Il segreto del film “Primavera”, per la regia di Damiano Michieletto, è proprio questo: la musica ti racconta quello che le immagini completano. Non si tratta di un rapporto di subordinazione, ma di una collaborazione così stretta e preziosa, capace di costruire un linguaggio che può parlare solo al cuore.
La critica l’ha definito “anti-cinepanettone”, pur arrivando nelle sale attraverso la distribuzione Warner Bros Italia, con l’obiettivo di raggiungere il grande pubblico. E forse è stata questa l’idea della filiale italiana: intercettare quella fascia di pubblico che ama il cinema autoriale, moderno e lirico allo stesso tempo.
“Primavera” è un film drammatico, solido, storico e a tratti poetico, arricchito da una fotografia piena di dettagli, curata da Daria D’Antonio, collaboratrice di Sorrentino. La sceneggiatura è dello stesso regista Damiano Michieletto, scritta insieme a Ludovica Rampoldi, liberamente ispirata al romanzo Premio Strega 2009 Stabat Mater di Tiziano Scarpa. La protagonista è Tecla Insolia, nel cast spiccano Michele Riondino e Stefano Accorsi. Già a novembre la pellicola è stata venduta in oltre venti Paesi europei e dal 25 dicembre si può vedere nelle sale cinematografiche italiane.

Il film è stato girato tra Roma e Venezia, mettendo su due piani ambienti molto diversi, anche dal punto di vista psicologico, sebbene la narrazione del film sia interamente costruita a Venezia.
I vivaci giardini e gli ambienti sgargianti dei Palazzi nobiliari romani, fanno da contraltare a una Venezia in penombra, vista dal grigiore dell’Orfanotrofio della Pietà, riflessa nelle sue lagune. Gli interni dell’Orfanotrofio sono quasi sempre illuminati da flebili candele, in perfetta armonia con le fonti pittoriche del Settecento. Infatti c’è molta verità in questo film: non solo l’Ospedale della Pietà di Venezia e le famose putte, ma anche il tema del patriarcato oppressivo e dell’ingiustizia femminile, una condizione che non viene mai letta con la lente d’ingrandimento della sensibilità femminista di oggi, ma rispecchia perfettamente il dato storico.
Primavera come destino
Questa realtà grigia si interseca con il maestoso e travolgente talento di Antonio Vivaldi, che scriverà per loro la prima composizione pubblica titolandola proprio “La follia”.
Un pubblico più attento ai significati sotterranei della trama, potrebbe pensare che gli strumenti siano stati dati alle ragazze per maledire la loro condizione: assaggi di una realtà a cui non potranno mai fare accesso, destinate a migrare da una prigione a un’altra. Una realtà, però, quella nobiliare, che non può non apparire grottesca e volgare, intrisa di regole e nodi sociali spezzati a piacimento, dinanzi all’inafferrabile lirismo della musica.

Venezia 1716. Cecilia è una delle tante giovani donne orfane che vive nell’Ospedale delle Pietà, di giorno suona il violino e di notte scrive lettere struggenti alla madre che non ha mai conosciuto, desiderando che lei possa tornare a prenderla. Le giornate trascorrono grigie e senza grandi turbamenti: le ragazze vivono l’unico momento di gratificazione quando, durante la messa, cantano e suonano dietro una grata, senza mai essere viste in volto, emozionando il pubblico. Questo connubio tra mistero e voce contribuisce alla costruzione di un immaginario vivido, tanto che, storicamente, le putte di Venezia – donne senza nome e senza volto, almeno fino al matrimonio – sono conosciute in tutta Europa.

Cecilia amava la sua musica ma suonava senza cercare la gloria, convivendo con quella fiamma nel cuore a cui dava poco ascolto. Sapeva infatti di essere stata promessa in sposa a un ricco mecenate, che in cambio avrebbe donato una cospicua somma all’Orfanotrofio. Come volevano le regole, dopo il matrimonio, avrebbe dovuto lasciare per sempre la musica. Cecilia pare sin da subito accettare il suo destino, ma le cose cambiano quando nell’Orfanotrofio arriva don Antonio Vivaldi, cagionevole di salute e povero a causa delle fallimentari attività da impresario. Vivaldi ha però nel cuore la stessa fiamma che riconosce in Cecilia.
I due instaurano sin da subito un rapporto particolare, fragile e sottile, ma allo stesso tempo profondo e autentico. Poche parole, sempre dirette e mai trasversali, si leggono nei gesti, riconoscono limiti, desideri e fragilità.

No, non si tratta di una storia d’amore. È molto di più. La trama procede sullo stesso percorso della musica di Vivaldi: straziante e cruda, lirica e poetica. Come sulle corde di un violino, tra acuti e gravi improvvisi, il film ci ricorda, forse, qualcosa di importante, che possiamo comprendere solo all’epilogo.
Il periodo della narrazione del film coincide con un altro dato storico importante: la genesi di “Le quattro stagioni”, il capolavoro di Vivaldi. Nonostante questo però, il musicista morirà povero e verrà sepolto in una fossa comune, per tanto tempo dimenticato dal mondo.
Forse è questo il destino claudicante del talento o, con maggior precisione, di tutti i sentimenti veri.
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