Ci sono luoghi che, a uno sguardo distratto, possono sembrare semplici attività commerciali. Vetrine, insegne, scaffali. Spazi funzionali, destinati alla vendita. Eppure, in alcuni casi, questi luoghi custodiscono qualcosa di più profondo: una trama di relazioni, una memoria condivisa, un legame silenzioso ma persistente con il territorio in cui sono nati e cresciuti.
Nel tempo della globalizzazione e dell’economia digitale, in cui l’acquisto si è fatto rapido, impersonale, spesso ridotto a un clic, il commercio di prossimità appare come una realtà in progressivo ridimensionamento. Le grandi catene standardizzano l’offerta, le piattaforme online comprimono i tempi e i costi, ma allo stesso tempo sottraggono spazio a quella dimensione umana che per decenni ha rappresentato il cuore del commercio urbano.
Eppure, proprio dentro questa trasformazione, resistono — e talvolta si rinnovano — alcune esperienze che dimostrano come il negozio non sia soltanto un luogo di scambio economico, ma un presidio sociale, un punto di riferimento, un elemento identitario del quartiere. Attività che attraversano le generazioni, che accompagnano i cambiamenti della città e che, pur adattandosi ai nuovi contesti, continuano a fondarsi su un principio semplice e antico: la relazione.
Ostia, con la sua storia peculiare di quartiere nato e cresciuto tra urbanizzazione, turismo e trasformazioni sociali, offre numerosi esempi di questa realtà. Tra questi, Autoricambi Garibaldi rappresenta una testimonianza significativa di come un’attività commerciale possa diventare parte integrante della vita di un territorio, mantenendo nel tempo un equilibrio tra tradizione e adattamento.
L’intervista a Pamela Gaetani, oggi alla guida del negozio di famiglia, restituisce proprio questa dimensione: non solo il racconto di un’impresa, ma la storia di un legame — tra generazioni, tra persone, tra un’attività e il quartiere che la circonda.
Commercio di quartiere, storie di Ostia
Pamela, Autoricambi Garibaldi è da oltre mezzo secolo un punto di riferimento per Ostia. Come nasce questa attività e qual è stata la visione di suo padre quando ha deciso di aprire il negozio?
«Questa attività nasce da un percorso che viene da lontano e che affonda le radici nel lavoro quotidiano della mia famiglia. Prima ancora del negozio c’era un autolavaggio, proprio qui davanti, che per anni è stato il cuore dell’attività. Erano tempi in cui si lavorava tanto, con sacrificio, senza orari e con una dedizione totale.
Da lì è maturata un’intuizione: mio padre, insieme a mio nonno e a mio zio, ha capito che si poteva fare un passo in più. Avevano già esperienza nel settore dei ricambi, conoscevano il lavoro, conoscevano le persone, e soprattutto avevano quella capacità di leggere il territorio che oggi si è un po’ persa. Così nel 1972 hanno deciso di aprire il negozio. Non è stato solo l’avvio di un’attività commerciale, ma l’inizio di una presenza stabile nel quartiere, costruita giorno dopo giorno, con il lavoro e con le relazioni».
Lei è la primogenita di tre fratelli. Da bambina che rapporto aveva con il negozio?
«Per me il negozio non è mai stato semplicemente il posto in cui lavoravano i miei genitori. Era un ambiente in cui si viveva. Era il centro della nostra quotidianità, un luogo familiare nel senso più pieno del termine.
Ci passavo molto tempo, c’era mio nonno, c’erano i miei cugini, c’era un continuo via vai di persone. Era uno spazio in cui si lavorava, ma anche in cui si cresceva, si ascoltavano storie, si osservavano le persone. Ricordo ancora le feste, quando arrivavano regali dalle aziende, i momenti condivisi. Tutto contribuiva a creare un senso di appartenenza molto forte. È un legame che, in fondo, mi ha accompagnata anche nelle scelte successive».

Negli anni in cui il negozio è nato, Ostia stava cambiando molto. Che quartiere era Stella Polare allora?
«Era un quartiere estremamente vivo, molto frequentato, forse anche più di oggi. C’era una presenza importante di famiglie romane che avevano qui la seconda casa: professionisti, medici, piloti. Stella Polare era una zona elegante, curata, ma soprattutto piena di relazioni.
Si respirava un senso di comunità molto forte. Le persone si conoscevano, si incontravano, si riconoscevano nei luoghi. Oggi resta una zona bella, ma quel tipo di frequentazione continua e quel tessuto sociale così compatto sono cambiati».
La sua strada inizialmente si allontana dall’attività di famiglia e la porta nel mondo della moda. Come nasce questa scelta?
«La passione per la moda è qualcosa che ho sempre avuto, fin da ragazza. All’inizio è stata anche una scelta dettata dalla necessità di lavorare, ma una volta entrata in quel mondo ho capito che poteva diventare qualcosa di più.
È stato un ambiente che mi ha dato molto, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Ho imparato cosa significa avere un ruolo, assumersi responsabilità, confrontarsi con standard elevati. E soprattutto ho imparato a stare con le persone, a capire chi hai davanti, a costruire un rapporto che va oltre il momento della vendita».
Che tipo di esperienza è stata dal punto di vista professionale?
«È stata una vera scuola. Lì ho acquisito competenze che poi si sono rivelate fondamentali anche qui: la gestione del cliente, l’attenzione ai dettagli, la capacità di mantenere un certo livello qualitativo nel servizio.
Ma più di tutto mi ha insegnato il valore della relazione. Vendere non è semplicemente proporre un prodotto, è capire la persona, accompagnarla, farla sentire a proprio agio. Questo è qualcosa che ho portato con me e che oggi rappresenta uno degli elementi centrali del mio modo di lavorare».
In quegli anni immaginava già un ritorno all’attività di famiglia?
«In realtà sì. Anche quando ero immersa in quel contesto, dentro di me c’era sempre l’idea che prima o poi sarei tornata. Dicevo spesso che il mio obiettivo era gestire un negozio mio.
Quella dimensione, quella relazione diretta con le persone, è qualcosa che sentivo profondamente. Quindi, anche se il percorso era diverso, la direzione in qualche modo era già tracciata».
Poi arriva il momento della scelta. Come è maturata la decisione di continuare l’attività?
«È stata una decisione che si è costruita nel tempo, non è arrivata all’improvviso. Io ero già rientrata in negozio, inizialmente in modo più leggero, affiancando senza ancora assumere tutto il peso della responsabilità.
Poi, con il pensionamento di mio padre e le scelte diverse dei miei fratelli, si è arrivati a un punto in cui bisognava decidere: chiudere o andare avanti. In quel momento ho sentito che non potevo permettere che questa realtà si fermasse. Non era solo un’attività economica, era parte della storia della mia famiglia e anche del quartiere.
E devo dire che mi sono sentita anche fortunata: non tutti hanno la possibilità di raccogliere un’eredità così, costruita con anni di lavoro e sacrifici. Per questo mi sento di dire grazie alla mia famiglia per l’opportunità che mi è stata data, perché non è solo un lavoro, è qualcosa che ti appartiene profondamente.
Così ho scelto di continuare, con consapevolezza ma anche con quella dose di coraggio – o forse di follia – che serve sempre quando si decide di andare avanti».

Il settore degli autoricambi è tradizionalmente maschile. Che impatto ha avuto su di lei?
«All’inizio non è stato semplice, soprattutto nel rapporto con i clienti. Molti entravano e davano per scontato che il titolare fosse un uomo. Quando capivano che ero io, restavano un po’ spiazzati.
Però non mi sono mai tirata indietro. L’esperienza precedente mi aveva dato sicurezza e strumenti. Certo, dal punto di vista tecnico ho dovuto imparare molto, e non è stato immediato. Ma con il tempo, con la costanza e con il lavoro quotidiano, ho costruito credibilità. E oggi questo è riconosciuto».
Lei ha portato anche un’impronta personale nella gestione del negozio.
«Sì, ho sentito fin da subito l’esigenza di dare al negozio un’identità più accogliente. Non volevo che fosse percepito solo come un luogo tecnico, ma come uno spazio in cui le persone potessero entrare con serenità.
Ho lavorato molto sull’ambiente, sui dettagli, sull’accoglienza. Questo ha fatto sì che anche una clientela diversa, come le donne, si sentisse più a proprio agio. Oggi entrano con naturalezza, chiedono, si affidano. Questo per me è un risultato importante».
Cosa significa oggi gestire un’attività come questa?
«Significa tenere insieme tante cose contemporaneamente. C’è la parte operativa, che è molto intensa: fornitori, ordini, magazzino, consegne. Ma c’è anche tutta la dimensione relazionale, che è altrettanto impegnativa.
Bisogna essere sempre presenti, sempre attenti. È un lavoro continuo, che non si interrompe mai davvero. Ma è anche un lavoro che restituisce molto, soprattutto quando si costruiscono rapporti duraturi con le persone».
Il rapporto con il quartiere quanto è cambiato?
«È cambiato molto, perché è cambiata la società. Oggi ci sono realtà diverse: molte persone anziane sole, molte donne che gestiscono da sole la quotidianità, molte persone straniere.
Questo ha trasformato anche il nostro modo di lavorare. Non si tratta più solo di vendere un prodotto, ma di offrire un punto di riferimento. Spesso le persone entrano anche per chiedere un consiglio, per sentirsi rassicurate. E questo diventa parte del lavoro».
Capita di vedere ancora clienti “storici”?
«Sì, ed è una delle cose più belle. Arrivano i figli o i nipoti di chi veniva qui tanti anni fa. Portano con sé i ricordi, raccontano episodi, a volte si emozionano.
In quei momenti capisci che il negozio non è solo un luogo di passaggio, ma un pezzo della storia personale di tante persone».
Quanto conta oggi il rapporto umano con il cliente?
«Conta tutto. È ciò che distingue davvero un’attività come la nostra.
A volte preferisco fermarmi, parlare con il cliente, capire bene la situazione. Può capitare di non concludere subito una vendita, di consigliare di fare prima una verifica, di prendersi un momento in più. Non è tempo perso, è tempo investito nella relazione. Le persone lo percepiscono, e proprio per questo tornano.
Ha un ricordo che le è rimasto particolarmente nel cuore?
«Uno dei momenti più forti è stato quando un cliente mi ha mostrato un video di mio nonno, girato anni prima. Rivederlo così, all’improvviso, è stato come riportarlo qui, dentro il negozio. È stato un momento molto intenso».
Autoricambi Garibaldi sembra essere qualcosa di più di un negozio.
«Sì, lo è. Io lo vivo come un luogo che deve creare relazioni, non solo vendere prodotti. Per questo cerco di curarlo, di renderlo accogliente, di far sì che le persone si fermino volentieri.
Come diceva mio nonno, quando alzi la serranda su una strada hai una responsabilità. Io questa frase l’ho fatta mia. E cerco, ogni giorno, di onorarla».
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