L’inferno è sulla terra – scrive Italo Calvino in Le città invisibili – e noi abbiamo solo due modi per sopravvivere. Il primo è accettare l’inferno e farne parte, fino a non vederlo più; il secondo, invece, è imparare a riconoscere ciò che inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio.
Le città invisibili: abitare il linguaggio
Il testo, pubblicato nel 1972 è costruito come un puzzle, seppur ogni tessera sia un pezzo compiuto e stratificato di immaginazione. Il protagonista è Marco Polo che, dopo aver visitato le 55 città del regno di Kublai Khan, si ferma al cospetto del sovrano per raccontarle.
Il sovrano sa bene che Marco Polo non è attendibile, già all’inizio del testo si legge che molti racconti potrebbero non essere veri, eppure si ferma ad ascoltarlo, nonostante abbia tanti altri messaggeri più attendibili.
Kublai Khan non crede necessariamente a tutto ciò che Marco Polo dice quando descrive le città visitate durante le sue spedizioni, ma l’imperatore dei Tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con maggiore attenzione e curiosità di quanto non ne mostri con qualsiasi altro suo messaggero o esploratore. (Le città invisibili 5)
Il racconto di Marco Polo, in media res, non è mai veramente dettagliato. Non ci fornisce distanze misurabili attraverso strumenti attendibili, logici e oggettivi. Eppure il suo racconto conserva una verità da cui è impossibile staccarci.

A differenza di Il Milione redatto da Rustichello da Pisa (1298-1299) dove Marco Polo, seppur con un il linguaggio del tempo, forniva distanze e descrizioni, nel romanzo di Calvino le descrizioni ci arrivano attraverso accostamenti di concetti differenti e, in qualche modo, siamo noi a ricreare, nelle nostre menti, una parte importante di quei contenuti, di quelle immagini.
Così vediamo città come Eutropia, che non è una città sola, ma diverse città che si alternano continuamente, vivendo sempre nuove esistenze alla ricerca di un equilibrio; e vediamo Smeraldina con la sua meravigliosa rete di canali d’acqua e percorsi sospesi, dove ogni tragitto rappresenta una possibilità o, meglio, un labirinto di possibilità: un perenne conflitto tra superficie apparente a struttura nascosta delle cose.
Italo Calvino – e questo non è un mistero – costruisce il suo romanzo sulle teorie di semiotica di Umberto Eco e sullo strutturalismo, tanto che la critica definisce quel periodo della sua vita “combinatorio”.
Pensando alle funzioni della comunicazione individuate da Roman Jakobson, è chiaro comprendere come la funzione poetica abbia, in questo testo, un peso predominante. Forse è proprio questo uso del linguaggio, così calibrato e creativo, a costruire una delle risposte più profonde di tutto il capolavoro di Calvino.

Quasi sempre usiamo il linguaggio come veicolo per comprendere qualcos’altro: dalla parola al referente, dalla parola al mondo reale. Attraverso il linguaggio cerchiamo di conoscere, svelare, approfondire. È sempre qualcosa di “reale” che si manifesta, veicolato o proiettato, attraverso la parola. Raramente, però, pensiamo a un percorso inverso: dalla parola al significato che si muove al suo interno.
Il romanzo fa esattamente questo. Combatte la nostra innata propensione – e forse persino il nostro bisogno – di scoprire il significato necessariamente esterno delle cose, siano esse false, seducenti o presunte vere. Il linguaggio, sembra suggerire Calvino, non deve soltanto rimandare a qualcos’altro: deve potersi esprimere nella sua forma più pura, nello spazio sperimentale della letteratura, e diventare esso stesso qualcosa di diverso, diventare esperienza.
Dal punto di vista narratologico, il testo presenta una struttura stratificata che può essere letta attraverso tre livelli distinti. Il livello extradiegetico coincide con il narratore esterno e si manifesta già nella citazione iniziale, riportata all’inizio di questo articolo. Il livello diegetico è quello del dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan, il “qui e ora” del romanzo. Infine, il livello metadiegetico comprende tutte le città raccontate da Marco Polo: mondi possibili che esistono solo attraverso la parola.

Le 55 città del romanzo, tutte con nomi di donna, si trovano all’interno dei 9 capitoli, che contengono diversi temi che appaiono in più di un capitolo: le città e la memoria, Le città e il desiderio, Le città e i segni, Le città sottili, Le città e gli scambi, Le città e gli occhi, Le città e il nome, Le città e i morti, Le città e il cielo, Le città continue, Le città nascoste.
La lettura, dunque, può essere fatta in modo diverso da quella abituale, di proseguire pagina dopo pagina. Si possono leggere, infatti, i paragrafi con gli stessi titoli uno dopo l’altro, e scoprire, poi, una fine diversa. Come diceva Umberto Eco, il lettore collabora attivamente alla creazione del testo. Ne parla nel testo Lector in fabula (1979), dove formula la tesi sul lettore che coopera per riempire gli spazi del “non detto”.
Il lettore non può quindi limitarsi a ricevere informazioni: deve muoversi tra le parole, colmare i vuoti, scegliere percorsi possibili, proprio come accade nella città di Smeraldina o nel continuo mutare di Eutropia.
È il romanzo stesso a sottolineare le due componenti essenziali della letteratura, il linguaggio e l’immaginazione, ovvero la capacità – a differenza della fantasia – di poter osservare le cose in modo diverso e nuovo, andando fin dentro l’essenza. E forse è questa la vera letteratura: il linguaggio interconnesso all’immaginazione.

Se ci si chiede quale sia l’importanza del romanzo oggi, la risposta non può essere diversa da questa: è il linguaggio a creare il mondo. Del resto il linguaggio non è solo parole. Non a caso, le parole, sono chiamate atti linguistici, perché compiono un’azione nel momento stesso in cui vengono pronunciate.
Alla fine non importa nemmeno se Le città invisibili siano reali o meno, perché esistono nel momento stesso in cui noi incontriamo la parola. E allora deve essere questo uno dei lasciti che Italo Calvino ci ha donato con questo libro: la letteratura – quel legame così stretto tra immaginazione e parola – è proprio una di quelle cose che, sulla terra, inferno non è.
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