In Occidente, la notizia proveniente dal Regno Unito secondo cui il Governo valuta di vietare l’accesso ai social network ai minori di sedici anni, mentre nello stesso contesto continua il dibattito sull’accesso di minori a percorsi sanitari legati alla disforia di genere, non rappresenta soltanto un fatto di cronaca. È il sintomo di una crisi culturale molto più profonda.
La domanda non riguarda infatti la bontà di una singola norma, ma la coerenza del criterio con cui una società giudica ciò che è bene e ciò che è male.
Se un ragazzo di quindici anni non viene ritenuto sufficientemente maturo per aprire un account su una piattaforma digitale, perché considerarlo potenzialmente capace di esprimere un consenso su percorsi medici di grande rilevanza? Se, al contrario, si ritiene che il minore possa maturare una consapevolezza sufficiente in quest’ultimo ambito, perché negargli autonomia in altri? È questa apparente asimmetria a interrogare.
La dialettica degli opposti
Siamo di fronte a quello che molti definiscono un doppio standard. Ma forse esiste una categoria filosofica ancora più interessante: la dialettica degli opposti.
Nella tradizione filosofica la dialettica è il processo attraverso il quale dalla contrapposizione tra due poli nasce una nuova sintesi. Alcuni pensatori cattolici contemporanei hanno utilizzato questa categoria per interpretare criticamente la cultura occidentale: non come semplice incoerenza, ma come una dinamica nella quale principi diversi vengono enfatizzati o attenuati a seconda del contesto.
Così convivono tutela assoluta e autodeterminazione assoluta; libertà individuale e crescente regolazione pubblica; neutralità dello Stato e continua produzione di nuovi paradigmi etici. Non è tanto la presenza di valori differenti a colpire, quanto il fatto che sembrano mancare criteri stabili e universalmente applicabili.

La perdita di un fondamento comune
Il risultato è una società che fatica sempre più a riconoscere un fondamento comune. Le categorie di vero e falso, bene e male, natura e artificio, padre e madre, uomo e donna vengono progressivamente sostituite da definizioni mutevoli, affidate alla sensibilità culturale del momento o al consenso sociale.
È proprio qui che emerge uno dei grandi limiti dell’Occidente contemporaneo.
Per secoli la civiltà europea ha fondato la propria forza sulla convinzione che esistessero verità oggettive, una legge morale conoscibile dalla ragione, istituzioni stabili e un patrimonio culturale condiviso. Anche quando tali principi venivano violati, essi continuavano a costituire il punto di riferimento verso cui tendere.
Oggi, invece, sembra prevalere una cultura nella quale ogni fondamento viene costantemente rimesso in discussione. La libertà, sganciata dalla responsabilità e dalla ricerca della verità, rischia di trasformarsi in pura autodeterminazione individuale; i diritti si moltiplicano senza che venga definito un corrispondente sistema di doveri; l’identità personale appare sempre più come una costruzione soggettiva anziché una realtà da riconoscere.
Una civiltà può certamente vivere anche nel pluralismo. Più difficile è sopravvivere quando perde la capacità di riconoscere ciò che la tiene unita.
L’ascesa delle nuove potenze globali
In questo vuoto culturale si inseriscono nuove potenze globali.
La Cina rappresenta oggi il caso più evidente. Sul piano economico, industriale e tecnologico ha raggiunto livelli che pochi avrebbero immaginato trent’anni fa. Attraverso investimenti, infrastrutture, ricerca scientifica e presenza internazionale, Pechino propone implicitamente anche un modello alternativo di organizzazione della società.
Molti osservatori, delusi dall’incertezza dell’Occidente, guardano con interesse a questa apparente efficienza. Ma sarebbe un errore sostituire una crisi con un’altra.
Il modello cinese si fonda infatti su un forte controllo statale, su sistemi avanzati di sorveglianza tecnologica, sull’utilizzo estensivo dell’intelligenza artificiale per finalità di sicurezza, su limitazioni della libertà di espressione e su un ordinamento politico che non corrisponde ai canoni delle democrazie liberali.

Tra relativismo e autoritarismo
Se l’Occidente rischia di smarrirsi nel relativismo, la risposta non può essere l’autoritarismo tecnologico.
Da una parte troviamo una civiltà che sembra dubitare perfino dei propri fondamenti antropologici; dall’altra una potenza capace di pianificare il futuro, ma fondata su un controllo capillare dell’individuo.
Entrambi i modelli mostrano limiti profondi. Il vero interrogativo è allora un altro: esiste ancora una terza via?
Forse il problema dell’Occidente non consiste nell’aver difeso la libertà, ma nell’aver progressivamente separato la libertà dalla verità. Quando ogni principio diventa negoziabile e ogni valore dipende esclusivamente dal consenso del momento, la politica perde orientamento, il diritto perde stabilità e la cultura smette di offrire un orizzonte comune.
Il simbolo di una crisi più ampia
La questione dei minori diventa così il simbolo di una crisi ben più ampia. Non perché rappresenti l’unico problema della nostra epoca, ma perché mostra con particolare evidenza quanto sia difficile, oggi, individuare un criterio coerente e permanente per giudicare ciò che davvero significa proteggere la persona.
Una civiltà non declina soltanto quando perde ricchezza economica o potenza militare. Declina quando non riesce più a spiegare, con chiarezza e coerenza, chi è l’uomo, quale sia il suo bene e quali principi debbano guidare il futuro delle nuove generazioni.
Per tutti gli altri aggiornamenti continua a seguirci su Pdq Magazine.
