Christopher Nolan ha costruito la sua carriera raccontando il tempo, la memoria e l’identità. Con questa cifra stilistica si è avvicinato al grande poema epico della letteratura mondiale, l’Odissea di Omero, realizzando una delle trasposizioni più celebri del mito. Questo rapporto è stato argomento di dibattito dello Screen Talk realizzato al The Screen Cinemas di Messina, ideato dal critico cinematografico Giorgio Maria Alori. Presenti i docenti dell’Università di Messina Giuseppe Ucciardello e Federico Vitella, due voci differenti che hanno offerto un particolare sguardo critico.
Ulisse appare sin da subito un protagonista tormentato, segnato dalle esperienze vissute, non soltanto dalla battaglia che ha distrutto Troia. Sullo schermo lo vediamo provato dagli anni trascorsi, si racconta e si scopre con Calipso e, attraverso continui flash back, lo spettatore riscopre il suo passato. Forse questo rappresenta uno dei maggiori punti di contatto con la narrazione di Omero, dove è lo stesso Ulisse a raccontare le proprie avventure alla corte dei Feaci.
Questo format, che unisce fruizione del film e dibattito dal vivo, vuole provare a uscire dalle dinamiche di un’epoca sempre più social e costruire confronti più diretti e costruttivi.
Dal grande schermo al confronto con il pubblico
A introdurre la proiezione del film è stato Giorgio Maria Aloi, che ha ripercorso le principali trasposizioni cinematografiche del poema omerico, ricordando il kolossal del 1958 e la miniserie televisiva prodotta dalla Rai nel 1968, fino ad arrivare alla versione di Nolan.
«Ogni adattamento ha cercato una propria identità. Questo è il primo film girato interamente in IMAX e rappresenta un nuovo modo di raccontare la storia. Nolan ci restituisce un personaggio che, durante il suo viaggio di ritorno a Itaca, cerca continuamente di ritrovare sé stesso. Anche noi, come lui, vivremo questo viaggio in prima persona e, al termine della visione, torneremo alle nostre vite portando con noi qualcosa in più».
Dopo il film, hanno preso la parola i due ospiti presenti al dibattito.

Nel suo intervento, il professor Giuseppe Ucciardello, docente di Letteratura greca dell’Università di Messina, ha guidato il pubblico in un confronto tra il poema omerico e la trasposizione cinematografica di Nolan, evidenziando come il regista abbia mantenuto alcuni elementi fondamentali dell’opera pur rielaborandone la struttura narrativa.
Tra le differenze più significative spiccano l’assenza della prova del letto nuziale che sancisce il definitivo riconoscimento tra Ulisse e Penelope e la mancata rappresentazione dell’epilogo del XXIV libro, in cui il conflitto seguito alla strage dei Proci viene risolto grazie all’intervento della dea Atena. Inoltre, molte delle novità introdotte da Nolan, ha evidenziato Ucciardello, non sono invenzioni del regista ma appartengono ad altre tradizioni del mito greco. Tra questi figura Sinone, protagonista dell’inganno del cavallo di Troia e personaggio noto soprattutto grazie all’Eneide di Virgilio.
Ampio spazio è stato dedicato anche al riferimento ai Popoli del Mare, più volte evocati nel film. Pur non comparendo nel poema omerico, si tratta di popolazioni realmente documentate da fonti storiche egizie. Secondo il docente, Nolan utilizza questo elemento per offrire una lettura storica della fine della civiltà micenea, richiamando una delle principali ipotesi formulate dagli studiosi sulle cause del collasso dell’età del Bronzo.
«I poemi omerici sono opere letterarie ma affondano le loro radici in eventi storici e archeologici. Le testimonianze ittite, ad esempio, parlano di Wilusa, identificata con Troia, e degli Ahhiyawa, che potrebbero corrispondere agli Achei della tradizione greca».
Infine, Ucciardello ha individuato nella xenia, il sacro principio dell’ospitalità, uno dei temi centrali della rilettura proposta da Nolan. «Il cavallo di Troia è innanzitutto un inganno che tradisce la fiducia di chi accoglie. Per questo il senso di colpa che accompagna Ulisse nel film nasce proprio dalla violazione di quel principio fondamentale della cultura greca». Secondo il docente, è attorno a questa idea che il regista costruisce la dimensione più umana e tormentata del protagonista.
Nella parte conclusiva del suo intervento, Ucciardello si è soffermato sul finale scelto da Nolan, mettendolo a confronto con quello dell’Odissea e con altre tradizioni del mito, richiamando la profezia di Tiresia, secondo cui Ulisse, una volta tornato a Itaca, è destinato a ripartire.

A offrire una lettura cinematografica dell’opera è stato il professor Giuseppe Vitella, docente di Storia del Cinema all’Università di Messina, che ha definito l’Odissea di Nolan un perfetto esempio di “blockbuster d’autore”.
Secondo Vitella, il film si colloca al centro di un dibattito che accompagna da sempre il cinema di Nolan: da una parte chi lo considera una grande produzione hollywoodiana che si prende molte libertà rispetto al testo originale, dall’altra chi lo riconosce come uno dei maggiori autori del cinema contemporaneo. «La risposta – ha osservato – probabilmente sta proprio nel mezzo: entrambe le definizioni sono corrette».
Il docente ha spiegato come il termine blockbuster d’autore sintetizzi questa doppia natura. Da un lato si tratta del progetto più imponente realizzato da Nolan, con un budget di circa 250 milioni di dollari, pensato per conquistare il mercato internazionale. Una produzione che si riflette nell’importanza del cast, nelle riprese effettuate in numerose location naturali – comprese alcune italiane – e nell’impiego della tecnologia IMAX, scelta per valorizzare al massimo la spettacolarità dell’opera.
Dall’altro lato, però, il film conserva tutti gli elementi che rendono riconoscibile il linguaggio del regista britannico.
«Essere un autore – ha spiegato Vitella – significa riuscire a imprimere una poetica personale a un’opera collettiva come il cinema. Nolan possiede temi ricorrenti e uno stile immediatamente riconoscibile, tanto che guardando un suo film è possibile ritrovare soluzioni narrative già presenti nelle sue opere precedenti».
Proprio per questo, secondo il docente, l’Odissea rappresentava un soggetto ideale per Nolan. «È un regista che ha sempre riflettuto sul tempo e sulla memoria. Basta pensare a film come Interstellar o Tenet».
Vitella ha quindi posto l’attenzione su un altro aspetto fondamentale dell’opera: la dimensione sensoriale. Riprendendo la definizione di film-concerto, ha spiegato come il lungometraggio sia stato concepito per essere vissuto sul grande schermo più che attraverso una fruizione domestica.

«Il cinema – ha affermato – è prima di tutto un’esperienza fisica e collettiva. Alcuni film, e questo è certamente uno di quelli, esprimono pienamente il loro potenziale soltanto in sala». Importante anche l’aspetto sonoro, che supera la semplice funzione di accompagnamento musicale per diventare parte integrante dell’esperienza narrativa.
«Quello che Nolan costruisce – ha concluso – è un’esperienza immersiva, nella quale immagini e suono coinvolgono lo spettatore non soltanto sul piano razionale, ma anche su quello emotivo e fisico».
A chiudere l’evento è stato il confronto con il pubblico, che ha trasformato la proiezione in un momento di dialogo, toccando grandi temi della nostra contemporaneità.
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