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Intervista a Mario Venuti: la sintesi dei suoi mondi musicali tra carne, cielo e suoni senza confini

Un dialogo con il cantautore siciliano sul nuovo album, tra suoni mediterranei, influenze brasiliane e riflessioni sull’animo umano

L’album Tra la carne e il cielo (Microclima, 2024) è un ritratto della personalità di Mario Venuti: un artista che non si piega alle convenzioni e sfida il politically correct, unendo mondi musicali diversi in una sintesi originale, in equilibrio tra radici e sperimentazione. Alcuni brani parlano alla pancia, altri alla testa come Paradiso, altri ancora solo al cuore. Perché la natura umana è così: complessa, fatta di opposti. Il suo percorso attraversa quarant’anni di carriera e un sound contaminato, dal Mediterraneo al Brasile.

Incontro Mario Venuti a Oliveri, in una cornice da togliere il fiato: il cielo stellato, il profilo del Tindari, le onde del Tirreno e l’energia del pubblico. Questa sera Mario Venuti sarà sul palco da solo, con la sua chitarra. Suonerà alcuni pezzi del suo ultimo album, i brani più conosciuti della sua produzione e omaggerà alcuni dei suoi modelli brasiliani e italiani più amati.

Ci farai ascoltare “Tra la carne e il cielo” e sarai sul palco da solo: che tipo di energia ti dà questa formula?

Il concerto da solo con chitarra e voce ha una sua tradizione, mi riferisco ai miei modelli sia italiani sia brasiliani. Caetano Veloso, per esempio. La chitarra classica può essere una piccola orchestra se pizzicata con sapienza. In Italia abbiamo avuto grandi cantastorie che usavano la chitarra classica per raccontare storie in forma di canzone, come Domenico Modugno, che omaggerò questa sera, o Pino Daniele, che con una chitarra creava pura magia. Prima di loro, Roberto Murolo cantava le canzoni della tradizione napoletana con uno stile elegante e minimalista, senza urlare: aveva una voce sottile e la chitarra classica ha poco volume, diventava tutto molto intimo.

Tra la carne e il cielo è un titolo potente e simbolico. Come nasce questa immagine? Li consideri realmente due estremi in questo momento della tua vita?

La natura umana è una continua ricerca di equilibrio tra gli opposti. Ci muoviamo fra la nostra natura più terrena, carnale, con un’aspirazione verso l’alto, per fortuna. Non necessariamente religiosa e spirituale, parlo della ricerca della bellezza, del gusto per la cultura, dell’amore per la musica. È una tensione che ho sperimentato quasi tutta la vita e i brani del mio disco, quasi senza volerlo, parlano di questo. Mi piace giocare con i contrasti e poi c’è la mia vita dentro: in alcune copertine dei brani ho messo degli scatti degli anni Settanta, di quando ero bambino.

Molti brani del disco hanno contrasti molto forti: a temi impegnati (incuria delle città, povertà, amori sofferti, omosessualità) corrisponde una melodia più leggera. Perché questa scelta?

Perché mi piacciono molto i contrasti e raccontano di più. Anche con modi delicati si possono proporre le cose, ci si può permettere di veicolare argomenti più importanti, e magari proprio grazie al contrasto arrivano in modo diverso. Faccio anche canzoni d’amore, ma mi interessa parlare anche di argomenti che fanno riflettere. Non mi piacciono gli slogan, non necessariamente. Mi piace stimolare la sensibilità e il pensiero critico, e la musica riesce a fare anche questo. Per esempio in Degrado racconto l’incuria delle città del sud, in particolare della città in cui vivo, Catania, tra le più colpite in Italia insieme a Palermo.

In effetti questo brano termina con un messaggio positivo: alla fine rimaniamo qui, legati dall’affetto della nostra terra, e proprio per questo dovremmo prendercene cura. Guardando indietro alla tua carriera, c’è un filo rosso che collega i tuoi primi lavori a questo nuovo album?

Sì, credo di sì. Riflettendoci bene, credo ci sia una specie di cross over che va dal Mediterraneo al Brasile, passando anche dall’Inghilterra. Ho sperimentato questa formula con i miei primi dischi degli anni ’90 e continua a rappresentarmi ancora oggi. È una formula ancora valida e mi riconosco pienamente in quel progetto artistico perché rispecchia la mia personalità. Sono mediterraneo, amo il Brasile e vengo dal rock: da giovane con i Denovo e in tante altre esperienze. La sintesi di questi mondi musicali è una cosa che ho costruito nel tempo, seguendo una mia ricerca personale, è qualcosa che mi contraddistingue, mi rende riconoscibile. Non sono mai stato il classico cantautore, ho sempre cercato un linguaggio tutto mio.

Al termine della nostra chiacchierata, tra la terra e il mare, e Tra la carne e il cielo, Mario Venuti regala al pubblico un frammento autentico della sua lunga e intensa storia musicale.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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