Luca Ward non interpreta soltanto un ruolo. Lo attraversa, lo abita, lo consuma fino a lasciargli addosso una traccia di sé. È un attore che non presta la voce: la consegna. E quella voce – riconoscibile come un’onda che arriva prima ancora del suo volto – è stata l’anima di mille storie.
Pierce Brosnan, Russell Crowe, Hugh Grant, Samuel L. Jackson. L’artista è legato a film cult come Pulp Fiction, Matrix, Il Corvo, Il Gladiatore, Il Re Leone… la lista è infinita. Eppure, dietro quella potenza vocale che tutti conoscono, c’è un uomo che ha imparato a navigare nel mare della propria vita con la stessa intensità con cui affronta ogni personaggio. È da lì che nasce Il talento di essere tutti e nessuno: uno spettacolo scritto e diretto da Luca Vecchi, con musiche di Jonis Bascirche, che fa del mare non un semplice simbolo ma una rotta esistenziale.
Se incontri l’artista dal vivo, la prima sorpresa è questa: la sua voce non arriva da fuori, ma ti circonda, ti rassicura e travolge allo stesso tempo. L’intera sala si trasforma in una scena in penombra, dove ogni frase accende un riflettore diverso. Luca Ward non parla, mette in atto ciò che racconta. E, come sempre, ti porta con sé.

Luca Ward: la voce come destino
«La voce è uno strumento incredibilmente importante. Noi parliamo e con la nostra voce mandiamo avanti la nostra vita, i nostri progetti, amiamo, educhiamo. La voce è uno strumento pazzesco. Certo, anche gli animali hanno la loro voce, i loro suoni, ma per noi è un po’ diverso. Non tutti però sanno usare la voce ai massimi livelli. Molti dicono che noi usiamo soltanto una parte del nostro cervello. Ed è vero. E allo stesso modo noi usiamo la voce al 10%, 20% delle sue possibilità. La voce ha delle potenzialità incredibili, arriva alle orecchie, al cervello, al cuore delle persone. Dipende da come parli».

Una visione che ribalta l’approccio comune alla comunicazione. Ma cosa significa, concretamente, saper usare la voce?
«Mi piacerebbe che la voce, questa meraviglia che abbiamo nel nostro organismo, nel nostro corpo, cioè le corde vocali, il diaframma, l’aria dei polmoni – perché è tutto insieme collegato, con cuore e cervello – fosse proprio insegnato nelle scuole. Vorrei venisse insegnato a saper parlare, ad usare la voce, a riconoscere le sue potenzialità. Oggi noi viviamo d’immagine e l’immagine è tutto. Però dentro cosa c’è? Come parla quella persona? Come si esprime? Cosa racconta di sé? Conosce l’etimologia delle parole? Ecco, questo secondo me manca molto e andrebbe approfondito».
“Il talento di essere tutti e nessuno” è il titolo del suo spettacolo in tour nei teatri italiani, scritto e diretto da Luca Vecchi con musiche di Jonis Bascir. Un viaggio autobiografico nel mare aperto dell’esistenza, tra arte, vita professionale e privata, tempeste e momenti di quiete. Una messa in scena piena di suggestione, racconto, poesia e soprattutto tanta ironia.
«Sì, ma certo. Io prendo in giro il mio mestiere, l’ho sempre fatto da quando sono ragazzino. Questo poi non è un monologo, si tratta di uno spettacolo interattivo, che gioca con il pubblico. Il pubblico diventa, in forma volontaria, ovviamente, parte integrante dello spettacolo».

È in questi momenti che il mare – metafora centrale dello spettacolo – torna a farsi rotta narrativa, tra equilibri scenici e complicità con il pubblico, rompendo proprio la quarta parete e giocando con i nuovi equilibri. In tutta questa bellezza, qual è il momento che preferisce di più?
Esattamente questo. Quando le persone salgono sul palco perché in quei momenti faccio interpretare alcuni personaggi e si continua a costruire quella grande metafora del mare, la magia del teatro e il valore di buttarsi nelle cose, senza perdere l’ironia. Si mettono in scena delle piccole sequenze e, in un certo senso, insegno al pubblico a fare i cattivi per finta, che nella vita può servire, può capitare, di dover essere preparati, non certo a colpire ma a difendersi. E quella è una cosa molto divertente. E poi c’è il momento del doppiaggio dei grandi protagonisti del cinema. L’emozione è sempre molto intensa.
Cosa significa davvero doppiare? Alcune persone, non avendo approfondito il mestiere, pensano sia soltanto un prestare la voce.
«No, c’è l’interpretazione prima di tutto, se non interpreti, allora diventa tutto uguale. Bisogna essere attori. Infatti il doppiaggio nasce negli anni venti ed era fatto esclusivamente da attrici e attori di teatro. È stato così per circa 80 anni, anche di più, poi si è un po’ sdoganata questa cosa e adesso capita che lo facciano youtubers, il fenomeno X, il fenomeno Y, che francamente poco ci azzecca col mestiere del doppiaggio, perché non si tratta soltanto della sincronia delle parole. Significa entrare nella pelle di un personaggio, con tutta l’esperienza e la vita che hai dentro».

Ricorda di un momento particolarmente significativo della sua carriera?
Forse rilevante è stato più di tutti Il Gladiatore. Ero in un periodo molto complesso della mia vita. Quando mi dissero che avevano scelto la mia voce per doppiare Russell Crowe, mi tirai indietro, ero in un momento difficile. Chiaramente tutti cercarono di persuadermi dicendo che ero stato scelto dall’attore, dal regista, e non potevo rifiutare. Allora risposi di sì, avrei provato, e se non fosse andata, pazienza. Invece poi alla fine andò benissimo, ed è stata la mia fortuna, perché poi sono stato conosciuto molto dal pubblico proprio per quel film.
Quando si parla di ruoli iconici, il pensiero corre inevitabilmente a Il Gladiatore. “Al mio segnale scatenate l’inferno” è ormai entrata nella nostra cultura popolare. Esiste un’altra citazione rilevante per lei?
«Rilevante no. Ci sono tante frasi che a volte vengono scritte molto bene, sceneggiate benissimo e rimangono nell’immaginario delle persone. Poi c’è quella di cui ti innamori di più. “Al mio segnale scatenate l’inferno” è un’invenzione tutta italiana. La frase originale era: “Al mio segnale scatenate i cani” ma a noi non diceva niente. È stata la dialoghista Fiamma Izzo, che era anche la direttrice di doppiaggio, a inventare questa frase, “al mio segnale è scatenato l’inferno”, che ha fatto il giro del mondo».

In un certo senso le sue citazioni, la sua voce, i suoi personaggi sono diventati dei luoghi emotivi, ma per lei invece c’è un suono, un rumore, o forse un certo tipo di silenzio, che potrebbe avere un valore particolare?
«Il suono che a me piace molto è quello della mia famiglia, dei miei figli. Noi purtroppo facciamo una vita molto itinerante, siamo un po’ girovaghi, quando torno a casa e sento il suono di casa, so che quello è per me un suono importante».
Quale messaggio o emozione vorrebbe lasciare al suo pubblico?
«Noi attori sembriamo quasi dei semidei a volte. Ma quali semidei? Siamo persone assolutamente normali. Lei fa la giornalista, io faccio l’attore. C’è chi fa il macchinista, il vigile del fuoco. Ognuno fa il suo mestiere. Ci sono altre professioni che andrebbero venerate. Non certo gli attori.
Qui io porto in scena la verità. Chi sono io? Io sono Luca. Sono stato prima figlio, poi fratello, poi padre, genitore, nonno purtroppo ancora non se ne parla. Però ecco, vorrei lasciare un messaggio di semplicità, raccontare alla gente che siamo persone assolutamente normalissime, con i guai e le gioie di tutti. Con questo spettacolo, infatti, racconto la mia vita, mi metto a nudo. Sono un attore ma prima di tutto un essere umano».
L’intervista si chiude con parole semplici, che riassumono un viaggio artistico e personale in cui la voce diventa memoria e identità.
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