Il Nord Africa è sempre stato vicino e lontano allo stesso tempo. Vicino geograficamente — poche centinaia di chilometri separano la Sicilia dalla Tunisia — ma lontano politicamente, culturalmente, economicamente. L’Europa ha trattato a lungo questa regione come un retrobottega, uno spazio periferico da stabilizzare senza comprenderlo davvero. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Il Nord Africa è entrato nella storia europea non come un capitolo marginale, ma come un fattore determinante: energia, migrazioni, instabilità politica, influenza di potenze esterne. È un’area in ebollizione. E ciò che accade lì determina ciò che accade qui.
La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto l’Europa dipendesse dal gas russo. Per la prima volta dopo decenni, si è guardato rapidamente verso Sud. L’Algeria è diventata il principale sostituto del gas russo, con accordi nuove forniture e investimenti nelle infrastrutture. Ma l’Algeria non è un paese politicamente stabile: ha tensioni interne, una leadership rigida, un tessuto sociale in fermento. La Tunisia è sull’orlo del collasso economico. La Libia è ancora divisa tra poteri rivali. L’Egitto è travolto da una crisi economica che rende fragile ogni equilibrio.
Il Nord Africa come baricentro del Mediterraneo
In questo scenario, la Cina investe, la Turchia si muove con aggressività, la Russia mantiene una presenza militare e paramilitare, il Golfo finanzia ciò che conviene. L’Italia, invece, ha descoberto che ignorare il Nord Africa significa subire le sue conseguenze. Le rotte migratorie, la sicurezza marittima, l’energia, la criminalità transnazionale: tutto passa da lì. Il Mediterraneo non è più una cornice, ma un perno. E il Nord Africa è il suo baricentro instabile.
Per l’Italia questa instabilità non è un tema astratto, ma un dato quotidiano. I flussi migratori aumentano quando la Tunisia crolla; le forniture energetiche diventano incerte quando l’Algeria usa il gas come leva negoziale; gli equilibri libici oscillano sotto l’influenza di attori esterni. Eppure, in mezzo a questa complessità, si apre una possibilità: per la prima volta da decenni, l’Italia può avere un ruolo protagonista, se sceglie di averlo.
Non si tratta di ambizioni imperiali — fuori luogo e fuori tempo — ma di realismo: l’Italia è l’unico paese europeo che può parlare con tutti gli attori nordafricani senza ostilità storiche. È abbastanza grande da essere rilevante, ma non abbastanza potente da generare paura. È un equilibrio raro e prezioso. Il problema è che finora l’Italia ha usato troppo poco questo vantaggio. Manca una strategia chiara, una visione di lungo periodo, una politica mediterranea coerente.
Il Nord Africa, però, non aspetta. I paesi di quest’area vivranno nei prossimi anni una trasformazione profonda: crescita demografica vertiginosa, pressione climatica, riduzione dell’acqua, crisi economiche cicliche, movimenti giovanili senza sbocchi. Tutto questo renderà la regione una fonte costante di instabilità. Non per cattiveria, ma per sovraccarico. Quando milioni di giovani non trovano lavoro, scuole adeguate, case, sicurezza, migrano. E migrazione non è solo un problema umanitario: è geopolitica pura.
L’Italia è chiamata a un compito difficile ma inevitabile: non limitarsi a gestire emergenze, ma costruire una presenza stabile nel Mediterraneo allargato. Significa investire, mediare, ascoltare, leggere i segnali, anticipare crisi. Significa trattare questi paesi non come semplici fornitori o cuscinetti migratori, ma come partner strategici. Senza questa visione, l’Europa continuerà a reagire invece di agire.
Il Nord Africa è un barometro: misura la pressione geopolitica del mondo. Oggi segna tempesta. Ma ogni tempesta contiene una direzione. L’Italia può scegliere se subirla o navigarla. E in un Mediterraneo tornato centrale, la navigazione — quella vera, quella politica — non è più un’opzione: è un destino.
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