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Il conflitto israelo-palestinese e l’ipocrisia della sinistra: tra gesti simbolici e perdita di realtà

Lo sciopero “per la pace” sulla Palestina, proclamato dai sindacati, è più simbolico che utile. Una riflessione sulla crisi della sinistra italiana, tra ideologia e distanza sociale

Sciopero come simbolo: mentre in Italia si moltiplicano le iniziative di protesta, da più di mezzo secolo il conflitto israelo-palestinese rappresenta una ferita aperta al cuore del Medio Oriente, con un portato di dolore, violenza e fratture che si riflettono sull’intero scenario geopolitico mondiale. Non si tratta solo di un conflitto territoriale o religioso: è, piuttosto, un nodo irrisolto della storia contemporanea, in cui si intrecciano rivendicazioni nazionali, questioni identitarie, logiche di potere e interessi internazionali.

La sproporzione delle reazioni israeliane, soprattutto negli ultimi anni e in modo particolare nei mesi più recenti, ha riacceso un dibattito che da tempo covava sotto la cenere: quello sulla legittimità dell’uso della forza, sulla definizione di genocidio, sulla capacità – o incapacità – della comunità internazionale di limitare i danni e fermare l’escalation.

Sciopero per la Palestina proclamato dai sindacati: un gesto simbolico al centro del dibattito politico italiano

Israele, con la sua potenza militare tecnologicamente avanzata, continua a rispondere agli attacchi e alle provocazioni con operazioni che colpiscono in maniera massiccia le popolazioni civili palestinesi. Non è più una questione di autodifesa: la sproporzione tra i mezzi in campo e le conseguenze delle operazioni israeliane è ormai evidente a chiunque osservi con onestà intellettuale. Gaza e la Cisgiordania sono diventate sinonimi di una tragedia senza fine, dove intere famiglie vengono annientate in poche ore e i sopravvissuti restano prigionieri di un conflitto che li priva di ogni prospettiva di futuro.

Lo sciopero “per la pace”: simbolismo e ipocrisia

Eppure, mentre questa tragedia si consuma, assistiamo in Italia e in Europa a reazioni che spesso oscillano tra l’indifferenza e il ritualismo politico. Lo sciopero proclamato ieri dalla CGIL e da altre sigle sindacali di ispirazione di sinistra rappresenta un esempio emblematico di questa dinamica. Ufficialmente, si è trattato di uno “sciopero generale per la pace”, una forma di protesta per denunciare il “genocidio” compiuto da Israele contro il popolo palestinese. Nella realtà dei fatti, però, questa iniziativa ha assunto i tratti di una scelta tanto simbolica quanto ipocrita.

In primo luogo, perché la proclamazione di scioperi in Italia non ha alcun impatto sulle dinamiche internazionali del conflitto. Che in alcune città italiane si fermino i mezzi pubblici o si blocchi la produzione per qualche ora non cambia di un millimetro la strategia militare di Netanyahu, né alleggerisce il peso delle bombe su Gaza. Si tratta, più semplicemente, di una presa di posizione interna, un modo per segnare un’identità politica, rivendicare un’appartenenza, fare un gesto che abbia un’eco simbolica ma nessuna efficacia reale.

In secondo luogo, perché lo stesso mondo sindacale che oggi scende in piazza per la Palestina è rimasto in silenzio per anni di fronte allo stesso conflitto. Ci chiediamo dove fossero queste sigle sindacali quando i palestinesi subivano le demolizioni delle loro case, quando venivano costruiti i muri di separazione, quando i coloni occupavano territori in violazione del diritto internazionale.

Ci chiediamo ancora come mai solo oggi ci si indigna,  solo quando la tragedia diventa così eclatante da non poter più essere ignorata. La risposta è semplice: perché anche qui, come in molti altri campi, la sinistra italiana ed europea ha smarrito un orientamento coerente e razionale, preferendo scegliere cause mediaticamente spendibili piuttosto che affrontare con continuità e lucidità i problemi reali.

La sinistra tra battaglie ideologiche e lontananza sociale

Questa dinamica è l’ennesima conferma dell’involuzione di una sinistra che, ormai da decenni, sembra aver abbandonato il terreno della concretezza sociale ed economica per rifugiarsi in una costellazione di battaglie ideologiche minoritarie. Dalla questione ambientale radicalizzata fino al limite della paralisi produttiva, alle crociate sui temi di genere, fino al sostegno incondizionato a qualunque causa internazionale percepita come “minoritaria”, la sinistra ha costruito la propria identità non più attorno alla difesa del lavoro, dei salari, delle condizioni di vita della maggioranza, ma attorno alla celebrazione di cause parziali, spesso lontane dalla realtà quotidiana della gente comune.

L’ambientalismo, ad esempio, è diventato un campo di battaglia ideologico, dove non conta più trovare soluzioni sostenibili e compatibili con il lavoro e lo sviluppo, ma imporre dogmi assoluti. Chiunque osi mettere in dubbio l’efficacia o la sostenibilità economica di certe scelte viene bollato come negazionista climatico, amico delle multinazionali, nemico della natura. Poco importa che siano milioni i lavoratori e le famiglie che rischiano di pagare il prezzo di transizioni improvvisate e mal gestite. La narrazione prevalente è quella della “lotta del bene contro il male”, dove la sinistra si autoproclama paladina del pianeta, ignorando però le contraddizioni concrete che ogni trasformazione comporta.

Lo stesso schema si ripete sui temi familiari e di genere. La sinistra sembra aver assunto il compito di ridefinire ogni aspetto dell’identità personale e collettiva, spesso imponendo un linguaggio e una visione che non trovano riscontro nella sensibilità della maggioranza della popolazione. Anche qui, la logica è la stessa: minoranze identitarie vengono elevate a simbolo della battaglia per la giustizia universale, e chi non si allinea viene accusato di arretratezza culturale, discriminazione, odio. Il risultato? Una crescente distanza tra il linguaggio politico e la vita reale, tra la retorica dei diritti e i problemi quotidiani di chi fatica ad arrivare a fine mese.

Sciopero per la Palestina proclamato dai sindacati: un gesto simbolico al centro del dibattito politico italiano

Ora la stessa logica si applica alle cause internazionali. La Palestina diventa così il nuovo vessillo di una sinistra che ha bisogno di bandiere da sventolare, di oppressi da difendere, di colpe da assegnare. Non che il popolo palestinese non abbia diritto alla solidarietà internazionale – al contrario, la sua condizione merita attenzione e impegno costante. Ma trasformare questa causa in un pretesto per scioperi generali e manifestazioni che nulla hanno a che vedere con la capacità di incidere concretamente significa piegare anche una tragedia storica alle logiche di autolegittimazione di un pezzo di politica e di sindacato.

Questa prigionia delle proprie convinzioni ideologiche diventa così una gabbia: una gabbia in cui la sinistra si rinchiude, incapace di guardare alla realtà con occhi liberi da schemi preconfezionati. Ogni questione viene interpretata attraverso la lente di un dualismo morale assoluto: da una parte il bene (noi), dall’altra il male (gli altri). Noi siamo i difensori dell’ambiente, delle minoranze, degli oppressi; gli altri sono gli inquinatori, i reazionari, i carnefici. Non c’è spazio per il dialogo, per la mediazione, per il riconoscimento della complessità. E non c’è spazio nemmeno per il dissenso interno: chi non condivide viene emarginato, ostracizzato, criminalizzato.

Il paradosso è che proprio coloro che accusano le società occidentali di essere fondate sul divieto e sulla repressione finiscono per riprodurre lo stesso schema, imponendo divieti di pensiero e di parola. Vietato contestare l’ambientalismo radicale, vietato mettere in discussione la nuova grammatica dei generi, vietato proporre soluzioni diverse sulla politica internazionale. Pena: l’accusa di essere “fascisti”, “omofobi”, “razzisti”, “imperialisti”. Una spirale che riduce il dibattito pubblico a una guerra di etichette e insulti, e che impedisce di affrontare seriamente le questioni.

Dalla solidarietà alla perdita di credibilità

Lo sciopero di ieri, quindi, non è solo un gesto inutile sul piano geopolitico: è il sintomo di una malattia più profonda. È l’ennesima manifestazione di un approccio politico che ha perso il senso delle proporzioni e la capacità di connettersi con le esigenze della società. Mentre milioni di lavoratori italiani chiedono salari più dignitosi, maggiore sicurezza sul lavoro, difesa del potere d’acquisto eroso dall’inflazione, i sindacati decidono di fermare il Paese per la Palestina. Non per il costo della vita, non per le pensioni, non per il precariato: per la Palestina. Una causa nobile, certo, ma che non si tradurrà in alcun miglioramento concreto per chi oggi vive a Gaza e ancor meno per chi vive a Milano, Torino o Napoli.

La realtà è che la sinistra, e con essa una parte del sindacato, ha abbandonato la sua vocazione originaria: quella di difendere i lavoratori, le classi popolari, le maggioranze silenziose che fanno funzionare il Paese. Oggi preferisce combattere battaglie simboliche, brandire parole d’ordine globali, celebrare la propria superiorità morale. Ma questa superiorità è spesso solo presunta, e si traduce in una crescente distanza da chi dovrebbe rappresentare.

Ecco perché iniziative come quella di ieri, invece di rafforzare il ruolo dei sindacati e la credibilità della sinistra, finiscono per indebolirli ulteriormente. Aiutano a consolidare l’idea, già diffusa, che questi attori non siano più in grado di incidere sui problemi concreti, che preferiscano rifugiarsi in gesti simbolici anziché sporcarsi le mani nella fatica della mediazione e del compromesso. In questo senso, lo sciopero per la Palestina diventa il simbolo di un fallimento più ampio: il fallimento di un pensiero politico che non sa più coniugare ideali e realtà, aspirazioni globali e bisogni locali.

Il conflitto israelo-palestinese continuerà purtroppo ad accompagnare la storia del nostro tempo, e merita tutta l’attenzione e la solidarietà possibili. Ma se questa attenzione si riduce a gesti ipocriti e autoreferenziali, il rischio è duplice: da un lato si svuota di senso la solidarietà stessa, dall’altro si mina ulteriormente la credibilità di chi la invoca.

La sinistra avrebbe bisogno di un bagno di realtà: tornare a parlare di lavoro, di famiglie, di sicurezza sociale; tornare a costruire consenso partendo dalla maggioranza, non dalla somma di minoranze ideologiche. Solo così potrebbe tornare a essere una forza utile non solo per sé stessa, ma per la società intera. Fino ad allora, continueremo a vedere scioperi inutili, manifestazioni di piazza prive di conseguenze, e la lenta ma inesorabile erosione di un patrimonio politico che un tempo rappresentava milioni di persone e oggi sembra parlare solo a una nicchia autoreferenziale.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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