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Francesco Pira: “La sociologia è fondamentale per comprendere il mondo che cambia”

Dalla ricerca internazionale all'intelligenza artificiale, il sociologo dell'Università di Messina riflette sulle trasformazioni della società, della comunicazione e dei legami umani

Dalle aule universitarie ai principali congressi internazionali, passando per la ricerca sui processi comunicativi e sulle trasformazioni sociali, Francesco Pira continua a portare il contributo della sociologia italiana nel dibattito europeo e mondiale.

Professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, giornalista e saggista, è stato recentemente insignito del Premio Culturale “Girasole” 2026 per il volume La buona EduComunicazione. Scuola e famiglia, un approccio sociologico nella nostra nuova vita onlife. Un riconoscimento assegnato, come recita la motivazione, “per la sua capacità di interpretare la contemporaneità con lucidità, offrendo strumenti concreti per comprendere le dinamiche del mondo digitale e le sfide educative del nostro tempo”.

Dopo aver rappresentato l’Università di Messina alla International Summer School in Social Anthropology di Timișoara e al Congresso della Federazione Spagnola di Sociologia di Bilbao, e in vista del nuovo incarico internazionale come Steering Committee Member della conferenza mondiale MEDCOM 2027, Pira riflette sul ruolo della ricerca italiana nel panorama internazionale, sulle trasformazioni delle città, sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale e sul futuro della comunicazione in una società sempre più connessa ma, paradossalmente, sempre più frammentata.

Francesco Pira: ricerca, comunicazione e società

Professore, dopo gli ultimi confronti internazionali, quali sono oggi le grandi sfide che accomunano sociologi e ricercatori europei?

«Nei grandi congressi internazionali l’Italia emerge con un’immagine di grande vitalità scientifica. La nostra tradizione sociologica continua a godere di un’autorevolezza riconosciuta e i temi che coltiviamo con maggiore originalità — dalla famiglia alla religione, dai processi comunicativi al mutamento sociale — trovano largo spazio in un’Europa che si interroga su coesione, appartenenza e trasformazione dei legami.

A Bilbao come a Timișoara si percepisce una comunità accademica viva, capace di generare dialoghi fecondi e di costruire reti internazionali concrete. Ne è un esempio la collaborazione con l’Università di Malaga, dove stiamo indagando la famiglia digitale in Europa e nel Mediterraneo: un progetto in cui c’è molto fermento e che mostra come la ricerca italiana sappia porsi al centro di scenari ampi, attraversando confini e confrontandosi con realtà diverse.

Quello che colpisce, in questi incontri, è la forza di traino dei sociologi con maggiore esperienza verso i tanti giovani che si stanno affacciando alla professione. Sono ragazzi che ci credono, che hanno iniziato con successo a fare ricerca, e che trovano nei congressi internazionali uno spazio di crescita reale.

Più che mai oggi la sociologia è una scienza importante, perché studia la società in un momento in cui c’è un bisogno profondo di farlo: l’avvento dell’intelligenza artificiale, lo sviluppo delle tecnologie, la globalizzazione, l’indifferenza, la frammentazione dei legami. Sono questi i grandi temi che ricorrono nei congressi e che ci mettono alla prova, perché ci danno la possibilità di confrontarci con colleghi di altri paesi e di scoprire terreni comuni di studio in più parti del mondo. L’Italia è parte viva di questo processo: non solo come osservatrice, ma come voce che contribuisce a orientare il dibattito».

Alla Summer School di Timișoara si è parlato di “Urban Transformations and Social Concerns”. Le città stanno cambiando rapidamente, ma secondo lei qual è la trasformazione meno visibile e più sottovalutata che sta interessando le comunità europee?

«La trasformazione più silenziosa delle città europee non riguarda gli edifici, ma i legami. Si vede poco perché non ha forma architettonica, non fa rumore, non genera cantieri. Eppure è forse la più profonda: l’erosione degli spazi di prossimità, dei luoghi dove la comunità si forma in modo non programmato. Una geografia urbana sempre più abitata da individui che si incrociano senza incontrarsi.

Zygmunt Bauman parlava di “mixofobia”, la paura dell’incontro con l’altro, che spinge a ritirarsi in spazi protetti, omogenei, sorvegliati. Molti spazi pubblici europei rischiano di diventare palcoscenici della mixofobia: luoghi sorvegliati e consumabili. La passeggiata urbana diventa consumo, l’incrocio diventa attraversamento, la presenza diventa transito. Il rischio è che le città diventino belle da guardare e vuote da abitare. La sfida urbana non è estetica, è relazionale».

Francesco Pira: «Oltre l'algoritmo c'è l'uomo»

Il tema della conferenza MEDCOM 2027 sarà “Beyond the Algorithm”, quindi oltre l’algoritmo, tra umanità, fiducia e libertà. Oggi il dibattito sull’Intelligenza Artificiale sembra oscillare tra entusiasmo e paura. La sociologia può aiutarci a spostare la discussione su un piano più umano?

«Il dibattito sull’intelligenza artificiale soffre di un problema di fondo: si concentra sulla macchina e dimentica l’uomo. Si discute di capacità tecniche, di rischi, di opportunità, ma troppo poco su ciò che sta realmente accadendo a noi.

La sociologia può spostare lo sguardo proprio lì, dove l’entusiasmo e la paura non riescono ad arrivare. Il professore Luciano Floridi ha descritto la nostra epoca come l’ingresso nell’infosfera, un ambiente in cui la dimensione fisica e quella digitale si intrecciano fino a diventare inseparabili.

In questo spazio, l’intelligenza artificiale non è uno strumento esterno, ma un’infrastruttura che abitiamo. La vera domanda, allora, non è se l’IA sia buona o cattiva, ma che tipo di umanità stiamo costruendo dentro questa infrastruttura. La sociologia ci aiuta a vedere tre cose.

La prima: la fiducia che riponiamo nei sistemi algoritmici non è neutra, è socialmente costruita e politicamente orientata. La seconda: la libertà non si misura solo in termini di accesso, ma di capacità critica, di possibilità di scegliere, di resistere alla comodità dell’automazione. La terza: l’algoritmo non è mai solo calcolo, è sempre anche potere, perché chi progetta il sistema orienta il comportamento.

Andare oltre l’algoritmo significa riportare al centro il problema del senso. Non basta domandarsi cosa possa fare la macchina. Bisogna chiedersi cosa vogliamo diventare noi».

Nei congressi internazionali si incontrano studiosi provenienti da culture molto diverse. Ha la sensazione che esistano ormai problemi sociali realmente globali oppure le differenze culturali continuano a incidere profondamente sul modo in cui interpretiamo fenomeni come social network, giovani e comunicazione?

«La globalizzazione ha omologato i dispositivi ma non i significati. Nei congressi internazionali emerge con forza che lo stesso smartphone, la stessa piattaforma, lo stesso algoritmo producono esperienze molto diverse a seconda del contesto culturale che li accoglie.

Zygmunt Bauman ha mostrato come la modernità liquida sia una condizione che attraversa l’intero pianeta. L’individualizzazione, la fragilità dei legami, la pressione della performance, l’incertezza sul futuro sono dinamiche strutturali che attraversano tutte le società. In questo senso esistono problemi sociali realmente globali.

Un adolescente di Bilbao e uno di Timișoara condividono la stessa piattaforma, la stessa esposizione al giudizio, la stessa grammatica della visibilità. Ma il modo in cui vivono questa condizione varia profondamente a seconda delle strutture familiari, dei contesti religiosi, delle economie locali, delle tradizioni educative.

Anthony Giddens, sociologo e politologo britannico, ha parlato di “riflessività” per descrivere come le società moderne vengano continuamente ridefinite dall’informazione. Ecco, questa riflessività è globale nei problemi ma locale nelle risposte. I social network non sono vissuti allo stesso modo a Tokio, a Madrid o a Palermo. La solitudine digitale, la dipendenza dal consenso, la ricerca di riconoscimento attraverso l’esposizione del corpo: tutto questo attraversa i confini ma si manifesta con codici, linguaggi e profondità diverse.

Non esistono problemi veramente globali se non nel momento in cui si traducono in esperienze locali. La disuguaglianza, la marginalità, la frammentazione identitaria attraversano tutti i paesi, ma si esprimono con culture diverse. Le differenze non impediscono il confronto: lo rendono necessario. Perché solo attraversando i contesti possiamo vedere ciò che di veramente globale c’è nei nostri problemi, e ciò che invece resta profondamente locale nel modo di affrontarli».

Francesco Pira: «Oltre l'algoritmo c'è l'uomo»

Lei è stato chair di un panel a Bilbao e sarà Steering Committee Member della conferenza mondiale MEDCOM. Oltre al prestigio personale, cosa significa concretamente ricoprire questi ruoli? Quanto incidono nella costruzione del dibattito scientifico internazionale?

«Ricoprire ruoli di coordinamento scientifico internazionale significa assumersi una responsabilità importante. Significa diventare punti di passaggio: persone attraverso cui transitano idee, confronti, prospettive. Il congresso internazionale è un microcosmo. Dentro di esso si misurano non solo le idee, ma anche le diverse tradizioni accademiche, i percorsi formativi, i modi di concepire la ricerca.

Un ricercatore italiano che siede in un comitato mondiale porta con sé non solo il proprio lavoro, ma una prospettiva culturale. E questo arricchisce il confronto, rompe l’omogeneità, introduce punti di vista diversi. L’incidenza su queste reti è significativa. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di orientare le domande della ricerca. E in un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, scegliere bene le domande da porsi è già un atto di responsabilità civile».

Dopo tanti anni di attività accademica internazionale, cosa continua a sorprenderla quando si confronta con colleghi provenienti da altri Paesi? C’è un’idea o una prospettiva che l’ha portata a rimettere in discussione qualche sua convinzione?

«Dopo tanti anni, quello che sorprende non è la differenza, ma la sostanza che accomuna. Si parte convinti che il confronto internazionale serva a scoprire prospettive altre, e in parte è vero. Ma ciò che colpisce di più è scoprire quanto le inquietudini siano condivise. Un collega spagnolo, uno rumeno, uno portoghese raccontano dinamiche sorprendentemente simili: fragilità dei legami, pressione della performance, solitudine digitale, difficoltà di trasmettere senso alle nuove generazioni.

La geografia cambia, la condizione antropologica no. Questo mi ha portato a rimettere in discussione una convinzione: l’idea che i problemi sociali si possano comprendere solo dentro i propri confini nazionali. Per anni ho studiato la realtà italiana con strumenti italiani. Il confronto internazionale mi ha insegnato che certi fenomeni non sono italiani, sono del nostro tempo. E che chiuderli dentro i confini significa vederli in scala ridotta.

Ma c’è un secondo elemento, forse più importante. Il confronto con colleghi di altri paesi insegna l’umiltà. Ti costringe a riconoscere che il tuo punto di vista non è il centro del mondo, ma una prospettiva fra tante. E che la forza della sociologia non sta nel difendere una verità locale, ma nel costruire uno sguardo capace di attraversare i contesti senza perderli. Questa, credo, è la lezione più cara che ho ricevuto: pensare globale non significa rinunciare al proprio luogo, imparare a guardarlo con uno sguardo più ampio».

Francesco Pira: «Oltre l'algoritmo c'è l'uomo»

Viviamo un’epoca in cui le informazioni circolano globalmente, ma le persone sembrano sempre più divise. È un paradosso della comunicazione contemporanea? Stiamo diventando più connessi o semplicemente più esposti agli stessi contenuti senza riuscire davvero a comprenderci?

«Siamo l’umanità più informata e più sola della storia. Questo è il paradosso che attraversa la comunicazione contemporanea. Mai come oggi abbiamo avuto accesso a così tante informazioni, mai come oggi fatichiamo a dar loro senso. La connessione si è trasformata in esposizione: siamo circondati da contenuti, non da comprensione. Le piattaforme digitali sono state pensate per massimizzare l’attenzione, non la comprensione.

I loro algoritmi non selezionano ciò che unisce, ma ciò che divide. Perché la divisione genera più reazioni, più tempo di permanenza, più profitto. Così ci ritroviamo immersi in flussi paralleli di informazioni, dove ciascuno vede un mondo diverso pur guardando lo stesso schermo.

Manuel Castells, sociologo e politico spagnolo,  parlava di “galassia Internet” come spazio di libertà. Oggi questa galassia è diventata anche una galassia di bolle. Ciascuno chiuso nella propria, convinto di vedere il mondo, mentre vede solo la parte che conferma ciò che già pensa. La conferma sostituisce l’incontro. Il like sostituisce il dialogo. E così cresce una strana forma di connessione senza legame: presenti, visibili, raggiungibili, ma emotivamente e cognitivamente soli.

La sociologia chiama questo fenomeno “fragmentazione del pubblico”. Non è un caso che le società più connesse siano anche quelle più polarizzate. La tecnologia non ha creato la divisione, ma le ha dato una velocità e un’intensità senza precedenti. Siamo connessi e divisi, simultaneamente. E questa è forse il banco di prova del nostro tempo: ritrovare la capacità di comprenderci nonostante la connessione, o forse proprio a causa di essa».

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Per leggere le interviste precedenti al sociologo Francesco Pira, clicca qui.

Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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