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Dalla prosa all’opera lirica: intervista al regista Salvo Dolce

Intervista a Salvo Dolce, regista tra teatro di prosa e grandi produzioni liriche internazionali

Il percorso artistico di Salvo Dolce si configura come un viaggio affascinante che attraversa le diverse sfumature dello spettacolo dal vivo, unendo la concretezza del teatro di prosa alla grandiosità dell’opera lirica. Nato nel 1981, l’artista siciliano ha costruito una carriera solida e poliedrica, distinguendosi a livello nazionale sia come attore sia come regista.

Le sue radici teatrali affondano in incontri e collaborazioni di assoluto rilievo. Il debutto sulle scene avviene grazie all’attore siculo-americano Vincent Schiavelli. Questo esordio segna l’inizio di una formazione rigorosa, proseguita con gli studi presso la scuola di teatro Teatés, sotto la guida di Michele Perriera. Successivamente, Salvo Dolce consolida la propria esperienza nel teatro di prosa lavorando per istituzioni prestigiose come il Teatro Libero Incontroazione di Palermo e il Teatro Biondo Stabile di Palermo. In quest’ultimo contesto, ricopre i ruoli di aiuto regia e attore affiancando registi del calibro di Franco Scaldati, Claudio Collovà e Vincenzo Pirrotta.

Dopo anni dedicati stabilmente alla prosa, l’evoluzione professionale lo conduce verso il mondo del melodramma. Il passaggio alla regia lirica si compie attraverso importanti tappe come assistente e aiuto regia, collaborando inizialmente con il Maestro Davide Livermore per “Le convenienze ed inconvenienze teatrali” di Donizetti, e proseguendo con produzioni internazionali come la “Carmen” a Malta. L’esperienza sul palcoscenico lirico si arricchisce inoltre grazie all’attività di attore per registi di fama mondiale, tra cui Graham Vick in “Götterdämmerung” al Teatro Massimo di Palermo e “Stiffelio” al Teatro Regio di Parma.

Oggi, Salvo Dolce firma importanti regie d’opera che calcano palcoscenici di grande fascino; tra le sue produzioni più rilevanti si annoverano titoli del grande repertorio come “Aida”, “Turandot”, “Rigoletto” e “La Traviata”, realizzate in collaborazione con prestigiose compagnie teatrali tra cui l’Orchestra Filarmonica della Calabria, l’Orchestra Sinfonica Siciliana e il Coro Lirico Siciliano nell’ambito del Festival Lirico dei Teatri di Pietra.

Non manca l’attività sul fronte televisivo, che lo ha visto partecipare a note fiction Rai come “Il giovane Montalbano” e “La mafia uccide solo d’estate”. Con una visione artistica matura che unisce la sensibilità drammaturgica della prosa alla complessità della macchina operistica, l’artista si prepara ai prossimi debutti, tra cui l’atteso “Nabucco” al Teatro Greco di Siracusa.

Diamo adesso spazio alle domande dell’intervista per approfondire la visione di Salvo Dolce, i retroscena della sua carriera e i segreti della regia melodrammatica

In questa intervista, Salvo Dolce ripercorre la sua carriera tra prosa, melodramma e nuove sfide artistiche

Guardando al tuo percorso artistico, quando hai sentito per la prima volta che il teatro non era semplicemente una passione, ma la direzione che avresti scelto per la tua vita professionale?

«Il momento di svolta fondamentale in cui ho percepito che questa passione potesse trasformarsi in una professione concreta è legato al Teatro Libero di Palermo. Parliamo dello storico Teatro stabile d’innovazione della Sicilia, una realtà straordinaria che ancora oggi continua la sua attività, essendo arrivata quasi alla sessantesima stagione. Lavorare in un contesto così prestigioso e strutturato mi ha permesso di capire fin da subito che il teatro non era solo un sogno, ma una professione solida e tangibile.

Questa consapevolezza è maturata e si è consolidata attraverso un percorso di scelte importanti. Inizialmente, mentre muovevo i primi passi sul palcoscenico, portavo avanti parallelamente gli studi all’università. Una volta conseguita la laurea, mi sono trovato di fronte a un bivio decisivo, diviso tra il percorso lavorativo per cui avevo studiato e la scena. È stato proprio allora, forte dell’esperienza già vissuta, che ho capito che non avrei mai potuto accettare un’ attività professionale tradizionale: l’unica strada che riuscivo davvero a vedere per il mio futuro era il teatro, spingendomi a investire tutto me stesso in questa direzione».

In questa intervista, Salvo Dolce ripercorre la sua carriera tra prosa, melodramma e nuove sfide artistiche

Il tuo percorso è iniziato a Palermo, dove grandi nomi come Vincent Schiavelli e Michele Perriera hanno segnato i tuoi esordi. Che cosa ti porti dietro di quegli anni di formazione così intensi e importanti per il tuo percorso artistico?

«Di quegli anni mi porto dietro prima di tutto la meraviglia della scoperta: la scoperta del teatro in sé, delle relazioni umane che si creano sul palcoscenico e della conoscenza profonda di questo mondo. È stato un periodo incredibilmente intenso, un vero e proprio “doppio binario” in cui dividevo le mie giornate tra le lezioni alla scuola di teatro e lo studio all’università.

Quel percorso così denso mi ha trasmesso dei valori che considero ancora oggi le mie fondamenta: la passione viscerale, la tenacia, il senso del sacrificio e l’impegno costante. Fare il mestiere dell’artista e lavorare nel campo del teatro non è affatto facile, ed è proprio grazie a quegli insegnamenti ricevuti all’ inizio del mio percorso, che ho imparato ad affrontare le difficoltà. Quella dedizione assoluta è l’eredità più preziosa che custodisco segretamente e che continua a guidarmi ogni giorno».

In questa intervista, Salvo Dolce ripercorre la sua carriera tra prosa, melodramma e nuove sfide artistiche

Cosa ti ha spinto a passare dal teatro di prosa alla regia dell’Opera lirica e quale è stata, contemporaneamente, la sfida più grande nel confrontarsi con un mondo così imponente come quello del melodramma?

«A spingermi verso la regia è stata senza dubbio una forte curiosità verso nuovi mondi teatrali. Ho sempre guardato al teatro musicale con grande interesse, ancor prima di concentrarmi specificamente sull’opera lirica. Inoltre, sentivo crescere in me il desiderio di dirigere e di dare una mia visione personale agli spettacoli; quando lavori come attore devi necessariamente assecondare e seguire le scelte sceniche, a volte molto complesse, dei registi con cui collabori. L’occasione di svolta è arrivata grazie a un progetto di formazione per artisti nel campo della lirica, dove ho frequentato un lunghissimo corso.

In quel contesto ho preso parte come aiuto regia a un progetto del Maestro Davide Livermore, un punto di riferimento fondamentale per me e una figura dalla sconfinata conoscenza dell’opera. Lavorando al suo fianco e assistendo da vicino al suo processo creativo, ho letteralmente imparato i segreti di questo mestiere. La sfida più grande, in riferimento alla seconda parte della tua domanda, è stata proprio l’impatto con la monumentalità del melodramma. Rispetto alla prosa, dove si lavora con pochi attori, nella lirica bisogna gestire e coordinare numeri enormi: solisti, coro, orchestra, figuranti, ballerini.

Mettere insieme in modo armonico tutti questi elementi, che fanno parte del complesso ingranaggio operistico, richiede un notevole impegno. A questo si aggiunge un altro obiettivo fondamentale del mio percorso: trasmettere ai cantanti la mia esperienza e la mia conoscenza del teatro di prosa. Il mio scopo è far sì che sul palcoscenico non siano soltanto splendide voci, ma anche veri e propri attori capaci di recitare e di dare spessore drammatico al personaggio che interpretano».

In questa intervista, Salvo Dolce ripercorre la sua carriera tra prosa, melodramma e nuove sfide artistiche

Molte delle tue ultime regie si sono svolte in contesti straordinari come i Teatri di Pietra o l’imminente Nabucco al Teatro Greco di Siracusa. Come si adatta la regia a questi spazi monumentali all’aperto rispetto ad un classico teatro d’opera al chiuso?

«I teatri antichi e i siti archeologici sono spazi incredibilmente suggestivi, ma la mia filosofia è quella di non usarli mai come un semplice sfondo decorativo o una cartolina per l’opera. Al contrario, cerco sempre di far dialogare la regia con la storia e l’architettura del luogo. Quell’aria immortale che si respira nei teatri di pietra deve diventare parte integrante della drammaturgia: lo spazio monumentale e l’opera lirica devono accogliersi a vicenda, fondendosi fino a diventare un’unica cosa.

Negli ultimi anni ho lavorato molto all’interno di diversi siti storici, e per il prossimo debutto con il Nabucco al Teatro Greco di Siracusa questo concetto diventerà ancora più visibile e profondo. La mia idea è proprio quella di far dialogare i resti archeologici millenari della struttura come se fossero i frantumi di uno specchio, capaci di riflettere e fondersi idealmente con i resti e le macerie della guerra raccontata nell’opera di Verdi.

Se in un teatro al chiuso si lavora in una dimensione più protetta, all’aperto è la monumentalità stessa a dettare le regole. Trasformare le antiche pietre in un elemento vivo, carico di memoria e di significato tragico, permette allo spettatore di percepire un legame indissolubile e potente tra la musica, il dramma e la storia che lo circonda».

In questa intervista, Salvo Dolce ripercorre la sua carriera tra prosa, melodramma e nuove sfide artistiche

Di recente a Malta la tua produzione di Turandot ha riscosso un grandissimo successo. Quale atmosfera si respira all’estero e come viene accolta l’opera lirica italiana da un pubblico internazionale rispetto a quello del nostro Paese?

«All’estero si respira un’atmosfera di straordinario rispetto e di immensa curiosità per il lavoro complessivo dell’artista. C’è una grandissima considerazione per tutto ciò che rappresenta il teatro e, in particolar modo, per l’opera lirica italiana, che grazie a pilastri immortali come Verdi e Puccini viene vissuta e percepita ai massimi livelli mondiali.

Il pubblico internazionale si dimostra estremamente attento, caloroso e affascinato dalla nostra tradizione. Ciò che colpisce all’estero è proprio questa enorme fame di cultura italiana: per loro, assistere a un nostro melodramma è un evento di immenso valore. Questo non toglie nulla al pubblico italiano, che possiede una competenza e una passione storica uniche al mondo; semplicemente, fuori dai nostri confini, l’opera italiana viene accolta con un entusiasmo e una solennità particolari, confermando quanto il nostro patrimonio artistico sia un linguaggio universale capace di emozionare il pubblico di qualsiasi nazionalità».

Il pubblico ti conosce anche attraverso fiction molto popolari come Il giovane Montalbano, La mafia uccide solo d’estate e Libero Grassi. Che cosa ti ha regalato il set televisivo rispetto al palcoscenico e come vivi l’equilibrio tra questi due mondi così diversi?

«Oggi, con la maturità che deriva dal mio percorso di regia e con una consapevolezza sempre maggiore, ho deciso di allontanarmi progressivamente dal set televisivo. Se devo fare un confronto tra l’esperienza davanti alla macchina da presa e il contatto con il palcoscenico, la mia preferenza va senza dubbio a quest’ultimo.

È innegabile che la televisione sia un mezzo potente, capace di dare una visibilità straordinaria e un’esposizione immediata, anche attraverso piccoli ruoli o brevi partecipazioni che ti portano dritto al grande pubblico. Tuttavia, il teatro ha una natura completamente diversa: è vivo, è presente, è fatto di carne e di un’energia che si rinnova sera dopo sera. Per me la dimensione teatrale rimane lo spazio privilegiato, il luogo in cui sento di potermi esprimere appieno e dove il legame con gli spettatori e con l’opera d’arte si fa davvero profondo e autentico».

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Tiziana La Barbera
Tiziana La Barbera
Docente di materie umanistiche con particolare interesse per le tematiche educative, psicologiche, sociali ,di crescita personale, di inclusione. Ha approfondito la comunicazione neuro - linguistica (PNL) come strumento per favorire l' inclusione nei contesti scolastici e formativi Laurea in Psicologia L24 Scienze e tecniche psicologiche
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