Era come una sorta di cintura di castità, quello strato di grasso, che mi teneva stretta, che si metteva proprio tra me e il mio amor proprio e la capacità di immaginarmi oltre quelle stesse emozioni, oltre la paura di essere di nuovo donna, e quindi di nuovo ferita, di nuovo vulnerabile. Questo è uno dei pensieri di Anna, protagonista del romanzo di Angela Giordano, Giulio è mia madre (Pathos Edizioni). Un pensiero che si staglia da oltre la metà del libro. E ti colpisce.
Inizi a pensare oltre il pregiudizio di un corpo in sovrappeso. Oltre quel mondo che ti vuole umile, educata e composta. E poi c’è quel titolo. Giulio è mia madre. Un nome proprio maschile identificato con un sostantivo femminile: un cortocircuito semantico, plasmato da una semplice “è” con l’accento. Una “è” che ha il valore dell’essere. Essere qualcosa. Essere una persona. O semplicemente Essere.
Un concetto, anche questo, che riempie il dibattito contemporaneo, provando a definire limiti e profondità di una visione, forse, in cui l’essere non è quasi mai sinonimo di libertà propriamente detta, ma una libertà condizionata.
Giulio è mia madre, una storia del presente
Giulio è un vicino di casa di Anna, che diventa Tilde sul palco, una donna altolocata e sofisticata, un alter ego di Giulio, a tal punto da essere manifestazione della sua anima e, a un certo punto, una potenziale sostituzione della sua identità. Ma il romanzo non si sofferma sulla storia di Giulio, seppur riusciamo a scandagliare la sua anima attraverso lo sguardo di Anna.

Forse, il momento in cui Giulio si svela davvero, avviene quando – sapientemente descritto dalla scrittrice – sbaglia a stendere l’eyeliner sull’occhio, mentre un sussulto gli stringe il cuore, sul punto di rivelare qualcosa ad Anna. Proprio lui che era capace di stendere l’eyeliner in un’auto in corsa.
Anna è una donna separata, una taglia 48 di 48 anni. E forse questa combinazione di numeri tratteggia anche la trappola nella quale vive, quella fatta di abitudini, cibi dolci, e la fatica immensa di lasciare il passato alle spalle. Forse perché in quel passato aveva lasciato anche una buona parte di sé stessa: la carriera, la vita privata, una taglia 38 e sì, anche certi abiti da cui non riusciva mai a liberarsi.

Tra Anna e Giulio si instaura un rapporto profondo e affettuoso, che sa di casa, di famiglia. Una famiglia che troppo spesso si cerca all’interno di regole sociali assimilate sin da bambini, ma che in realtà si può trovare nelle persone più improbabili. Non a caso, del resto, Giulio è mia madre.
La scrittura di Angela è dinamica, ironica e a volte tagliente. Le frasi si dipanano con la naturalezza dei pensieri e la luminosità di una voce che, nonostante tutto, continua ad andare avanti, perché avanti è l’unica strada.
Giulio è mia madre è un romanzo che si legge d’un fiato: irriverente e coraggioso, delicato e sfaccettato. Un’indagine sulla vita della protagonista, affrontata dalla protagonista stessa, con la determinazione di provare a comprendere. il romanzo interroga il lettore sull’identità, la maternità, le ferite emotive e, infine, l’amore, lasciando spazio a riflessioni che continuano ben oltre l’ultima pagina e ci spingono a osservare anche gli altri in modo diverso. Non soltanto noi.

Non mancano i momenti di sconforto, il buio profondo, ma nemmeno quei cambiamenti di rotta che solo i sorrisi che arrivano all’improvviso ti sanno regalare. Una cosa è certa. Alla fine della lettura, non sarà soltanto il concetto di maternità a rimanervi in mente – un concetto nuovo e senza edulcoranti. Ma ci sarà un armadio così pieno di vestiti e significati, che guardare il vostro non sarà più la stessa cosa.
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