Messina può davvero diventare il laboratorio della Blue Economy siciliana? Ne è convinto il Contrammiraglio Rosario Marchese, Consigliere del Ministro Nello Musumeci per la protezione civile e le politiche del mare, che propone un modello di sviluppo fondato sull’integrazione tra porto, innovazione tecnologica, università e sostenibilità. Un progetto che, secondo la sua analisi, potrebbe essere replicato nelle altre realtà costiere dell’Isola, valorizzandone le diverse vocazioni economiche.
Intervista. «Lo Stretto non è un confine, ma una risorsa»: la visione di Rosario Marchese
Ammiraglio Marchese, perché il futuro della Sicilia passa dal mare?
Perché il mare rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo economico e occupazionale. Messina, grazie alla sua posizione unica al centro del Mediterraneo, può diventare il laboratorio più avanzato della Blue Economy italiana. La vera innovazione consiste nel considerare il mare non più come una semplice via di attraversamento o un confine geografico, ma come un’infrastruttura produttiva capace di generare tecnologia, energia, industria e occupazione qualificata.
Lei parla di un “modello Messina”. In cosa consiste?
È un modello che nasce dalla specificità geografica e strategica dello Stretto e che potrebbe essere esportato e adattato alle altre realtà costiere siciliane. Palermo potrebbe sviluppare ulteriormente la logistica avanzata, Catania la cantieristica tecnologica, Siracusa e Augusta l’energia offshore, mentre Trapani e Mazara del Vallo potrebbero rafforzare la bioeconomia ittica. L’obiettivo è creare una rete di eccellenze complementari all’interno della Blue Economy regionale.
Qual è oggi il peso dell’economia del mare in Sicilia? I numeri confermano il ruolo crescente del settore?
Sì. in Sicilia la Blue Economy rappresenta il 6% della ricchezza prodotta, contro una media nazionale del 4%. Coinvolge 192 comuni costieri, genera oltre 17 miliardi di euro di valore economico e dà lavoro a più di 102 mila persone distribuite in circa 30 mila imprese. Inoltre, ogni euro prodotto dall’economia del mare ne genera 1,9 nell’economia regionale, un dato superiore alla media italiana.
E qual è il contributo di Messina?
Messina genera già oltre 958 milioni di euro di valore economico, pari al 16,1% del valore aggiunto regionale della Blue Economy. È preceduta da Catania, con il 17,5%, e da Palermo, che guida la classifica con il 37,5% del valore aggiunto regionale. Sono dati che dimostrano il potenziale del territorio e che giustificano la necessità di una strategia di crescita più ambiziosa.
La sua proposta è quella di creare un Distretto dell’Innovazione Marittima. Quali benefici potrebbe produrre?
Un sistema fondato su industria, ricerca, sostenibilità, formazione specialistica e innovazione tecnologica rappresenterebbe un passaggio strategico decisivo per il futuro economico di Messina e dell’intera Sicilia. Sulla base dei principali rapporti europei sulla Blue Economy e dei benchmark dei distretti marittimi innovativi del Mediterraneo e del Nord Europa, un modello integrato potrebbe generare nel medio-lungo periodo una crescita occupazionale compresa tra il 70% e il 90%.
Quali sono le direttrici strategiche di questo progetto?
Sono quattro. La prima riguarda la cantieristica avanzata e il refitting green. Grazie alla propria tradizione marittima e alle infrastrutture portuali esistenti, Messina potrebbe diventare un polo mediterraneo specializzato nell’ammodernamento sostenibile di yacht e grandi imbarcazioni. Oggi la cantieristica rappresenta circa il 6-8% dell’occupazione della Blue Economy locale, ma potrebbe raggiungere il 15-18%, creando migliaia di nuovi posti di lavoro altamente qualificati per ingegneri navali, tecnici dell’automazione e specialisti dei nuovi materiali.

La seconda direttrice riguarda l’energia marina. Quali opportunità offre lo Stretto?
Le correnti dello Stretto rappresentano una risorsa straordinaria. Già dal 2006 il prototipo Kobold del progetto Enermar ha dimostrato la possibilità di produrre energia elettrica dalle correnti marine. Oggi questo comparto pesa meno dell’1% dell’occupazione del sistema mare, ma potrebbe arrivare all’8-10%, facendo di Messina un laboratorio internazionale per turbine sottomarine, sistemi di accumulo energetico, sensoristica avanzata e monitoraggio ambientale.
Un altro pilastro è la bioeconomia ittica. Che prospettive intravede?
Gli scarti della lavorazione del pesce possono trasformarsi in una risorsa preziosa per cosmetica, medicina rigenerativa, nutraceutica, fertilizzanti e biomateriali biodegradabili. Oggi questo settore rappresenta circa il 2-3% dell’occupazione della Blue Economy, ma potrebbe crescere fino al 10-12%, favorendo startup innovative, laboratori di ricerca, cooperative e nuova occupazione qualificata nei campi della biologia marina, della chimica e della farmaceutica. A questo si aggiungono le opportunità legate al turismo sostenibile, all’ittiturismo e agli itinerari culturali dello Stretto.
Il quarto pilastro è la Logistica 4.0. Come immagina il porto del futuro?
Oggi il trasporto marittimo e la logistica rappresentano il 32,8% del valore aggiunto della Blue Economy siciliana e circa il 20-22% degli occupati del settore. A Messina questo significa tra 3.500 e 4.000 occupati diretti e un valore economico compreso tra 300 e 320 milioni di euro. L’obiettivo è trasformare la città da porto di attraversamento a piattaforma intelligente del Mediterraneo attraverso Digital Twin portuale, Intelligenza Artificiale e sistemi interoperabili capaci di monitorare in tempo reale traffici, consumi energetici e flussi logistici.
Quali effetti potrebbe avere questa trasformazione?
Ridurre tempi di attesa, emissioni e costi operativi, aumentando competitività e traffici commerciali. In questo scenario il comparto logistico potrebbe arrivare a rappresentare il 25-28% dell’occupazione della Blue Economy messinese, quasi raddoppiando gli addetti diretti fino a 7-8 mila unità altamente specializzate.

Quali saranno le professioni richieste?
Non si parlerà più soltanto di lavoro portuale tradizionale. Serviranno esperti di Intelligenza Artificiale applicata ai porti, tecnici di cybersecurity marittima, analisti dei flussi logistici, operatori di automazione portuale, specialisti della smart mobility, gestori di piattaforme digitali integrate e tecnici per il cold ironing e l’efficientamento energetico. Ogni nuovo posto diretto nella logistica avanzata potrà generare ulteriore occupazione nei trasporti, nel commercio, nel turismo, nella cantieristica, nella formazione e nella ricerca universitaria.
Che ruolo avrà la formazione?
Sarà fondamentale. Occorre creare un grande polo di orientamento e indirizzo alle nuove professioni del mare, capace di collegare università, Istituti Tecnici Superiori, sistema portuale e imprese innovative. Solo così sarà possibile costruire le competenze necessarie per sostenere la trasformazione del settore.
In conclusione, qual è la sfida del modello Messina?
Il valore del modello non risiede soltanto nella specificità dello Stretto, ma nella possibilità di esportarne il metodo: integrazione tra porto, università, innovazione tecnologica, sostenibilità e formazione specialistica. Per la prima volta dopo decenni, Messina potrebbe smettere di vivere lo Stretto come un limite e trasformarlo nella propria più grande leva di sviluppo. La sfida è fare del mare non ciò che divide la Sicilia dal continente, ma ciò che può rilanciare l’economia dell’intera Isola.
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