Questa mattina alla Camera dei Deputati si è consumato un fatto che, al di là delle intenzioni dichiarate, mostra plasticamente quanto la democrazia italiana stia faticando a confrontarsi con il principio fondamentale della libertà di espressione. Deputati appartenenti alle principali forze d’opposizione – Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Azione – hanno occupato la sala stampa di Montecitorio, impedendo lo svolgimento di una conferenza stampa prevista sulla remigrazione, annunciata dal deputato leghista Domenico Furgiuele. Il risultato è che tutte le conferenze stampa della giornata sono state cancellate per “motivi di ordine pubblico”.
Democrazia e gestione del dissenso
Prima di entrare nel merito politico della vicenda, è utile chiarire brevemente cosa si intende per remigrazione: si tratta di un concetto sostenuto da alcune forze politiche – in particolare di area sovranista o di destra – che designa l’idea di favorire o incentivare il ritorno nei paesi d’origine di cittadini stranieri che non soddisfano determinate condizioni, spesso proponendo soluzioni che si avvicinano a programmi di restituzione forzata o accompagnata.
Quello che è avvenuto oggi non si è limitato a una protesta rumorosa. Si è trattato di un vero e proprio blocco istituzionale: le opposizioni hanno preso possesso della sala stampa, circondato l’onorevole Furgiuele, esibito copie della Costituzione e intonato canti partigiani come Bella Ciao, trasformando di fatto lo spazio riservato all’informazione parlamentare in un palco di protesta politica.
Il punto cruciale di questa vicenda non è solo chi fosse presente alla conferenza annullata – e sarebbe superficiale liquidare la questione con un giudizio di valore sugli ospiti – ma il metodo con cui è stata impedita la discussione. In una democrazia libera, ogni proposta politica, anche quella che si ritiene più urticante o distante dai propri valori, dovrebbe poter essere espressa e confrontata sul piano delle idee e dei contenuti. È proprio il confronto argomentato che permette alla comunità politica di decidere se una proposta sia accettabile, se viola principi costituzionali, o se meriti un netto rifiuto.

Al contrario, l’azione odierna delle opposizioni ha mandato un messaggio molto diverso: non conta il merito di ciò che si vuole discutere, ma chi lo propone. Nel linguaggio corrente della politica italiana, questo atteggiamento si declina così: se una posizione è espressa da chi è considerato ideologicamente “indegno”, allora quella posizione non merita nemmeno di essere ascoltata o contrastata con argomentazioni, ma va preclusa a priori con metodi di forza.
La conseguenza più evidente di questa impostazione è una crescente cecità democratica: si ridefinisce la democrazia non come un campo aperto di discussione tra idee eterogenee, ma come una sorta di club regolato da guardiani morali. E come tutte le forme di moralismo politico, rischia di diventare un alibi per non affrontare le questioni reali che interessano i cittadini. Un tema come la gestione dell’immigrazione e delle politiche di integrazione – di cui la remigrazione è un’estremizzazione – merita di essere discusso nei termini di dati, impatti sociali, vincoli costituzionali, diritti umani e strumenti di politica pubblica, non ridotto a uno scontro rituale di simboli e bandiere.
Infine, c’è una dimensione simbolica che non può essere ignorata: il fatto che un simile episodio sia accaduto dentro il Parlamento, la casa della rappresentanza democratica, è indicativo di una perdita di fiducia nelle pratiche ordinarie di politica. Quando si preferisce occupare una sala, bloccare un evento e cancellare tutte le attività della giornata pur di non concedere la parola a un avversario, si inaugura un precedente pericoloso: la delegittimazione dell’avversario come interlocutore politico valido, non perché si dimostri che ha torto, ma perché si giudica indegno di parlare.
Una democrazia matura non teme le idee sgradite: le affronta, le respinge o le smonta con argomentazioni. La contrapposizione di interessi e visioni è la linfa vitale del sistema rappresentativo. Oggi, invece, si è scelto un linguaggio di esclusione, più vicino alla logica della censura che a quella del confronto politico. Ed è qui che emerge il cortocircuito più grave: questa stessa logica, che si attribuisce a una determinata ideologia politica come sua cifra storica, viene oggi praticata proprio da chi afferma di volerla contrastare.
Questo è il vero rischio per la democrazia italiana: non tanto il ritorno di forme storiche che la maggior parte di noi conosce attraverso i manuali, ma l’affermarsi silenzioso e quotidiano di una modalità permanente di gestione del dissenso fondata sull’impedimento, sulla delegittimazione preventiva, sull’idea che alcune voci non debbano nemmeno essere ascoltate. Una dinamica che, al di là delle etichette, riproduce nei fatti ciò che a parole si dice di voler combattere, svuotando il confronto pubblico e impoverendo la vita democratica.
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