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L’oratorio e il paradosso dell’Occidente: il caso Milano e una domanda che riguarda il nostro futuro

L’estate 2026 degli oratori milanesi si è aperta con una vicenda destinata a suscitare un dibattito che travalica ampiamente i confini ecclesiali. Nel quartiere di Baggio, presso la parrocchia di San Giovanni Bosco, il Grest – l’oratorio estivo della Diocesi di Milano, tradizionalmente organizzato tra giugno e luglio e frequentato da migliaia di bambini e ragazzi – ha previsto non soltanto attività educative e ricreative, ma anche la possibilità per i giovani musulmani di vivere un momento di preghiera separato, guidato da educatori di fede islamica.

La scelta si colloca nel solco del documento diocesano Fede e accoglienza: l’oratorio come luogo di incontro interreligioso, pubblicato nell’ottobre 2025, che propone agli oratori strumenti pastorali per confrontarsi con una società sempre più plurale dal punto di vista religioso e culturale.

La questione non riguarda semplicemente alcuni ragazzi musulmani che pregano in un oratorio, ma riguarda la natura stessa dell’oratorio, il significato dell’identità cristiana e, in ultima analisi, il rapporto che l’Occidente contemporaneo intrattiene con sé stesso.

Che cos’è realmente un oratorio

Storicamente, l’oratorio non nasce come un servizio sociale né come un contenitore ricreativo. Nasce come strumento di evangelizzazione. San Giovanni Bosco non pensò l’oratorio come un semplice luogo di intrattenimento giovanile. Il gioco, il teatro, la musica, le gite e perfino il cortile erano strumenti pedagogici orientati a un fine preciso: condurre il giovane all’incontro con Cristo e formare «buoni cristiani e onesti cittadini».

La finalità ultima era spirituale. Il cristianesimo, del resto, è intrinsecamente missionario. Il mandato di Cristo – «Andate e fate discepoli tutti i popoli» – non rappresenta un elemento accidentale del Vangelo, ma il suo dinamismo costitutivo. La Chiesa non esiste per custodire gelosamente una tradizione privata, ma per annunciare una verità che ritiene universale.

Naturalmente ciò non implica coercizione. La fede non può essere imposta. Nessuno può essere costretto a credere. Ma tra il rifiuto della costrizione e la rinuncia alla proposta vi è un abisso.

Accoglienza e identità

Accogliere non significa smettere di essere ciò che si è. Un ragazzo musulmano che sceglie di frequentare un oratorio cattolico dovrebbe sapere di entrare in un ambiente esplicitamente cristiano, dove si prega da cristiani, si parla di Cristo, si vive il calendario liturgico e si testimonia una determinata concezione dell’uomo e del suo destino. Esattamente come chi entra in una moschea sa di trovarsi in un luogo profondamente segnato dall’identità islamica.

L’accoglienza autentica non richiede l’autocancellazione. Al contrario, presuppone un’identità sufficientemente forte da non percepire la propria esistenza come un ostacolo al dialogo.

La crisi della missione

Ed è qui che emerge la critica, sempre più diffusa in ampi settori del cattolicesimo, nei confronti di una certa pastorale contemporanea. La percezione di molti fedeli è che una parte della gerarchia e del clero abbia progressivamente trasformato l’oratorio da luogo di evangelizzazione in semplice presidio sociale, da comunità di fede in servizio educativo, da strumento missionario in agenzia di animazione.

L’evangelizzazione viene talvolta guardata con sospetto, quasi fosse un’attività sconveniente, potenzialmente offensiva, incompatibile con il pluralismo.

Ma una Chiesa che non annuncia più Cristo perché teme di apparire divisiva finisce inevitabilmente per svuotare la ragione stessa della propria esistenza.

Una comunità religiosa che smarrisce la convinzione di possedere qualcosa di prezioso da proporre al mondo non diventa più dialogante; diventa semplicemente afona.

Il caso dell'oratorio di Milano riapre il dibattito sull'identità cristiana

Il paradosso dell’Occidente

Tuttavia, il caso di Milano pone anche una questione filosofica e politica che supera il perimetro ecclesiale. Esso ci conduce infatti al cuore di uno dei grandi paradossi della modernità occidentale.

La cultura liberale europea nasce all’interno di un preciso terreno storico e filosofico. L’idea della dignità intrinseca della persona, della distinzione tra potere religioso e potere politico, della libertà di coscienza, dell’eguaglianza morale degli esseri umani e della tutela dei diritti individuali non sorge nel vuoto. Essa si sviluppa attraverso un lungo itinerario storico nel quale il cristianesimo e la filosofia classica esercitano un’influenza decisiva.

Il liberalismo contemporaneo, però, sembra aver dimenticato le proprie radici. Nel tentativo di garantire la massima neutralità possibile, esso tende a porre sul medesimo piano tutte le visioni del mondo, considerandole equivalenti e sostanzialmente intercambiabili. Ma qui emerge una contraddizione profonda.

Una civiltà che rinuncia a riconoscere il proprio fondamento culturale e filosofico rischia di perdere anche la capacità di discernere tra idee compatibili con i propri principi e idee che, almeno in alcune delle loro interpretazioni storiche e giuridiche, entrano in tensione con essi.

Il pluralismo, infatti, non può sopravvivere se tutte le concezioni del mondo vengono considerate indistintamente equivalenti. Una società liberale vive grazie a presupposti morali e culturali che essa stessa non è in grado di produrre autonomamente. Se tali presupposti vengono progressivamente erosi, il sistema continua formalmente a esistere ma inizia a perdere la sostanza che lo rende possibile.

oratorio di Milano

Il nodo dell’islam e dell’identità europea

L’islam, come ogni grande tradizione religiosa, è una realtà estremamente articolata e non può essere ridotto a caricature. Milioni di musulmani vivono serenamente nelle società occidentali, rispettandone le leggi e contribuendo positivamente al bene comune.

Sarebbe però altrettanto ingenuo negare che in diverse parti del mondo e in alcune interpretazioni dell’islam persistano concezioni del rapporto tra religione e diritto, del ruolo della donna, della libertà di conversione e della separazione tra autorità religiosa e potere civile significativamente differenti da quelle maturate nell’esperienza occidentale.

Il problema, allora, non consiste nella presenza di cittadini musulmani in Europa ma nasce quando l’Occidente, in nome di un relativismo assoluto, smette di interrogarsi sulla propria identità e rinuncia a chiedersi quali siano i principi irrinunciabili che intende custodire e trasmettere.

La vicenda britannica viene spesso richiamata in questo contesto. È vero che nel Regno Unito non esistono tribunali islamici appartenenti all’ordinamento statale e che la legge britannica rimane l’unica legge ufficiale del Paese. Tuttavia, la presenza di organismi di arbitrato religioso e l’emergere di dinamiche comunitarie particolarmente forti hanno alimentato un dibattito pubblico sul rischio di forme di normatività parallela e di pressioni sociali esercitate soprattutto in materia familiare.

oratorio di Milano

La domanda decisiva

Non si tratta di alimentare paure ma di prendere sul serio una domanda politica e culturale: può una civiltà continuare a esistere se perde progressivamente consapevolezza delle ragioni storiche, filosofiche e spirituali che l’hanno generata?

Ogni società democratica ha il diritto e il dovere di custodire la propria memoria, la propria identità e i principi che ne hanno plasmato le istituzioni. Perché il dialogo autentico non nasce dall’indifferenza verso ciò che si è ma dalla consapevolezza di avere qualcosa da offrire.

E forse è proprio questa la domanda più inquietante che il caso dell’oratorio milanese pone tanto alla Chiesa quanto all’Occidente: siamo ancora convinti che la nostra tradizione religiosa, culturale e filosofica meriti di essere proposta e trasmessa, oppure siamo ormai entrati nella fase storica in cui, per timore di apparire esclusivi, preferiamo semplicemente smettere di credere in noi stessi?

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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