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Consenso informato e scuola: perché il diritto dei genitori a sapere non dovrebbe spaventare nessuno

Trasparenza, responsabilità educativa e ruolo delle famiglie nel dibattito sull’educazione affettiva

L’approvazione del disegno di legge promosso dal ministro Valditara sul consenso informato per le attività di educazione sessuo-affettiva nelle scuole ha suscitato reazioni molto forti. Tra le più critiche vi è stata quella della CGIL che hanno definito il provvedimento una misura regressiva, capace di ledere l’autonomia scolastica, la libertà di insegnamento e il diritto delle nuove generazioni a un percorso formativo laico e pluralista. Si è arrivati perfino a parlare di approccio moralista, sessuofobo e di una volontà politica volta a censurare il dibattito sull’affettività e sui diritti.

Eppure, prima ancora di schierarsi, sarebbe utile compiere un esercizio sempre più raro nel dibattito pubblico contemporaneo: leggere ciò che la legge effettivamente prevede e confrontarlo con le accuse che le vengono rivolte.

Cosa prevede realmente il provvedimento

La prima osservazione riguarda proprio il contenuto del provvedimento. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare ascoltando alcune polemiche, la legge non vieta l’insegnamento della biologia, della riproduzione umana, del rispetto reciproco, dell’educazione civica o della prevenzione della violenza. Non cancella le Indicazioni Nazionali, non impedisce agli insegnanti di affrontare temi legati alla crescita, alle relazioni o alla conoscenza del corpo umano. Tutto ciò che già fa parte dei programmi scolastici continua a rimanere tale.

La novità è molto più limitata e, al tempo stesso, molto più semplice: quando vengono organizzate attività specifiche riguardanti l’educazione sessuo-affettiva, soprattutto attraverso progetti aggiuntivi, incontri con esperti esterni o percorsi extracurricolari, le famiglie devono essere preventivamente informate sui contenuti e devono poter esprimere il proprio consenso.

Il significato del consenso informato

Vale la pena fermarsi un istante su questo punto. Perché il vero interrogativo non è tanto se si condivida o meno la norma, quanto comprendere perché una simile previsione venga descritta da alcuni come una minaccia alla libertà. In fondo stiamo parlando di un principio che consideriamo normale in molti altri ambiti della vita pubblica.

Il consenso informato rappresenta una conquista di civiltà quando riguarda la salute, i trattamenti medici o altre attività che coinvolgono direttamente la persona. Diventa improvvisamente problematico soltanto quando si affrontano temi che riguardano l’educazione affettiva e sessuale dei minori. È una contraddizione che merita di essere evidenziata.

Due diverse visioni del rapporto tra scuola e famiglia

La questione, in realtà, è molto più profonda della singola legge. Dietro questa polemica si intravedono due diverse concezioni del rapporto tra famiglia, scuola e Stato.

Da una parte vi è chi considera la scuola il luogo nel quale lo Stato può e deve svolgere una funzione educativa sempre più ampia, arrivando talvolta a sostituire o ridimensionare il ruolo delle famiglie. Dall’altra vi è chi ritiene che la scuola svolga una funzione fondamentale, ma complementare rispetto a quella della famiglia, che rimane il primo soggetto responsabile dell’educazione dei figli. Non si tratta di una disputa nuova. È una questione che attraversa la storia del pensiero occidentale.

Le radici culturali del principio di sussidiarietà

Già Aristotele osservava che l’uomo nasce all’interno di comunità naturali che precedono l’organizzazione politica. La famiglia non è una creazione dello Stato, ma una realtà originaria, anteriore ad esso. San Tommaso d’Aquino svilupperà ulteriormente questa intuizione sostenendo che l’autorità politica deve sostenere le comunità naturali e non assorbirne le funzioni.

Da questa tradizione nascerà, molti secoli dopo, il principio di sussidiarietà, uno dei cardini della civiltà giuridica europea: ciò che può essere svolto dalle persone, dalle famiglie o dalle comunità più vicine all’individuo non dovrebbe essere sottratto e trasferito a un livello superiore di potere.

Non è una teoria confessionale. È un principio che ritroviamo anche nell’ordinamento costituzionale italiano. L’articolo 30 della Costituzione riconosce infatti il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. La scuola svolge una funzione essenziale e preziosa, ma non sostitutiva. Collabora con la famiglia, non la rimpiazza.

Trasparenza e responsabilità educativa

Alla luce di questo principio, risulta difficile comprendere come il fatto di informare preventivamente i genitori sui contenuti di determinati progetti educativi possa essere interpretato come una lesione dei diritti fondamentali. Al contrario, sembra rappresentare il riconoscimento di una responsabilità che l’ordinamento già attribuisce alle famiglie.

Le critiche più severe sostengono che il provvedimento limiterebbe il pluralismo e la libertà di insegnamento. Anche qui sarebbe opportuno interrogarsi sul significato delle parole.

consenso scuola

Libertà di insegnamento e trasparenza

La libertà di insegnamento non coincide con l’assenza di trasparenza. Un insegnante continua a essere libero di insegnare. Una scuola continua a essere libera di proporre attività. Nessuno impedisce l’organizzazione di percorsi educativi. Ciò che cambia è semplicemente la possibilità per le famiglie di conoscere preventivamente contenuti, finalità e soggetti coinvolti.

Se un progetto educativo è valido, equilibrato e rispettoso della dignità della persona, non si comprende quale sia il problema nell’illustrarlo ai genitori. La trasparenza non è mai il contrario della libertà. Ne è spesso una condizione.

Il pluralismo e il ruolo delle associazioni esterne

Lo stesso vale per il pluralismo. Una società realmente pluralista non impone una visione culturale unica presentandola come neutrale e indiscutibile. Al contrario, riconosce che su alcuni temi possano esistere sensibilità differenti, prospettive diverse e legittime opinioni contrastanti.

Negli ultimi anni molte attività di educazione affettiva e sessuale sono state affidate ad associazioni esterne, spesso vicine a certi ambienti politici ben definiti, e finanziate direttamente o indirettamente con risorse pubbliche. Molte di esse svolgono certamente un lavoro serio e utile. Altre, tuttavia, hanno proposto approcci che hanno suscitato interrogativi non soltanto sul piano etico o religioso, ma anche su quello pedagogico, medico e scientifico.

Di fronte a tale situazione, la richiesta di conoscere in anticipo i contenuti non dovrebbe apparire scandalosa. Dovrebbe essere considerata una normale garanzia democratica.

Il rischio della delegittimazione del dissenso

Ciò che colpisce maggiormente nel dibattito di questi anni è piuttosto la tendenza a delegittimare chiunque esprima dubbi. Chi chiede trasparenza viene spesso accusato di oscurantismo. Chi pone domande viene definito retrogrado. Chi non aderisce a determinate impostazioni culturali viene facilmente etichettato come omofobo, sessuofobo o nemico dei diritti.

È una dinamica che il filosofo Augusto Del Noce aveva intuito con straordinaria lucidità. Secondo Del Noce, una delle caratteristiche delle società contemporanee consiste proprio nel presentare determinate scelte culturali come inevitabili e indiscutibili. Chi dissente non viene considerato portatore di una diversa visione del mondo, ma semplicemente qualcuno che non ha ancora compreso il senso della storia.

Il valore del confronto in una società libera

Eppure una società libera dovrebbe funzionare diversamente. Dovrebbe accettare il confronto. Dovrebbe rispondere alle argomentazioni con altre argomentazioni. Dovrebbe considerare il dissenso una ricchezza e non una patologia da correggere.

In questo senso, forse, la questione del consenso informato va ben oltre il contenuto della legge stessa. Tocca il modo in cui concepiamo la libertà, il pluralismo e il rapporto tra istituzioni e cittadini.

La lezione di Tocqueville

Alexis de Tocqueville, osservando le democrazie moderne, metteva in guardia dal rischio di uno Stato sempre più presente, sempre più convinto di sapere cosa sia meglio per i cittadini, fino a sostituirsi progressivamente alle comunità naturali e ai corpi intermedi. Non attraverso la coercizione, ma attraverso una tutela costante che finisce per ridurre gli spazi di responsabilità personale. Forse è anche di questo che stiamo discutendo.

consenso informato scuola - Alexis_de_tocqueville

La domanda che resta aperta

Perché, al netto delle contrapposizioni ideologiche, rimane una domanda molto semplice alla quale i critici della legge raramente rispondono: se i contenuti proposti nelle scuole sono realmente equilibrati, rispettosi della dignità umana, pedagogicamente validi e scientificamente fondati, perché dovrebbe essere un problema presentarli preventivamente alle famiglie?

Nessuna libertà viene compressa quando un genitore sa cosa viene insegnato a suo figlio. Nessun diritto viene negato quando una famiglia può conoscere in anticipo i contenuti di un progetto educativo. Una società veramente libera non teme la trasparenza. Non teme il coinvolgimento delle famiglie. Non teme il confronto. La vera domanda, allora, non è perché i genitori debbano essere informati. La vera domanda è perché qualcuno ritenga che non debbano esserlo.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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