C’è un’immagine che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata impossibile da associare a un reato: una persona ferma, in silenzio, con un rosario tra le dita. Nessun megafono, nessun insulto, nessun blocco fisico, nessuna telecamera puntata addosso a qualcuno. Solo una presenza discreta, magari una preghiera mormorata o addirittura solo pensata. Eppure è proprio su questa immagine – e su ciò che essa rappresenta – che si sta consumando uno dei passaggi più delicati del nostro tempo: la trasformazione della libertà di espressione e della libertà religiosa in qualcosa di tollerato solo finché resta invisibile, irrilevante, “non disturbante”.
Libertà religiosa sotto accusa
In Italia il tema è esploso con la Risoluzione n. 284/2025 dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, che chiede di introdurre “zone di accesso sicuro” attorno a consultori, cliniche e ospedali per la salute riproduttiva, con l’obiettivo dichiarato di garantire alle donne un accesso “libero da pressioni e intimidazioni”. Ma la parte che colpisce – e che segna un salto culturale – è un’altra: il testo parla di “pressioni psicologiche e intimidazioni, spesso celate sotto forma di ‘preghiere’”.
È qui che si apre una frattura. Perché se una preghiera può essere trattata come una pressione indebita solo in virtù del suo contenuto morale (la difesa della vita nascente), allora non siamo più nel campo dell’ordine pubblico. Siamo nel campo della selezione ideologica di ciò che può comparire nello spazio pubblico e ciò che deve esserne espulso.
E quando uno Stato – o una Regione che spinge lo Stato – comincia a ragionare così, la domanda non è più soltanto “cosa pensiamo dell’aborto”, ma “che tipo di società vogliamo essere”: una società che punisce le condotte realmente moleste e violente, oppure una società che tenta di azzerare il dissenso trasformando la sensibilità soggettiva in criterio giuridico.
La risoluzione emiliano-romagnola non è una legge penale, è un atto di indirizzo politico. Ma gli atti di indirizzo, quando vengono scritti con certe parole, sono come chiodi piantati nel muro: indicano dove si vuole andare.
Il testo muove da un presupposto: che la presenza di manifestazioni “anti-aborto” nei pressi delle strutture sanitarie possa incidere sul “diritto alla salute psico-fisica” delle donne. Fin qui, chiunque può capire che esistano situazioni in cui una donna, già provata e fragile, possa vivere male l’incontro con chi le rivolge messaggi o le mostra immagini scioccanti. È un tema delicato, umano, non liquidabile con superficialità.
Ma il salto avviene quando il documento fa scivolare il discorso dalle condotte concrete (insulti, pedinamenti, riprese, ostacoli all’accesso) a una categoria amorfa: “pressione psicologica”, fino a evocare la preghiera come forma “celata” di intimidazione.
Qui il diritto cambia natura. Perché le condotte violente sono definibili, verificabili, punibili con strumenti già esistenti , mentre il concetto di pressione psicologica è invece elastico, ambiguo, potenzialmente illimitato: dipende dalla percezione di chi la subisce e dall’interpretazione di chi la valuta.
E quando la soglia del lecito viene fissata non più sulla base dell’azione, ma sulla base dell’effetto emotivo si entra in una logica pericolosa: la logica per cui lo Stato non tutela solo l’accesso a un servizio, ma pretende di garantire un accesso privo di qualunque presenza morale dissenziente.
Quando si parla di preghiera non stiamo discutendo di un volantino qualsiasi, né di una protesta generica. Stiamo parlando di un atto che, per milioni di persone, è la forma più profonda dell’identità: la relazione con Dio, il senso del bene e del male, la coscienza. Definire la preghiera come “pressione psicologica” significa suggerire che la libertà religiosa è tollerata finché resta confinata nell’intimo o in luoghi “autorizzati” (chiese, case, spazi privati) ma quando diventa visibile nello spazio pubblico e tocca un tema sensibile (vita nascente, aborto), allora perde legittimità e diventa sospetta, perfino sanzionabile.
Questa non è neutralità. È un’idea precisa di società: una società in cui la religione deve essere privatizzata, resa muta, resa inoffensiva. Una società in cui non si vieta formalmente di credere, ma si scoraggia di testimoniare pubblicamente ciò in cui si crede quando quel credo contraddice un diritto politicamente “blindato”.
Chi pensa che in Italia si tratti solo di una polemica ideologica dovrebbe guardare al Regno Unito, dove il modello delle “safe access zones” è già pienamente operativo.
In Inghilterra e Galles, il Public Order Act 2023, con la Section 9, ha creato zone di accesso sicuro di 150 metri attorno ai luoghi che forniscono servizi abortivi. Dentro quella zona è vietata una gamma di comportamenti che, in modo intenzionale o “reckless” (sconsiderato), possano influenzare la decisione di abortire o interferire con l’accesso.
Qualcuno potrebbe dire: “Serve a evitare molestie”. Ma la questione vera non sta nel principio astratto. Sta nel perimetro interpretativo. Perché il linguaggio della norma e delle indicazioni applicative fa sì che il concetto di “influenza” possa includere anche azioni non violente e perfino non verbali. La guidance governativa chiarisce che la “mera presenza” non è automaticamente reato, ma che l’intento di influenzare è decisivo: e l’intento, come sappiamo, è spesso materia scivolosa, dedotta da segnali, simboli, contesti.
Il punto critico, qui, è che la preghiera – persino silenziosa – può essere letta come un modo di “influenzare”, perché comunica un giudizio morale: l’aborto come male, la vita come bene. E infatti nel dibattito britannico è emerso più volte che l’obiettivo pratico di molte buffer zones è proprio eliminare quella presenza, anche quando è quieta e discreta.
Non è teoria: in UK abbiamo già avuto procedimenti e condanne legati a zone protette introdotte prima della normativa nazionale (PSPO locali), come nel caso di Bournemouth, dove una figura pro-life è stata giudicata colpevole per essersi trovata all’interno dell’area vietata con un messaggio di disponibilità al dialogo.
Se il Regno Unito (Inghilterra e Galles) ha costruito una cornice severa, la Scozia l’ha resa ancora più ampia e più controversa.
Con l’Abortion Services (Safe Access Zones) (Scotland) Act 2024, sono state introdotte safe access zones di 200 metri. In questo contesto di parla non solo di preghiere in luogo pubblico, ma addirittura in luoghi privati, case di abitazioni che risiedono all’interno delle buffer zone, al punto che una preghiera detta dentro la propria casa e denunciata da qualcuno, potrebbe incappare nella sanzione prevista dalla norma . Il Parlamento scozzese, nei suoi materiali di analisi, ha evidenziato le questioni interpretative, e il tema è diventato politico quando si è discusso se e come la legge possa toccare comportamenti tenuti dentro casa ma percepibili dall’esterno.
In mezzo a questo dibattito, la cronaca ha aggiunto un elemento decisivo: nel 2025 è avvenuto un arresto molto discusso, quello di Rose Docherty (74 anni) nei pressi di una struttura a Glasgow, citato come primo caso di arresto connesso alla nuova disciplina scozzese.
Il valore simbolico è enorme: anche quando la condotta è non violenta, anche quando non c’è blocco fisico, lo Stato manda un segnale: qui non è ammessa una testimonianza pubblica “contro-culturale” sul tema aborto.
È esattamente il tipo di “deriva” che in Italia rischiamo di importare, se si accetta il paradigma secondo cui preghiera e dissenso pacifico sono, per definizione, forme di pressione psicologica.
Gli Stati Uniti, come sempre dalla loro costituzione ufficiale, sono un mondo a parte, ma offrono un avvertimento: quando si politicizza eccessivamente la repressione (o la tolleranza) su temi etici, si finisce in un pendolo continuo che non tutela davvero nessuno.
La norma di riferimento è il FACE Act (1994), nato per reprimere minacce, violenza e ostruzione fisica contro cliniche e luoghi di culto. Negli ultimi anni, l’applicazione del FACE Act ha colpito anche attivisti pro-life coinvolti in blocchi o intrusioni non armate ma invasive. Nel gennaio 2025, il presidente Donald Trump ha concesso il perdono a 23 attivisti pro-life condannati in vari casi legati al FACE Act.
Qui è importante essere rigorosi: diversi di quei casi non riguardavano “solo” una preghiera silenziosa; in talune vicende sono stati contestati blocchi fisici, interruzioni di attività e condotte che una democrazia può legittimamente reprimere.
Ma ciò che interessa, per l’analisi italiana, è la dinamica: la questione diventa un simbolo politico, e le decisioni dello Stato oscillano tra severità punitiva e atti di clemenza presentati come “difesa della fede”.
È proprio questo che dovremmo evitare: trasformare il tema in una guerra di potere in cui la libertà religiosa viene compressa o “concessa” a seconda del colore del governo. Le libertà fondamentali dovrebbero essere stabili, non pendolari.
Riteniamo che non sia pensabile che una veglia di preghiera costituisca una pressione psicologica nel senso di un comportamento indebito, a meno di non voler cambiare la definizione stessa di pressione che implica un’interferenza diretta con la volontà altrui, un contatto insistente, intrusivo, non richiesto, un tentativo di condizionamento con strumenti aggressivi (verbali, visivi, fisici).
Una veglia discreta, silenziosa, senza inseguimenti e senza imposizione, non è pressione. È testimonianza: presenza di un’idea nello spazio pubblico.
E in una democrazia il punto non è garantire che nessuno debba mai imbattersi in idee che lo turbano. Il punto è garantire che nessuno sia aggredito o impedito. Se trasformiamo il turbamento in criterio di illegalità, apriamo una porta enorme: qualunque dissenso può essere vietato perché “fa stare male” qualcuno.
Questo criterio è intrinsecamente illiberale. E non riguarda solo aborto. Pensiamo a qualunque protesta sociale: uno sciopero “mette pressione” psicologica a un’azienda, un presidio ambientalista “mette pressione” a un governo, un sit-in contro una guerra “mette pressione” morale a chi lavora in un settore militare.
La democrazia vive di questa tensione, purché resti entro i limiti del rispetto e della non violenza. Se la democrazia pretendesse la sterilità emotiva dello spazio pubblico, sarebbe già morta.
Quando si costruiscono “zone sicure” con una definizione ampia e ideologicamente orientata, spesso accade questo: la libertà religiosa viene trattata come una libertà minore, una libertà che si può comprimere perché “tanto puoi pregare altrove”.
Ma la libertà religiosa non è un hobby domestico. È un diritto fondamentale che include anche la dimensione pubblica: professare, esprimere, testimoniare. E soprattutto include il diritto di farlo senza che lo Stato decida quali contenuti spirituali sono “accettabili” e quali diventano sospetti.
La risoluzione emiliana, citando la preoccupazione per pressioni “celate sotto forma di preghiera”, indica chiaramente che il bersaglio non è solo l’insulto o la molestia: è anche la dimensione spirituale, se si manifesta in un luogo dove non è gradita.
Inoltre è del tutto evidente che non si difende la donna reprimendo il dissenso pacifico, ma si difende la donna reprimendo la molestia e tutelando l’accesso, senza introdurre un nuovo principio per cui la presenza di un valore alternativo è, di per sé, una forma di violenza.
È facile pensare che questa sia una battaglia di parte: pro-choice contro pro-life, laici contro credenti. Ma se la guardiamo bene, è una questione più profonda: riguarda la struttura della libertà nello spazio pubblico.
Oggi il bersaglio simbolico è la veglia per la vita nascente. Domani potrebbe essere qualsiasi altra voce morale che il potere considera “ingombrante”: sulla fine vita, sulla famiglia, sull’educazione, sul lavoro, sulla guerra. Il meccanismo è sempre lo stesso: si prende una categoria emotiva (“pressione psicologica”), la si innalza a criterio giuridico, e si crea un perimetro in cui il dissenso deve sparire.
Le esperienze britannica e scozzese mostrano che questa non è fantascienza: le safe access zones sono realtà e hanno già prodotto interventi delle autorità anche verso condotte non violente. E l’esperienza americana mostra quanto rapidamente tutto possa diventare strumento di scontro politico, con la libertà religiosa usata come bandiera da una parte e come sospetto dall’altra.
Per questo la domanda che dovremo porci è se accettare che lo Stato, in nome della “sicurezza emotiva”, possa cancellare la visibilità di una fede e di un’idea pacifica.
Perché una democrazia che arriva a temere un rosario non è una democrazia “più sicura”. È una democrazia più fragile. E, lentamente, meno libera.
Pregare sotto accusa: quando la “zona sicura” diventa zona franca dal dissenso
C’è un’immagine che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata impossibile da associare a un reato: una persona ferma, in silenzio, con un rosario tra le dita. Nessun megafono, nessun insulto, nessun blocco fisico, nessuna telecamera puntata addosso a qualcuno. Solo una presenza discreta, magari una preghiera mormorata o addirittura solo pensata. Eppure è proprio su questa immagine – e su ciò che essa rappresenta – che si sta consumando uno dei passaggi più delicati del nostro tempo: la trasformazione della libertà di espressione e della libertà religiosa in qualcosa di tollerato solo finché resta invisibile, irrilevante, “non disturbante”.
In Italia il tema è esploso con la Risoluzione n. 284/2025 dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, che chiede di introdurre “zone di accesso sicuro” attorno a consultori, cliniche e ospedali per la salute riproduttiva, con l’obiettivo dichiarato di garantire alle donne un accesso “libero da pressioni e intimidazioni”. Ma la parte che colpisce – e che segna un salto culturale – è un’altra: il testo parla di “pressioni psicologiche e intimidazioni, spesso celate sotto forma di ‘preghiere’”.
È qui che si apre una frattura. Perché se una preghiera può essere trattata come una pressione indebita solo in virtù del suo contenuto morale (la difesa della vita nascente), allora non siamo più nel campo dell’ordine pubblico. Siamo nel campo della selezione ideologica di ciò che può comparire nello spazio pubblico e ciò che deve esserne espulso.
E quando uno Stato – o una Regione che spinge lo Stato – comincia a ragionare così, la domanda non è più soltanto “cosa pensiamo dell’aborto”, ma “che tipo di società vogliamo essere”: una società che punisce le condotte realmente moleste e violente, oppure una società che tenta di azzerare il dissenso trasformando la sensibilità soggettiva in criterio giuridico.
La risoluzione emiliano-romagnola non è una legge penale, è un atto di indirizzo politico. Ma gli atti di indirizzo, quando vengono scritti con certe parole, sono come chiodi piantati nel muro: indicano dove si vuole andare.
Il testo muove da un presupposto: che la presenza di manifestazioni “anti-aborto” nei pressi delle strutture sanitarie possa incidere sul “diritto alla salute psico-fisica” delle donne. Fin qui, chiunque può capire che esistano situazioni in cui una donna, già provata e fragile, possa vivere male l’incontro con chi le rivolge messaggi o le mostra immagini scioccanti. È un tema delicato, umano, non liquidabile con superficialità.
Ma il salto avviene quando il documento fa scivolare il discorso dalle condotte concrete (insulti, pedinamenti, riprese, ostacoli all’accesso) a una categoria amorfa: “pressione psicologica”, fino a evocare la preghiera come forma “celata” di intimidazione.
Qui il diritto cambia natura. Perché le condotte violente sono definibili, verificabili, punibili con strumenti già esistenti , mentre il concetto di pressione psicologica è invece elastico, ambiguo, potenzialmente illimitato: dipende dalla percezione di chi la subisce e dall’interpretazione di chi la valuta.
E quando la soglia del lecito viene fissata non più sulla base dell’azione, ma sulla base dell’effetto emotivo si entra in una logica pericolosa: la logica per cui lo Stato non tutela solo l’accesso a un servizio, ma pretende di garantire un accesso privo di qualunque presenza morale dissenziente.
Quando si parla di preghiera non stiamo discutendo di un volantino qualsiasi, né di una protesta generica. Stiamo parlando di un atto che, per milioni di persone, è la forma più profonda dell’identità: la relazione con Dio, il senso del bene e del male, la coscienza. Definire la preghiera come “pressione psicologica” significa suggerire che la libertà religiosa è tollerata finché resta confinata nell’intimo o in luoghi “autorizzati” (chiese, case, spazi privati) ma quando diventa visibile nello spazio pubblico e tocca un tema sensibile (vita nascente, aborto), allora perde legittimità e diventa sospetta, perfino sanzionabile.
Questa non è neutralità. È un’idea precisa di società: una società in cui la religione deve essere privatizzata, resa muta, resa inoffensiva. Una società in cui non si vieta formalmente di credere, ma si scoraggia di testimoniare pubblicamente ciò in cui si crede quando quel credo contraddice un diritto politicamente “blindato”.
Chi pensa che in Italia si tratti solo di una polemica ideologica dovrebbe guardare al Regno Unito, dove il modello delle “safe access zones” è già pienamente operativo.
In Inghilterra e Galles, il Public Order Act 2023, con la Section 9, ha creato zone di accesso sicuro di 150 metri attorno ai luoghi che forniscono servizi abortivi. Dentro quella zona è vietata una gamma di comportamenti che, in modo intenzionale o “reckless” (sconsiderato), possano influenzare la decisione di abortire o interferire con l’accesso.
Qualcuno potrebbe dire: “Serve a evitare molestie”. Ma la questione vera non sta nel principio astratto. Sta nel perimetro interpretativo. Perché il linguaggio della norma e delle indicazioni applicative fa sì che il concetto di “influenza” possa includere anche azioni non violente e perfino non verbali. La guidance governativa chiarisce che la “mera presenza” non è automaticamente reato, ma che l’intento di influenzare è decisivo: e l’intento, come sappiamo, è spesso materia scivolosa, dedotta da segnali, simboli, contesti.
Il punto critico, qui, è che la preghiera – persino silenziosa – può essere letta come un modo di “influenzare”, perché comunica un giudizio morale: l’aborto come male, la vita come bene. E infatti nel dibattito britannico è emerso più volte che l’obiettivo pratico di molte buffer zones è proprio eliminare quella presenza, anche quando è quieta e discreta.
Non è teoria: in UK abbiamo già avuto procedimenti e condanne legati a zone protette introdotte prima della normativa nazionale (PSPO locali), come nel caso di Bournemouth, dove una figura pro-life è stata giudicata colpevole per essersi trovata all’interno dell’area vietata con un messaggio di disponibilità al dialogo.
Se il Regno Unito (Inghilterra e Galles) ha costruito una cornice severa, la Scozia l’ha resa ancora più ampia e più controversa.
Con l’Abortion Services (Safe Access Zones) (Scotland) Act 2024, sono state introdotte safe access zones di 200 metri. In questo contesto di parla non solo di preghiere in luogo pubblico, ma addirittura in luoghi privati, case di abitazioni che risiedono all’interno delle buffer zone, al punto che una preghiera detta dentro la propria casa e denunciata da qualcuno, potrebbe incappare nella sanzione prevista dalla norma . Il Parlamento scozzese, nei suoi materiali di analisi, ha evidenziato le questioni interpretative, e il tema è diventato politico quando si è discusso se e come la legge possa toccare comportamenti tenuti dentro casa ma percepibili dall’esterno.
In mezzo a questo dibattito, la cronaca ha aggiunto un elemento decisivo: nel 2025 è avvenuto un arresto molto discusso, quello di Rose Docherty (74 anni) nei pressi di una struttura a Glasgow, citato come primo caso di arresto connesso alla nuova disciplina scozzese.
Il valore simbolico è enorme: anche quando la condotta è non violenta, anche quando non c’è blocco fisico, lo Stato manda un segnale: qui non è ammessa una testimonianza pubblica “contro-culturale” sul tema aborto.
È esattamente il tipo di “deriva” che in Italia rischiamo di importare, se si accetta il paradigma secondo cui preghiera e dissenso pacifico sono, per definizione, forme di pressione psicologica.
Gli Stati Uniti, come sempre dalla loro costituzione ufficiale, sono un mondo a parte, ma offrono un avvertimento: quando si politicizza eccessivamente la repressione (o la tolleranza) su temi etici, si finisce in un pendolo continuo che non tutela davvero nessuno.
La norma di riferimento è il FACE Act (1994), nato per reprimere minacce, violenza e ostruzione fisica contro cliniche e luoghi di culto. Negli ultimi anni, l’applicazione del FACE Act ha colpito anche attivisti pro-life coinvolti in blocchi o intrusioni non armate ma invasive. Nel gennaio 2025, il presidente Donald Trump ha concesso il perdono a 23 attivisti pro-life condannati in vari casi legati al FACE Act.
Qui è importante essere rigorosi: diversi di quei casi non riguardavano “solo” una preghiera silenziosa; in talune vicende sono stati contestati blocchi fisici, interruzioni di attività e condotte che una democrazia può legittimamente reprimere.
Ma ciò che interessa, per l’analisi italiana, è la dinamica: la questione diventa un simbolo politico, e le decisioni dello Stato oscillano tra severità punitiva e atti di clemenza presentati come “difesa della fede”.
È proprio questo che dovremmo evitare: trasformare il tema in una guerra di potere in cui la libertà religiosa viene compressa o “concessa” a seconda del colore del governo. Le libertà fondamentali dovrebbero essere stabili, non pendolari.
Riteniamo che non sia pensabile che una veglia di preghiera costituisca una pressione psicologica nel senso di un comportamento indebito, a meno di non voler cambiare la definizione stessa di pressione che implica un’interferenza diretta con la volontà altrui, un contatto insistente, intrusivo, non richiesto, un tentativo di condizionamento con strumenti aggressivi (verbali, visivi, fisici).
Una veglia discreta, silenziosa, senza inseguimenti e senza imposizione, non è pressione. È testimonianza: presenza di un’idea nello spazio pubblico.
E in una democrazia il punto non è garantire che nessuno debba mai imbattersi in idee che lo turbano. Il punto è garantire che nessuno sia aggredito o impedito. Se trasformiamo il turbamento in criterio di illegalità, apriamo una porta enorme: qualunque dissenso può essere vietato perché “fa stare male” qualcuno.
Questo criterio è intrinsecamente illiberale. E non riguarda solo aborto. Pensiamo a qualunque protesta sociale: uno sciopero “mette pressione” psicologica a un’azienda, un presidio ambientalista “mette pressione” a un governo, un sit-in contro una guerra “mette pressione” morale a chi lavora in un settore militare.
La democrazia vive di questa tensione, purché resti entro i limiti del rispetto e della non violenza. Se la democrazia pretendesse la sterilità emotiva dello spazio pubblico, sarebbe già morta.
Quando si costruiscono “zone sicure” con una definizione ampia e ideologicamente orientata, spesso accade questo: la libertà religiosa viene trattata come una libertà minore, una libertà che si può comprimere perché “tanto puoi pregare altrove”.
Ma la libertà religiosa non è un hobby domestico. È un diritto fondamentale che include anche la dimensione pubblica: professare, esprimere, testimoniare. E soprattutto include il diritto di farlo senza che lo Stato decida quali contenuti spirituali sono “accettabili” e quali diventano sospetti.
La risoluzione emiliana, citando la preoccupazione per pressioni “celate sotto forma di preghiera”, indica chiaramente che il bersaglio non è solo l’insulto o la molestia: è anche la dimensione spirituale, se si manifesta in un luogo dove non è gradita.
Inoltre è del tutto evidente che non si difende la donna reprimendo il dissenso pacifico, ma si difende la donna reprimendo la molestia e tutelando l’accesso, senza introdurre un nuovo principio per cui la presenza di un valore alternativo è, di per sé, una forma di violenza.
È facile pensare che questa sia una battaglia di parte: pro-choice contro pro-life, laici contro credenti. Ma se la guardiamo bene, è una questione più profonda: riguarda la struttura della libertà nello spazio pubblico.
Oggi il bersaglio simbolico è la veglia per la vita nascente. Domani potrebbe essere qualsiasi altra voce morale che il potere considera “ingombrante”: sulla fine vita, sulla famiglia, sull’educazione, sul lavoro, sulla guerra. Il meccanismo è sempre lo stesso: si prende una categoria emotiva (“pressione psicologica”), la si innalza a criterio giuridico, e si crea un perimetro in cui il dissenso deve sparire.
Le esperienze britannica e scozzese mostrano che questa non è fantascienza: le safe access zones sono realtà e hanno già prodotto interventi delle autorità anche verso condotte non violente. E l’esperienza americana mostra quanto rapidamente tutto possa diventare strumento di scontro politico, con la libertà religiosa usata come bandiera da una parte e come sospetto dall’altra.
Per questo la domanda che dovremo porci è se accettare che lo Stato, in nome della “sicurezza emotiva”, possa cancellare la visibilità di una fede e di un’idea pacifica.
Perché una democrazia che arriva a temere un rosario non è una democrazia “più sicura”. È una democrazia più fragile. E, lentamente, meno libera.
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