In occasione del convegno dedicato alla qualità dei controlli e alla modernizzazione del sistema sanitario, svoltosi il 26 maggio 2026 presso la Camera dei Deputati, abbiamo intervistato Claudio Campion, professionista che da oltre trentacinque anni opera nel settore del Soft Facility Management e che rappresenta oggi una delle figure più autorevoli nell’ambito della progettazione, dell’innovazione e del controllo dei servizi appaltati.
Dopo una lunga esperienza dirigenziale maturata all’interno di una multinazionale leader del settore, Campion ha sviluppato un percorso professionale fortemente orientato alla qualità dei servizi, alla standardizzazione dei processi e alla costruzione di sistemi di verifica realmente efficaci. È inoltre co-ideatore della piattaforma Claudit e tra i promotori della UNI/PdR 188:2026, la nuova Prassi di Riferimento che punta a introdurre criteri più moderni, trasparenti e oggettivi nel sistema dei controlli.
Nel corso del convegno è emerso come per molti anni il sistema dei controlli abbia privilegiato aspetti formali e documentali rispetto alla verifica concreta della qualità dei servizi erogati. Parallelamente, il progressivo pensionamento di figure storiche delle amministrazioni pubbliche ha comportato la perdita di competenze costruite sul campo e maturate attraverso l’esperienza diretta.
Intervista esclusiva a Claudio Campion: controlli, qualità e futuro della sanità
Dottor Campion, dopo oltre trentacinque anni di attività nel settore, quale ritiene sia stato il principale limite culturale che ha caratterizzato il sistema dei controlli fino ad oggi?
«Fino alla pubblicazione della UNI/PdR 188:2026 mancava sostanzialmente un riferimento condiviso capace di definire in modo uniforme come effettuare verifiche e controlli. Esistevano certamente associazioni professionali, esperti qualificati e indicazioni tecniche, ma non vi era una metodologia normata che potesse rappresentare un punto di riferimento per tutti.
A questo si è aggiunto un fenomeno che negli anni ha inciso profondamente sulla qualità degli appalti. Molte figure storiche delle amministrazioni pubbliche sono andate progressivamente in pensione. Erano professionisti che magari non possedevano lauree prestigiose o master internazionali, ma conoscevano perfettamente il servizio che dovevano acquistare e controllare. Sapevano individuare il reale fabbisogno dell’amministrazione, costruire capitolati coerenti e valutare concretamente le offerte ricevute.
Oggi troviamo spesso professionisti molto preparati dal punto di vista accademico, con percorsi universitari importanti e competenze teoriche di alto livello, ma non sempre dotati della stessa esperienza operativa maturata sul campo. Questo ha prodotto uno spostamento dell’attenzione dalla sostanza alla forma.
Ne è derivata una progressiva riduzione della qualità delle documentazioni di gara. Si richiedono offerte tecniche sempre più sintetiche, spesso concentrate in poche pagine, nelle quali le imprese sono costrette a condensare processi complessi in schemi, grafici e rappresentazioni visive. Il rischio è quello di valutare la qualità della presentazione più che la qualità effettiva del servizio. In alcuni casi si premia chi racconta meglio una storia piuttosto che chi è realmente in grado di erogare il servizio promesso».
Nel suo intervento ha sottolineato come il nuovo Codice degli Appalti abbia introdotto principi molto chiari in materia di verifica dell’adeguatezza delle offerte e della reale capacità degli operatori economici di mantenere quanto promesso in fase di gara.
Possiamo dire che il problema non sia tanto la mancanza di norme, quanto la difficoltà di trasformarle in strumenti concreti di verifica?
«È esattamente così. Il nuovo Codice degli Appalti contiene strumenti molto avanzati e introduce concetti fondamentali come la verifica di adeguatezza. In sostanza, se un operatore dichiara di essere in grado di garantire un determinato livello qualitativo, deve poi dimostrare concretamente di possedere le risorse, le competenze e l’organizzazione necessarie per farlo. Per anni si è assistito a una situazione paradossale: offerte tecniche estremamente accattivanti, ricche di grafici, schemi e promesse, ma difficili da verificare nella loro effettiva realizzabilità. Oggi il sistema sta andando in una direzione diversa. Non basta più dichiarare; occorre dimostrare».
Tra i temi più innovativi affrontati durante il convegno vi è stata la presentazione della UNI/PdR 188:2026, una Prassi di Riferimento che molti osservatori considerano destinata a rappresentare un punto di svolta nel settore. Quale cambiamento concreto introduce questa nuova Prassi rispetto ai modelli tradizionali di controllo?
«La vera novità consiste nell’offrire finalmente alle amministrazioni uno strumento operativo. Il Codice degli Appalti parla di controllo di risultato e di verifica della corretta esecuzione del servizio. Tuttavia, troppo spesso queste indicazioni restavano generiche. La Prassi di Riferimento consente invece di stabilire in modo preciso quali controlli effettuare, come eseguirli e quali parametri utilizzare per la valutazione. In questo modo il controllo smette di essere una dichiarazione di principio e diventa un’attività concreta, misurabile e verificabile».

Nel corso del suo intervento ha richiamato anche un altro tema particolarmente delicato: quello della sostenibilità economica delle offerte e della loro effettiva capacità di garantire i livelli qualitativi dichiarati. Quanto è importante verificare che ciò che viene promesso in fase di gara sia realmente compatibile con le risorse economiche offerte?
«È un aspetto fondamentale. Spesso assistiamo a gare nelle quali la qualità viene formalmente valorizzata, ma successivamente vengono accettati ribassi economici estremamente elevati. Per chi opera nel settore, alcune offerte appaiono immediatamente incompatibili con i livelli di servizio dichiarati. Quando il costo viene ridotto oltre una certa soglia, il rischio è evidente: ciò che è stato promesso sulla carta non può più essere garantito nella realtà.
Per questo il principio della verifica di adeguatezza introdotto dal Codice degli Appalti assume un’importanza strategica. Non basta dichiarare di voler fornire una Ferrari; occorre dimostrare di possedere realmente le condizioni per consegnarla. La qualità non può essere una semplice affermazione contenuta in un progetto tecnico. Deve essere sostenuta da organizzazione, personale, strumenti e risorse adeguate».
Un altro aspetto particolarmente interessante riguarda il tema della trasparenza. Recentemente ANAC ha richiamato le stazioni appaltanti a limitare il ricorso agli oscuramenti delle relazioni tecniche. Quanto può incidere una maggiore trasparenza sulla qualità complessiva del sistema?
«Può incidere enormemente. La trasparenza è uno dei principali strumenti di garanzia. Quando le offerte tecniche possono essere conosciute e valutate in maniera corretta, diventa più difficile nascondersi dietro dichiarazioni non verificabili. Se un’impresa afferma di possedere determinate capacità organizzative o tecnologiche, queste devono poter essere controllate. La trasparenza tutela le amministrazioni, tutela gli operatori seri e contribuisce ad elevare la qualità complessiva del mercato».
Quando si parla di sanità, l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra quasi sempre sugli aspetti clinici. Molto meno frequentemente si riflette sul ruolo svolto da attività apparentemente invisibili come la sanificazione, la gestione della biancheria sanitaria o il controllo ambientale. Crede che il sistema sanitario abbia sottovalutato per troppo tempo questi servizi?
«Senza dubbio sì. Per molti anni il settore delle pulizie e della sanificazione è stato considerato un ambito marginale. Poi è arrivata la pandemia e ci siamo improvvisamente accorti che quelle persone che fino al giorno prima venivano semplicemente identificate come “quelli delle pulizie” erano in realtà una componente fondamentale del sistema sanitario. La loro attività contribuiva direttamente alla sicurezza dei pazienti e degli operatori. La pandemia ha reso evidente qualcosa che gli addetti ai lavori conoscevano già da tempo: senza qualità nei servizi di supporto non può esistere una sanità sicura».
Lei ha richiamato anche il tema delle infezioni correlate all’assistenza, un fenomeno spesso poco conosciuto dall’opinione pubblica. Quanto incidono concretamente aspetti come la corretta sanificazione degli ambienti, la gestione dei tessili o il controllo dell’aria sulla sicurezza dei pazienti?
« Incidono in maniera determinante. Esistono sentenze importanti che hanno evidenziato le responsabilità derivanti da controlli insufficienti o da procedure non adeguatamente verificate. Una cattiva sanificazione, una gestione non corretta della biancheria o un controllo inadeguato degli impianti possono avere conseguenze gravissime. Quando parliamo di questi temi non stiamo discutendo soltanto di organizzazione o di qualità del servizio. Stiamo parlando della salute e, in alcuni casi, della vita delle persone.
Nel corso della sua carriera lei ha lavorato sia all’interno di grandi multinazionali sia come consulente specializzato nella progettazione e nell’innovazione dei servizi appaltati. Due prospettive differenti che le hanno consentito di osservare il rapporto tra amministrazioni e operatori economici da entrambi i lati del tavolo.
Quanto conta oggi la capacità di costruire un dialogo reale tra committenza pubblica e operatori privati e perché il controllo dovrebbe essere considerato uno strumento di miglioramento e non semplicemente un meccanismo sanzionatorio?
«Conta moltissimo, probabilmente più di quanto si immagini. Troppo spesso il controllo viene interpretato come una sorta di arma punitiva, come un’attività finalizzata esclusivamente a individuare errori, applicare penali o contestare inadempienze. È una visione che considero sbagliata e, alla lunga, persino controproducente.
Il controllo dovrebbe essere uno strumento di crescita reciproca. Per molti anni il controllo è stato vissuto come una sorta di “boia” amministrativo, uno strumento utilizzato per applicare penali o individuare responsabilità. È una visione che considero profondamente sbagliata. Il controllo non dovrebbe servire a tagliare teste o a fare cassa attraverso le sanzioni. Dovrebbe invece aiutare amministrazioni e imprese a comprendere dove si generano le criticità e come risolverle.
Se un determinato problema continua a ripetersi, il vero controllo non si limita a registrarlo. Si chiede perché accade. Verifica se esistono carenze organizzative, problemi formativi o procedure migliorabili. Solo in questo modo il controllo diventa realmente uno strumento di qualità. Se durante una verifica emergono criticità, il primo obiettivo non dovrebbe essere quello di punire, ma di comprendere le cause che le hanno generate e individuare le soluzioni più efficaci per eliminarle.
Amministrazione e impresa non dovrebbero vivere come due soggetti contrapposti. Entrambi perseguono lo stesso obiettivo: garantire un servizio di qualità al cittadino. Quando il controllo diventa occasione di dialogo, produce qualità. Quando diventa esclusivamente uno strumento repressivo, genera conflitto e sfiducia».

Nel dibattito pubblico si parla sempre più spesso di digitalizzazione, raccolta dati e innovazione tecnologica. Tuttavia il rischio è che questi concetti rimangano semplici slogan se non vengono tradotti in strumenti realmente utili alle amministrazioni e ai cittadini. In questo contesto si inserisce anche la piattaforma Claudit, da lei co-ideata. In che modo la tecnologia può migliorare l’efficacia dei controlli senza trasformarsi in un ulteriore livello di burocrazia?
«La tecnologia deve semplificare, non complicare. Spesso si parla di innovazione come se fosse un valore in sé. In realtà l’innovazione ha senso solo se aiuta le persone a prendere decisioni migliori. Claudit nasce proprio da questa esigenza. L’obiettivo non è creare un nuovo adempimento amministrativo, ma costruire un sistema che permetta la condivisione immediata delle informazioni tra chi eroga il servizio e chi lo deve controllare. I dati rappresentano la vera ricchezza del sistema.
La vera innovazione consiste nel rendere queste informazioni accessibili e condivise. Attraverso strumenti semplici, come i QR Code applicati agli ambienti sanitari, è possibile consentire a cittadini, pazienti e familiari di conoscere quando è stata effettuata l’ultima attività di sanificazione, quando è previsto il successivo intervento e quale esito hanno avuto gli ultimi controlli. Questo non significa trasformare il cittadino in un ispettore, ma aumentare il livello di trasparenza e di fiducia nei confronti del sistema. Se non conosciamo ciò che accade sul campo, se non sappiamo quali attività sono state svolte, quando sono state eseguite e con quali risultati, diventa impossibile governare il servizio».
Durante il convegno è emerso un aspetto particolarmente interessante: molte amministrazioni faticano ancora oggi a conoscere con precisione il proprio fabbisogno reale e persino le caratteristiche quantitative dei servizi che acquistano. Quanto è importante recuperare una cultura della programmazione e dell’analisi preventiva dei bisogni prima ancora di parlare di controlli?
«È fondamentale. Non si può controllare efficacemente ciò che non si conosce. Può sembrare sorprendente, ma esistono realtà che acquistano servizi complessi senza possedere una fotografia completa delle proprie esigenze operative. Se non conosco esattamente gli spazi da gestire, le attività da svolgere o le caratteristiche degli ambienti, come posso definire correttamente il servizio?
E soprattutto, come posso valutare se il servizio viene eseguito bene? Nei Paesi del Nord Europa si parte sempre da un’analisi approfondita del bisogno reale. Solo dopo aver compreso cosa serve realmente si costruisce il capitolato, si definiscono le frequenze, si individuano gli standard e si stabiliscono i controlli».
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la trasformazione digitale della pubblica amministrazione e le nuove esigenze della sanità stanno imponendo un ripensamento complessivo dei modelli organizzativi. Guardando al futuro, quale dovrebbe essere il vero obiettivo di una sanità moderna? Ridurre i costi, aumentare gli standard formali oppure costruire finalmente un sistema fondato sulla qualità concreta dei servizi e sulla tutela effettiva della persona?
«La risposta, per me, è molto semplice: riportare il paziente al centro. Negli ultimi anni abbiamo parlato molto di procedure, adempimenti, budget, indicatori economici e standard amministrativi. Tutti aspetti importanti, ma che rischiano di diventare fini a sé stessi se perdiamo di vista il vero destinatario del sistema sanitario. La sanità esiste per il paziente. La tecnologia, la digitalizzazione e i nuovi strumenti di controllo devono essere utilizzati per migliorare concretamente la qualità delle cure, la sicurezza degli ambienti e la tutela delle persone».
Vorrei concludere con una riflessione che va oltre il singolo convegno. Quale messaggio desidera lasciare alle istituzioni, alle stazioni appaltanti e agli operatori del settore affinché il lavoro svolto con la UNI/PdR 188:2026 non rimanga soltanto una buona pratica teorica ma si traduca in un cambiamento reale?
«La sfida oggi non è più creare nuovi strumenti. Gli strumenti esistono. Esiste una normativa evoluta. Esiste una Prassi di Riferimento che fornisce indicazioni operative. Esistono tecnologie in grado di supportare controlli efficaci e trasparenti. Ciò che serve è la volontà di applicarli. Vorrei cogliere l’occasione per rivolgere un ringraziamento sincero a tutte le persone che hanno creduto in questo percorso, a partire da Barbara La Rosa, che ha sostenuto con convinzione il progetto sin dalle sue fasi iniziali, e all’onorevole Alessia Ambrosi, che ha compreso l’importanza di questi temi contribuendo a portarli all’attenzione delle istituzioni.
Ora però è necessario fare un ulteriore passo avanti. Il rischio più grande sarebbe quello di considerare concluso il lavoro con la pubblicazione della Prassi o con l’organizzazione di un convegno. Il vero obiettivo deve essere trasformare questa cultura del controllo in una pratica quotidiana. Perché dietro ogni procedura, ogni appalto e ogni verifica non ci sono soltanto numeri o documenti amministrativi: ci sono persone, pazienti e cittadini che hanno il diritto di ricevere servizi all’altezza delle aspettative e delle risorse investite dalla collettività».
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