HomeVoci e VoltiInterviste esclusiveMarco Risi, tra libertà e autocensura

Marco Risi, tra libertà e autocensura

Dal realismo sociale agli attori non professionisti, il regista si racconta

Per la prima volta Marco Risi arriva a Milazzo, dopo essere stato in passato ospite al Festival di Taormina e in diverse rassegne cinematografiche a Palermo e Catania.

L’occasione è il Milazzo Film Festival Attor studio Edizione 2026, per la direzione artistica di Mario Sesti e Caterina Taricano. Il 25 marzo 2026 ha ricevuto il premio speciale Best Director Award. Nel corso del pomeriggio è stato proiettato Punto di rugiada (2023), che mette a confronto due generazioni e scopre che non sempre ciò che si pensa dell’altro corrisponde a realtà. Si affronta quindi il tema della fragilità e della responsabilità individuale.

Marco Risi, prima del palco

Prima di salire sul palco, si racconta in sala stampa, ripercorrendo alcuni dei momenti più significativi della sua carriera. Figlio del celebre Dino Risi, nel corso del tempo si è fatto notare per un linguaggio che lega la commedia al realismo sociale, trattando temi che hanno riacceso l’interesse pubblico su alcuni fatti di cronaca.

Si ricordano Fortapàsc (2009) con Giancarlo Siani, un film d’impegno civile sul ragazzo ucciso dalla Camorra 20 anni prima, e Muro di gomma (1991) che ha inevitabilmente riacceso i riflettori sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980, quando il DC-9 Itavia, da Bologna a Palermo, precipitò nel Tirreno causando la morte di 81 passeggeri. Ha inoltre firmato film cult come Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990).

Marco Risi

Quasi tutti i suoi interpreti sono stati attori non professionisti. Non si tratta di una moda cinematografica – fa sapere il regista – ma di una scelta personale e di un modo di lavorare sugli attori. Risi ha sempre preferito lavorare su persone che non avessero una formazione accademica, per tirare fuori quel particolare più libero e indomito. Il criterio di scelta privilegiato, infatti, era lo sguardo. Da lì, riusciva a intuire se chi aveva davanti fosse in grado di poter tirare fuori quel particolare che diventava poi l’anima di un personaggio.

Un metodo che nel tempo si è rivelato efficace.

Molti attori sono rimasti identificati in quei ruoli nella memoria collettiva. Emblematico il caso di Salvatore Termini, soprannominato King Kong in Mery per sempre e Ragazzi fuori. Era analfabeta, si orientava con le iconografie, ed è diventato quel personaggio. Ancora oggi, soprattutto in Sicilia, Salvatore Termini continua a essere King Kong.

Marco Risi, Ragazzi fuori

A spingerlo nelle scelte di soggetto, invece, è sempre stato l’entusiasmo e la curiosità verso argomenti che conosceva appena. Il tema del carcere minorile, tratto dal romanzo di Aurelio Grimaldi, trova pieno sviluppo nei due film cult, grazie agli sceneggiatori Sandro Petraglia e Stefano Rulli, e alla ricerca degli interpreti.

Disagi giovanili, violenza e degrado sociale. Per raccontare questi temi, molte immagini appaiono crude, esplicite e di forte impatto visivo.

Alla domanda diretta se nella sua carriera si sia mai autocensurato, il regista non evita il dubbio, anzi lo accoglie: «Secondo me sì. Qualche volta».

Una risposta che apre a una riflessione più ampia sul rapporto tra libertà creativa e responsabilità.

Marco Risi, Muro di gomma

«Guardando a posteriori Muro di gomma, forse avrei voluto andarci più dentro. Ma non fu un limite della produzione, Cecchi Gori e Vittorio mi dicevano di spingere. Quando ho visto il film finito, ho pensato che si poteva osare di più».

Nonostante questo, rivendica alcune scelte coraggiose. In particolare una scena che considera centrale: «Quella in cui alti ufficiali dell’aeronautica cantano al ristorante. Una sequenza che mi costò cinque cause legali da parte dell’Aeronautica Militare. Quella scena l’ho voluta io a tutti i costi. E vuol dire che ha disturbato più di altro».

Il regista riconosce quindi che l’autocensura è spesso inevitabile: «Non è facile. Uno un po’ si censura in certe cose. Ma esistono anche momenti di totale libertà, come nel film Tre tocchi, che definisco liberissimo, realizzato a ruota libera, anche nei contenuti più espliciti».

Marco Risi, Tre Tocchi

Eppure, il dubbio resta anche lì: «Chissà però se non mi sono censurato anche in quel caso».

La riflessione si allarga infine oltre il cinema, toccando il mondo dell’informazione. «Anche i giornalisti ogni tanto si autocensurano. Tanti. Soprattutto quelli che lavorano per testate importanti, perché devono rendere conto a qualcuno».

Un’ammissione lucida, che restituisce l’immagine di un autore consapevole dei limiti – interni ed esterni – che accompagnano ogni processo creativo. E che, anche a distanza di anni, continua a interrogarsi su ciò che avrebbe potuto dire di più.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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