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Populismo e verità: la ribellione silenziosa contro la società estrattiva

Populismo e verità: la ribellione silenziosa contro la “società estrattiva”

C’è un pluralismo che, paradossalmente, tende a escludere proprio ciò che è veramente diverso. È il pluralismo apparente della società contemporanea, che predica l’inclusione ma opera, nei fatti, una selezione culturale ferrea: si può dire tutto, purché si resti dentro un perimetro ideologico ben definito. Chi si discosta da questa ortodossia implicita viene marchiato come intollerante, pericoloso, reazionario o accusato di populismo. Succede a chi critica il globalismo economico, a chi difende la vita nascente, a chi propone una visione della famiglia radicata nell’ordine naturale, a chi afferma che la libertà senza verità rischia di diventare arbitrio.

Populismo e verità

Eppure, in tutto questo, il vero tema non è la nostalgia per il passato né l’estetica di un mondo ordinato. Il nodo sta nella progressiva riduzione dell’umano a funzione, del lavoro a costo, del diritto a tecnica. Il sistema economico attuale ha esteso la logica del profitto a ogni ambito: non si tratta più soltanto della produzione industriale o della finanza globale, ma della salute, dell’istruzione, della cura, persino dei sentimenti. Il lavoro è diventato una merce tra le altre, il salario una variabile da comprimere, la persona un soggetto da adattare al mercato. E intanto la narrazione dominante celebra la flessibilità, l’innovazione, la mobilità, come se fossero le uniche forme possibili di emancipazione.

Chi lavora oggi, però, lo sa: la flessibilità spesso significa instabilità, l’innovazione si traduce in sfruttamento mascherato da opportunità, e la mobilità è una necessità più che una scelta. Non si lavora più per costruire una vita, ma per sopravvivere all’interno di un sistema che misura ogni cosa in termini di efficienza. Questo non è pluralismo: è l’imposizione di un modello unico, che annulla la complessità, impoverisce il dibattito, e produce diseguaglianze sempre più profonde.

Il filosofo Boni Castellane ha parlato in più occasioni di una società che non è inclusiva ma estrattiva. Una società che non si limita a sfruttare risorse economiche e ambientali, ma estrae valore anche dall’anima delle persone, consumandone i desideri, i legami, le appartenenze. È una cultura che incoraggia il consumo, la prestazione, l’autonomia radicale, ma che teme la verità, rifiuta i limiti, diffida dell’identità. E così tutto diventa fluido: non solo il genere o la famiglia, ma anche il senso del lavoro, la giustizia, la legge.

Populismo e verità: la ribellione silenziosa contro la società estrattiva

In questo contesto, come ha messo in luce il professor Stefano Fontana, il diritto stesso si è trasformato. Da espressione di una giustizia oggettiva e condivisa, è diventato strumento tecnico di organizzazione del potere. La legge non è più legata alla verità dell’umano, ma all’equilibrio instabile tra interessi, pressioni e convenienze. Il relativismo giuridico produce una legalità priva di legittimità: si legifera per rispondere a esigenze contingenti, per accontentare minoranze rumorose, per legittimare mutazioni sociali che avvengono senza alcuna riflessione sul bene comune.

Daniele Trabucco, dal canto suo, ha spiegato con rigore come un ordinamento giuridico che recide il legame con il diritto naturale finisca per essere un semplice sistema di comando, fondato sul consenso o sulla forza, ma incapace di promuovere una vera giustizia. La legge, senza un fondamento antropologico, non educa, non protegge, non guida: si limita ad amministrare. È un diritto che regola i conflitti ma non dice nulla su ciò che è giusto. È un ordinamento che può proclamare diritti senza doverli fondare, e per questo, paradossalmente, li moltiplica fino a renderli contraddittori e impraticabili.

Tutto questo ha conseguenze profonde. Se non esiste più una misura comune del bene, se non possiamo più affermare che alcune cose sono vere e altre false, giuste o sbagliate, allora anche la libertà perde significato. Non è più lo spazio in cui l’uomo si realizza nel rispetto del bene, ma il campo aperto in cui vince il più forte, o il più veloce, o il più conforme. E chi non si adegua è fuori.

Difendere il lavoro stabile, la famiglia naturale, la sacralità della vita, il ruolo pubblico della religione, non è dunque un atto di chiusura, ma un atto di responsabilità. Significa voler ricostruire un tessuto sociale lacerato, riportare al centro il bene comune, restituire alla politica e al diritto la loro funzione originaria: custodire la dignità dell’uomo. Non c’è nulla di nostalgico in tutto questo. Al contrario, è un progetto radicalmente orientato al futuro, che si oppone all’idea che la tecnica, il mercato e l’individuo autosufficiente possano bastare a costruire una società giusta.

Il vero pluralismo è quello che accetta la presenza di voci diverse, anche quando mettono in discussione i dogmi del tempo. È quello che sa riconoscere la verità come principio di unità, non come strumento di esclusione. Ed è quello che non ha paura di affermare che la giustizia non nasce dal consenso, ma dalla verità dell’umano. Finché continueremo a confondere libertà con desiderio, diritto con interesse, inclusione con conformità, continueremo a costruire una società apparentemente aperta, ma in realtà sempre più chiusa. Chiusa al vero, al giusto, al bene. E, in definitiva, chiusa all’uomo.

Tutta questa analisi, benché spesso rimanga fuori dai circuiti ufficiali del pensiero, viene percepita — probabilmente in modo inconsapevole ma autentico — da una parte crescente della popolazione. Sono sempre di più le persone che, senza bisogno di una teoria, sentono di non ritrovarsi più nei codici culturali del presente e cercano altrove parole che dicano il loro disagio, valori che li rappresentino, riferimenti che li radichino. È questo che spiega, al di là delle semplificazioni giornalistiche, l’ascesa di movimenti e partiti definiti sbrigativamente come “di destra” o “conservatori”, ma che in realtà esprimono, almeno in parte, una domanda diffusa di riequilibrio, di verità, di ritorno all’umano.

Si tratta del desiderio legittimo — profondo, urgente — di poter di nuovo esprimere caratteri e valori che appartengono all’uomo in quanto tale, e che il modernismo ha provato a superare in nome di un progresso che si è rivelato ideologico, e di un benessere che si è dimostrato fittizio. Fittizio perché le promesse non sono state mantenute, e questo non è più solo un giudizio culturale o morale: è un dato di fatto. Il progresso che doveva emancipare ha frammentato, il benessere che doveva elevare ha impoverito, la libertà che doveva liberare ha diviso. È da questa consapevolezza che può nascere un nuovo inizio. Non nel rifiuto del presente, ma nella volontà di riscoprire ciò che dell’umano non può essere superato.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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