Una tiktoker, un consigliere regionale e una bandiera italiana: tre elementi apparentemente lontani che, uniti, sono bastati a far esplodere un caso politico capace di catalizzare l’attenzione dei media e infiammare il dibattito sui social. L’episodio, nato da un video virale, ha superato la dimensione dell’aneddoto per trasformarsi in un’occasione di riflessione collettiva. Popolo o cittadini, a chi si rivolge davvero oggi la politica? E quale idea di democrazia stiamo alimentando in un’epoca in cui la ricerca di visibilità sembra talvolta prevalere sulla sostanza delle istituzioni? La vicenda, con la sua miscela di provocazione, simbolismo e comunicazione digitale, apre scenari che toccano non solo il rapporto tra rappresentanti e rappresentati, ma anche il modo in cui viviamo e interpretiamo la partecipazione democratica.
Il caso Di Fenza e la reazione di Calenda
Protagonista della vicenda è Pasquale Di Fenza, consigliere regionale della Campania eletto con Azione, il partito guidato da Carlo Calenda. Di Fenza ha accolto nel proprio ufficio istituzionale la tiktoker Rita De Crescenzo, nota per i suoi contenuti folkloristici e provocatori, e insieme hanno girato un video subito diventato virale.
Il contesto del filmato, con inni patriottici in sottofondo e il tricolore sullo sfondo, trasmetteva un’atmosfera più vicina a un palcoscenico social che a una sede istituzionale. La risposta di Calenda è stata immediata e netta: espulsione dal partito e un messaggio chiaro. «Il rispetto per le istituzioni viene prima della visibilità sui social», ha dichiarato. Una presa di posizione che ha diviso l’opinione pubblica e riacceso il dibattito sull’uso dell’immagine politica come strumento di consenso.
Popolo e cittadini: due parole, due visioni opposte
L’accaduto riporta al centro una distinzione fondamentale, spesso trascurata nel dibattito pubblico: quella tra popolo e cittadini. Due termini che, pur usati come sinonimi nel linguaggio politico, incarnano concezioni molto diverse del rapporto tra individui e potere.
Il popolo, nella retorica politica – soprattutto populista – è evocato come una massa indistinta, un’entità collettiva e idealizzata, spesso contrapposta alle élite. È una voce unica e indiscutibile che legittima chi afferma di rappresentarla. In questo racconto, il popolo non discute: acclama. Non partecipa: autorizza. Si avvicina più alla figura del suddito che a quella del cittadino.
Il cittadino, invece, è un soggetto attivo: un individuo consapevole, titolare di diritti e doveri, capace di partecipare, dialogare ed esercitare spirito critico. La cittadinanza implica educazione civica, confronto democratico e coinvolgimento autentico nelle decisioni pubbliche.
La scorciatoia del populismo
Tra queste due visioni si colloca il populismo, un fenomeno trasversale che può emergere sia a destra che a sinistra. Il suo tratto distintivo è la semplificazione estrema della realtà, con una narrazione che divide il mondo tra “noi” e “loro”, tra il popolo virtuoso e le élite corrotte.
Il populismo parla al popolo, ma non dialoga con i cittadini. E, in nome di una democrazia “diretta” o “autentica”, finisce spesso per aggirare i principi stessi della democrazia: confronto, mediazione e pluralismo.
Social media e politica: la nuova piazza è uno show?

A rafforzare questa deriva c’è il ruolo crescente dei social media. Nati come strumenti di partecipazione e interazione, sono diventati potenti amplificatori di visibilità immediata.
Sempre più spesso, il contenuto politico cede il passo allo slogan, al video virale, all’indignazione “usa e getta”. In questo contesto, il cittadino rischia di trasformarsi in un semplice follower: spettatore passivo di una politica che rincorre il consenso facile anziché alimentare un dibattito informato.
La partecipazione viene confusa con il “mi piace”, l’impegno con la condivisione, il confronto con la logica dell’algoritmo, favorendo una politica che privilegia l’immagine alla sostanza.
Ricostruire la politica: con i cittadini, non sopra di loro
Eppure, esempi come quello di Calenda dimostrano che esiste un’alternativa. Significa saper dire dei no, come nel caso dell’espulsione di Di Fenza, ma anche costruire un’idea di politica fondata sulla serietà delle istituzioni, sulla formazione civica e sul coinvolgimento reale delle persone.
La sfida è linguistica, culturale e democratica: restituire valore alle parole – popolo, cittadino, partecipazione – per rimettere al centro la qualità del discorso pubblico e della rappresentanza.
Non basta dichiarare di agire in nome del popolo: serve costruire la politica con i cittadini, riconoscendoli per ciò che sono – soggetti attivi, intelligenti e capaci di decidere insieme.
In un tempo in cui la democrazia rischia di diventare una caricatura rumorosa, tornare al significato profondo delle parole può essere il primo passo per restituirle sostanza.
Per rimanere sempre aggiornati su temi di politica, società e attualità, continuate a seguire PDQ Magazine su pdqmagazine.com
