HomeCronacaSei donne uccise in pochi giorni: quando un omicidio diventa femminicidio?

Sei donne uccise in pochi giorni: quando un omicidio diventa femminicidio?

Da Ferragosto una sequenza di delitti attraversa l’Italia. Vittime uccise da uomini della loro cerchia affettiva, ma non tutti i casi hanno oggi la stessa qualificazione: cosa distingue l’omicidio di una donna dal femminicidio?

Cinque donne uccise da Ferragosto in quattro giorni, mentre una sesta è morta il 17 agosto dopo 25 giorni di agonia per l’aggressione subita dal marito il 23 luglio scorso. Tutte donne uccise da un uomo appartenente alla cerchia affettiva della vittima.

Ma non sei femminicidi, almeno non secondo le qualificazioni che emergono allo stato attuale dalle indagini. Casi diversi, contesti sociali e territori differenti. Restano però alcuni denominatori comuni. Ornella Forastefano, 46 anni. Tania Terrin, 39. Joanna Rouissi, 50. Maria D’Alessandro, 76. Carmela Bifano, 72. Michela Rubiu, 47.

Ornella Forastefano, 46 annii: una morte dopo le violenze

Ornella Forastefano, originaria di Cassano allo Ionio, ha cresciuto da sola i suoi due figli Maria ed Ettore Cosentino, con i quali gestiva un bar a Trebisacce. La recente testimonianza rilasciata dalla figlia, permette di tracciare un quadro nitido su di lei: una donna forte, determinata, che ha cresciuto i figli facendo molti sacrifici, tanto che la Maria la definisce la sua “migliore amica”. Poco si sa, invece, dell’uomo che l’ha ammazzata di botte, già noto alle forze dell’ordine.

Ornella Forastefano è stata trovata in fin di vita la notte tra il 15 e il 16 agosto avanti al pronto soccorso dell’ospedale di Trebisacce “Guido Chidichimo” in provincia di Cosenza. Ma l’intervento dei medici non è servito: presentava ecchimosi con profonde lesioni e politraumi in tutto il corpo.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la donna sarebbe stata picchiata dal compagno con il quale conviveva, Elvis Metvelaj, un 42 enne albanese che, dopo il decesso della vittima, sarebbe risultato irreperibile fino al 16 agosto, quando è stato rintracciato a Bari, mentre tentava di partire per l’Albania.

Pare non sia chiaro chi abbia portato la donna davanti al pronto soccorso. Durante il primo interrogatori, infatti, l’uomo ha evitato di rispondere.

Elvis Metvelaj sarebbe già comparso nelle cronache giudiziarie nel 2020, quando nell’ambito di un procedimento relativo a un presunto traffico di sostanze stupefacenti sarebbe stato arrestato. Pare che l’uomo le chiedesse dei soldi e che tra i due le liti fossero ricorrenti e violente, tanto che più volte Ornella avrebbe cercato di lasciarlo.

Attualmente il gip di Bari ha convalidato il fermo e ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a suo carico. Contestualmente, è stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura di Castrovillari, competente per territorio.

femminicidio

Tania Terrin, 39 anni: quei tentativi precedenti di ucciderla

I fatti sarebbero accaduti il 15 agosto ma scoperti soltanto il giorno successivo, quando Mariella Forner, la madre di Tania Terrin, si precipitò in casa della figlia nel tentativo di rintracciarla. Non riuscendo ad entrare in casa neppure con l’aiuto dei vicini, chiamò i Carabinieri, che riuscirono ad accedere trovando la donna uccisa sul divano.

Tania Terrin, impiegata, era originaria di Vigonovo e abitava a Camponogara in provincia di Venezia. A ucciderla sarebbe stato Dino Keber, 43 anni, meccanico ed ex compagno della vittima. La relazione tra i due sarebbe terminata, per volere della vittima, diversi mesi prima, ma pare che lui non volesse rassegnarsi. Dopo averla strangolata, si sarebbe recato a Dopo, una frazione di Sambruson sempre a Venezia, dove si sarebbe impiccato nella propria officina.

Secondo le ricostruzioni, l’abitazione non presentava segni di effrazione, quindi è probabile che Tania Terrin avesse aperto la porta per farlo entrare. Sembrerebbe che i due avessero avuto un incontro alcuni giorni prima, in base alle dichiarazioni dei vicini. Questo incontro, tuttavia, va inserito in una dinamica di potere e implicazioni psicologiche più ampie e complesse.

Nell’aprile di quest’anno, Tania Terrin aveva denunciato Dino Kebar per violenza, mostrando anche il certificato medico dell’aggressione. La Questura di Venezia aveva emesso un ammonimento nei confronti dell’uomo, che aveva l’obbligo di starle lontano.

Queste disposizioni avrebbero disteso la situazione, tuttavia Tania Terrin continuava a manifestare disagi e preoccupazioni, arrivando anche ad avvisare i vicini di casa in un gruppo whats app. Avrebbe infatti scritto esplicitamente di non aprire qualora l’uomo si fosse fatto vivo, dato che più volte si presentava sotto casa, allegando anche una sua fotografia.

L’episodio di aprile non sarebbe stato il primo, ma il secondo tentativo di strangolamento. Testimonia così la madre della vittima, affermando di aver accompagnato la figlia dai Carabinieri sei o sette volte. L’uomo, secondo la dichiarazione, riusciva a starle distante circa un mese per poi tornare puntualmente.

Ad aprile, oltre a farle perdere i sensi per lo strangolamento, Dino Keber le aveva fatto male a un timpano. Su questo episodio, era in corso un procedimento per maltrattamenti e lesioni. Tuttavia, lui puntualmente tornava facendo pressioni psicologiche alla vittima: più volte aveva minacciato di uccidersi e pare le avesse mostrato anche il cappio con il quale intendesse farlo.

È probabile che quel loro incontro fosse stato un tentativo per farlo ragionare. Secondo le dichiarazioni rese pubbliche, in quell’occasione i due avevano parlato tranquillamente senza riprendere il rapporto.

Forse questa vittima si sarebbe potuta salvare. In passato Dino Keber era già stato denunciato da altre ex compagna. Nel 2002 la prima, poi nel 2010 e l’ultima nel 2021. Le donne però avevano tutte ritirate le denunce tratte Tania Terrin. Molto forse è l’appello di Mariella Forner rivolto ai Carabinieri: dite la verità alle donne che denunciano. Devono lasciare tutto e far perdere le proprie tracce, non esiste una forma di tutela differente.

femminicidio

Joanna Rouissi 50 anni, uccisa davanti al figlio di 9 anni

“Sono stato io, ho ucciso Joanna”. Sono le parole di Mohamed Habib Rouissi, 69 anni, operaio in pensione, di origini tunisine, marito di Joanna, di origine polacca. Il delitto è avvenuto a Roma, in via Cristoforo Colombo, Colleferro, il 18 agosto verso le 15.30. La donna sarebbe morta a causa delle quattro coltellate alla gola, di fronte al figlio di 9 anni, uno dei cinque della coppia. L’uomo è stato fermato immediatamente, ammettendo il fatto.

Sul caso sta attualmente indagando la procura di Velletri, che sta procedendo contro l’uomo, attualmente in commissariato, per il reato di femminicidio. I cinque figli sono stati portati in una struttura protetta.

In base alle prime ricostruzioni, si trattava dell’ennesimo ligio violento tra i coniugi. In casa, oltre al bimbo di 9 anni, c’era il figlio più grande, un vent’enne che aveva provato a intervenire per fermare il padre, senza riuscirci.

Dopo il delitto, l’uomo sarebbe uscito in strada. A quel punto sarebbe rientrata la sorella maggiore che, trovandosi davanti alla madre in fin di vita e al fratello visibilmente provato, ha chiamato il 112 e, seguendo telefonicamente le istruzioni degli operatori del 118, ha tentato di rianimare la madre fino all’arrivo dei soccorsi. Joanna è però morta per le ferite riportate.

Sulla vicenda interviene anche il Sindaco di Colleferro, Giulio Calamita. Secondo la sua dichiarazione, questo sarebbe il primo caso di femminicidio, in chiave moderna, nella zona. Joanna era conosciuta e apprezzata nel territorio, e sembrerebbe che erano già stati notati diversi segnali che avrebbero rivelato questa dinamica, ma non ritenuti pericolosi. Pare che l’uomo avesse diversi problemi psichici.

Joanna lavorava nell’assistenza alle persone: alcune fonti la indicano come operatrice sociosanitaria in una struttura di Colleferro e riferiscono che in precedenza aveva lavorato come badante per diverse anziane della città. Secondo quanto riportato, una di queste anziane donne sarebbe stata una delle confidenti di Joanna.

Secondo le ricostruzioni, le liti tra i due coniugi sarebbero diventate sempre più frequenti negli ultimi tempi, tanto che Joanna avrebbe chiesto aiuto non solo per sé ma anche per il marito. Non risulterebbero denunce a carico dell’uomo, ma determinante apparirebbe il fatto che Joanna avrebbe cercato di affrontare la situazione portando il marito da uno specialista e interessando la ALS di Colleferro. Era stato fissato un appuntamento nel mese di luglio, ma l’uomo non si era presentato.

femminicidio

Maria D’Alessandro 76 anni: quando l’accusa cambia da femminicidio a omicidio

Il 15 agosto Maria D’Alessandro è stata colpita dal marito Faustino Cardollo, coetaneo, con diverse coltellate e, secondo l’autopsia, la donna è morta a causa del fendente che le avrebbe lesionato la carotide.

Il caso però è passato da femminicidio a omicidio, perché non ci sarebbero informazioni precedenti relative a vicende di violenza. Non esistono infatti agli atti denunce precedenti di Maria D’Alessandro a carico del marito o documenti che attestino aggressioni. Recuperare sottigliezze e implicazioni psicologiche, in certi ambiti domestici, resta tuttavia molto complicato, in considerazione del fatto che le vittime non potranno mai raccontare la loro versione dei fatti.

L’episodio è avvenuto in Campania, in provincia di Benevento, nella villetta a Sant’Angelo a Cupolo. Dopo il delitto, Faustino Cardollo avrebbe chiamato i carabinieri confessando il crimine e tentando poi il suicidio con la stessa arma, senza però riuscirci.

Secondo quanto lo stesso Cardollo fa sapere attraverso il suo legale, nei giorni precedenti al delitto, avrebbe manifestato un malessere profondo e diversi stati d’ansia, tanto da predisporre una visita neurologica. La causa scatenante sarebbe alcune dinamiche che riguardavano la gestione delle sue proprietà. Si tratterebbe però di una sua dichiarazione e non di una conclusione degli investigatori.

Allo stato attuale non sono stati riscontrati elementi chiave da poter determinare una correlazione con il fatto accaduto e lo stato psichico dell’imputato, né un legame che vedrebbe coinvolta la moglie. Nonostante questo, le indagini sono ancora in corso e non hanno escluso nessun aspetto. Si attende una perizia psichiatrica. Rimane certo il fato che l’Avvocato, a causa dello stato di salute del suo assistito, ha chiesto la misura degli arresti domiciliari, ma la richiesta è stata respinta dal gip, per cui Cardullo resta in carcere.

Carmela Bifano, 72 anni: un movente non ancora chiaro

Ad ucciderla sarebbero stati dei colpi alla testa, probabilmente con un masso. Ma si attende l’autopsia per capire le dinamiche esatte del decesso. Carmela Bifano, 72 anni e probabilmente originaria di Acri, è stata trovata senza vita in un fondo agricolo appartenente alla propria famiglia, nella zona di Villaggio Frassa, nell’area urbana di Corigliano, a Corigliano-Rossano.

A dare l’allarme della scomparsa è stato il marito, 80 anni di origine sarda, Pietro Scintu, che avrebbe anche segnalato il ritrovamento della moglie. Durante le prime dichiarazioni, avrebbe detto di aver viso due uomini allontanarsi dal terreno. Affermazione che non trova credito presso gli investigatori.

Scintu viene quindi portato negli uffici del Commissariato di Corigliano-Rossano e sottoposto a un lungo interrogatorio, durato tutta la notte, fino alle 6 di questa mattina 19 agosto 2026. Al termine, la Procura della Repubblica di Castrovillari ha disposto nei suoi confronti un fermo di indiziato di delitto. Pietro Scintu dunque è formalmente indagato e sottoposto a fermo per la morte della moglie. L’uomo avrebbe ammesso le proprie responsabilità durante l’interrogatorio. Non si riesce a definire un movente e le indagini risultano attualmente in corso.

Michela Rubiu 47 anni: 25 giorni di agonia dopo lo sparo del marito

Ha lottato 25 giorni tra la vita e la morte. Michela Rubiu è scomparsa il 17 agosto nel reparto di rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari, dove era stata ricoverata a causa dell’aggressione da parte del marito, Alessandro Pintus, 39 anni, che il 23 luglio scorso le ha sparato durante un litigio. Resta tuttavia da chiarire il movente dell’aggressione.

Michela Rubiu viveva a Solanas, frazione costiera di Sinnai, nel Cagliaritano, e gestiva il Caffè 1950, bar di Solanas. Tre anni fa sposa Alessandro Pintus e nasce il loro bambino, attualmente di un anno e mezzo. Michela era già madre di una figlia di 15 anni.

Il 23 luglio 2026, poco prima dell’alba, Alessandro Pintus raggiunge Michela al Caffè 1950 di Solanas. Secondo le ricostruzioni, tra i due sarebbe scoppiata una lite violenta, testimoniata anche dai presenti: la figlia quindicenne, che assiste allo sparo, insieme ad altri testimoni.

Pintus, infatti, le spara alla testa con un’arma regolarmente detenuta. Michela viene soccorsa d’urgenza e trasportata in ospedale. Intanto Pintus sarebbe uscito dal bar e avrebbe tentato di investire un passante che aveva assistito alla scena. Le aggressioni, tuttavia, non terminano. Pintus raggiunge l’abitazione dei genitori nella zona di Margine Rosso, a Quaertu Sant’Elena, dove trova il fratello Andrea,42 anni. Qui, spara al fratello uccidendolo.

Secondo le ricostruzioni, Andrea sarebbe stato raggiunto da tre copi di arma da fuoco. Forse aveva provato a disarmarlo, non ci sono infatti riferimenti precisi sulla vicenda. Tuttavia, dopo i fatti, è lo stesso Alessandro Pintus a presentarsi ai carabinieri.

L’aggressione alla moglie, inizialmente contestata come tentato femminicidio, diventa omicidio: le fonti riferiscono che Pintus deve quindi rispondere di duplice omicidio volontario, per le morti di Michela e del fratello Andrea. Anche se la Sindaca di Sinnai, Barbara Pusceddu, annunciando il lutto cittadino, ha parlato pubblicamente di «barbaro femminicidio», relativo ai fatti inerenti di Michela, e omicidio per quanto riguarda Andrea. Secondo alcune indiscrezioni locali, sarebbe stata avanza l’ipotesi che Michela intendesse lasciare Alessandro. Un dato è certo: sono due morti attraversate da dinamiche psicologiche differenti.

femminicidio

I numeri diminuiscono, la violenza resta

Se una donna viene uccisa durante una rapina, non si può parlare, per questo solo fatto, di femminicidio. Diverso è quando la sua uccisione matura all’interno di dinamiche di potere, controllo, possesso e sopraffazione, nelle quali il genere della vittima diventa un elemento della violenza. È in questa dimensione – nella volontà di controllare, dominare o annientare la donna e la sua autonomia – che trova il proprio significato specifico il termine femminicidio.

Il passaggio da uxoricidio a femminicidio non rappresenta, dunque, una semplice sostituzione lessicale. Segna un cambiamento nel modo stesso di leggere la violenza: significa passare da una parola che identifica la donna in quanto moglie a una parola che consente di interrogare la sua morte in quanto donna, rendendo linguisticamente riconoscibile la dimensione di genere che può attraversare un omicidio.

E proprio sui numeri si è riaperto il dibattito nei giorni di Ferragosto. Il Dossier sulla sicurezza del Ministero dell’Interno, diffuso prima della sequenza di delitti raccontata in queste pagine, restituiva infatti per il 2026 un quadro in miglioramento sul fronte degli omicidi e delle donne uccise. I dati indicavano 34 donne vittime di omicidio, contro le 54 dello stesso periodo precedente, con una diminuzione del 37 per cento. Ma il dato numerico, da solo, racconta soltanto una parte della realtà: tra quelle morti devono essere distinti gli omicidi di donne dai casi nei quali vengono individuati gli elementi specifici della violenza di genere.

Allo stesso tempo, il quadro della sicurezza mostrava un dato apparentemente contraddittorio: mentre diminuivano gli omicidi e le donne uccise, la violenza all’interno delle mura domestiche continuava a rappresentare un nodo centrale.

Una statistica può contare le vittime, confrontare un anno con l’altro, misurare aumenti e diminuzioni. Più difficilmente riesce a restituire ciò che precede un delitto: il controllo esercitato nel tempo, le pressioni psicologiche, la paura, le minacce, la dipendenza, i tentativi di allontanamento, le denunce presentate o mai presentate, fino a quelle dinamiche di sopraffazione che possono consumarsi per anni all’interno di una relazione. È nelle storie individuali, nelle relazioni e in ciò che ha preceduto la morte che quella differenza può essere cercata e, quando gli elementi lo consentono, riconosciuta. Ma non sempre questo è possibile.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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