti, il problema riguarda anche fenomeni quali l’inquadramento in mansioni inferiori, le poche ore lavorate o contrattualizzate e più in generale la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Da qui la richiesta di rafforzare le attività ispettive e aumentare l’attenzione delle amministrazioni pubbliche nella predisposizione di bandi e appalti.

Rappresentanza sindacale e rischio contenziosi
Nel passaggio politicamente più delicato del suo intervento, Ulgiati ha inoltre invitato il legislatore a evitare che la contrattazione collettiva possa essere “riservata esclusivamente ad alcuni soggetti”, con il rischio di introdurre clausole “ad excludendum” capaci di alimentare contenziosi e posizioni dominanti nella rappresentanza.
Ampio spazio anche al tema del lavoro tramite piattaforme digitali. Per l’UGL il fenomeno del cosiddetto caporalato digitale è destinato ad ampliarsi ben oltre il settore dei rider, coinvolgendo progressivamente professioni, lavoro autonomo e servizi alla persona.
Positiva, secondo il sindacato, la previsione dell’accesso tramite SPID alle piattaforme, ma non sufficiente a impedire eventuali cessioni di credenziali. Da qui la proposta di valutare anche sistemi di riconoscimento facciale per l’accesso alle applicazioni.
Le richieste delle imprese: “Serve certezza del diritto”
Sul fronte datoriale, Confindustria e Confcommercio hanno espresso un giudizio favorevole all’impianto generale del decreto, soprattutto per il riconoscimento del ruolo dei contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Le imprese hanno però posto con forza il tema della certezza del diritto.
Confindustria ha sottolineato come un’impresa che applica il contratto “giusto” non possa trovarsi esposta agli stessi rischi giudiziari di chi applica contratti in dumping, mentre Confcommercio ha insistito sulla necessità di chiarire meglio il concetto di trattamento economico complessivo e il rapporto tra parte economica e normativa dei contratti.

I rilievi dei giuslavoristi e il ruolo dell’INPS
Molto tecniche anche le audizioni dei giuslavoristi, che hanno richiamato i nodi costituzionali legati agli articoli 36 e 39 della Costituzione, evidenziando come l’assenza di una legge organica sulla rappresentanza sindacale continui a lasciare aperti ampi margini di incertezza.
Nel corso dei lavori è intervenuto anche l’INPS, che ha confermato come il decreto stia accelerando il lavoro tecnico relativo alla definizione del TEC e ai sistemi di monitoraggio collegati alle direttive europee sui salari adeguati e sulla trasparenza retributiva.
Ora la fase emendativa
Il confronto parlamentare entrerà ora nella fase emendativa. Sul tavolo restano i principali nodi emersi durante le audizioni: definizione del trattamento economico complessivo, rappresentatività sindacale, rinnovi contrattuali e strumenti concreti di contrasto al caporalato digitale.
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