HomeCronacaViolenza su una bambina, condannato anche in appello dopo anni di silenzio

Violenza su una bambina, condannato anche in appello dopo anni di silenzio

Il tribunale riconosce i fatti in Sentenza di Appello, l’uomo è ancora in libertà

Una vicenda di violenza accaduta quando la vittima aveva 10 anni è arrivata in tribunale sei anni più tardi, quando la ragazza ha trovato il coraggio di denunciare. Il procedimento, lungo e sofferto, si è concluso con una sentenza di primo grado a favore della vittima nel dicembre 2024, poi confermata in Corte d’Appello con la decisione del 26 febbraio 2026. La Corte ha quindi ribadito la responsabilità dell’imputato, un uomo di nome O.F. (classe 1970) residente a Venetico, di origini messinesi.

Due gli episodi di violenza risalenti all’estate del 2015, accaduti a San Pier Marina, nel Comune di San Pier Niceto (Messina). Dopo quei fatti, rimasti a lungo nel silenzio, la vita della bambina cambia profondamente: ansia, attacchi di panico sempre più frequenti, interventi dell’ambulanza e visite specialiste. Poi il trasferimento a Rovigo e, anni dopo, la rivelazione della verità.

L’imputato O.F.

Il procedimento penale è stato a carico di O.F. un vicino di casa della famiglia della vittima, anche lui padre di una bambina, amica della vittima. Tra le due famiglie c’era un rapporto di frequentazione cordiale e rispettosa tra vicinato che, con il tempo, avrebbe però lasciato spazio a diffidenze e tensioni, proprio per i comportamenti ambigui dell’uomo. Secondo alcune indiscrezioni, il caso della bambina di dieci anni non sarebbe un episodio isolato: altre bambine sarebbero state oggetto di attenzioni intime da parte dell’uomo.

O.F. è attualmente in stato di libertà ed esercita liberamente la sua professione.

Violenza, due episodi

Secondo i documenti processuali, l’uomo avrebbe approfittato di due occasioni, due finestre di tempo per introdursi nello spazio privato della bambina, finendo persino dentro casa. Avrebbe approfittando quindi di questi due momenti rarissimi, quando la bambina non era sotto lo sguardo diretto dei genitori.

Il primo episodio si sarebbe verificato in pieno giorno nei pressi dell’abitazione. La bambina giocava nel cortile di casa, mentre la madre cercava di far addormentare il figlio più piccolo. L’uomo si sarebbe avvicinato alla bambina proponendole di andare a vedere un gatto grigio nel canneto vicino la spiaggia. A seguito di continue insistenze, e facendo leva sulla passione della bimba per i gatti, riuscì a condurla nel posto designato, lontano da sguardi indiscreti. Lì avrebbe avuto luogo il primo approccio. Brevi istanti, macchie indelebili nella mente di una bambina.

La madre, accortasi immediatamente dell’assenza della figlia, inizia a chiamarla a squarciagola. Pochi istanti dopo la vede arrivare insieme a O.F. al quale si rivolge immediatamente, piena di spavento e fastidio. Come si legge nella testimonianza della madre durante il dibattimento, si sarebbe rivolta all’uomo chiedendo con quale autorizzazione avesse portato via la figlia senza dire nulla a nessuno. Lui le avrebbe risposto: Che fai, non ti fidi?

No, mi dispiace — avrebbe detto lei — io non mi fido neanche delle mie budella quando si tratta dei miei figli. Aveva continuato dicendo che i suoi figli stavano dove lei poteva vederli, intimandogli di non permettersi mai più una cosa del genere.

Abusi su minore

Il secondo episodio, secondo la ricostruzione dei verbali, sarebbe avvenuto qualche settimana più tardi. La bambina era appena rientrata dal mare con la moglie e le figlie dell’imputato e si trovava da sola in casa, seduta sul divano con addosso ancora il telo mare e pronta a fare la doccia. La madre era dal medico con l’altro figlio e sarebbe rientrata da lì a pochi minuti.

Sapeva che O.F. non c’era, e forse questo l’aveva fatta sentire al sicuro, tanto da voler giocare in spiaggia con l’amica.

Ma O.F. era rientrato e, notando la bambina sola, sarebbe entrato nell’abitazione compiendo gli stessi gesti della volta precedente.

«Mai nella vita avrei potuto immaginare una cosa del genere – racconta la madre –. Spesso si pensa che la colpa sia dei genitori che prestano poca attenzione ai figli, ma non è così. Noi non abbiamo mai perso di vista nostra figlia: infatti gli episodi sono stati due, perché lei era sempre con noi e lui non poteva avvicinarsi facilmente, ma quel poco è bastato».

Il silenzio negli anni e i primi racconti

La vicenda è emersa anni dopo, quando la vittima ha trovato il coraggio di raccontare l’accaduto per la prima volta al suo insegnante di spagnolo, verso il quale nutriva un forte rapporto di fiducia. Il docente – come si legge nel verbale – ha ricordato lo stato emotivo della giovane: era molto turbata e faceva fatica a parlare; solo dopo diversi momenti di esitazione riuscì a raccontare gli episodi. Dopo aver ascoltato il suo racconto, l’insegnante le consigliò di parlarne con i genitori e segnalò la situazione alla vicepreside della scuola, che suggerì di rivolgersi alla psicologa scolastica.

Quando la ragazza trovò il coraggio di raccontare tutto alla madre, per la famiglia fu uno shock.

«Stavamo parlando di un caso di violenza – ricorda la madre – e mia figlia disse che anche O.F. aveva fatto una cosa simile. Chiedo se fosse accaduto a sua figlia ma lei rispose di no, indicando se stessa. Ho sentito di morire».

Davanti a rivelazioni così forti, si può solo immaginare quante sensazioni possano coesistere insieme. La madre ricorda immediatamente quei due episodi isolati del passato e li collega alle parole della figlia.

La strana sensazione che le era saliva dallo stomaco quando aveva visto la figlia tornare con O.F.– e che sarà raccontato in dibattimento – e le domande fatte ripetutamente alla bambina per capire se fosse successo qualcosa. In quel momento, tutti i malesseri della figlia ebbero una spiegazione logica, ma questa spiegazione aveva un costo enorme, che aveva già iniziato a logorarla da tempo.

Nel verbale si legge che la ragazza non riesce a raccontare i fatti a voce alta, fatica a rivolgere quei racconti a se stessa. Forse nutre un sentimento di vergogna, quello che finisce per legare tutte le vittime. La madre prova a tranquillizzarla, trattiene tutto il peso di quella verità, e le chiede di scriverle un messaggio su whatsapp per raccontarle tutto nei dettagli.

Da quel lungo messaggio, poi depositato agli atti, inizia tutto l’iter processuale.

L’iter processuale

Le prime dichiarazioni ufficiali sono state rese dalla ragazza il 2 settembre 2021 alla sostituta procuratrice di Barcellona Pozzo di Gotto.

A seguito della denuncia, nel febbraio del 2023 la Procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha avviato le indagini che hanno portato al rinvio a giudizio dell’uomo con l’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di una minore. Durante il dibattimento sono stati ascoltati diversi testimoni. Centrale è stata la testimonianza della vittima, difesa dall’Avv. Piera Basile. In aula sono state inoltre acquisite le dichiarazioni dell’insegnante di spagnolo a cui la ragazza aveva confidato i fatti e quelle della madre

«L’elemento più discusso durante il processo – spiega l’Avv. Basile – è giustamente stata la ricostruzione di questi abusi. Questo perché risulta difficile ricostruire i fatti del passato facendo emergere prove tangibili. Ricostruire la prova è già difficile per episodi accaduti il giorno prima, maggior ragione per quelli accaduti molti anni addietro».

Con la sentenza di primo grado depositata nel dicembre del 2024, il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato per i fatti contestati, ritenendo provata la violenza sessuale ai danni della minore. O.F. è stato condannato alla pena complessiva di sette anni e due mesi di reclusione. La recente udienza di appello del 26 febbraio 2026 al Tribunale di Messina ha riconfermato la condanna.

violenza su minore, l'Avv. della difesa Piera Basile

La vergogna che non appartiene alla vittima

Per la madre della giovane, la decisione del tribunale rappresenta un segnale di fiducia nella giustizia, perché – come ha spiegato – la verità dei fatti è stata finalmente riconosciuta, nonostante il percorso per la figlia sia ancora molto difficile.

L’Avv. Piera Basile sottolinea l’importanza della decisione del tribunale, ricordando come nei casi di questo tipo non sia sempre facile arrivare a una denuncia. «Molto spesso le vittime fanno fatica a denunciare – spiega – anche perché provano una sorta di vergogna che, pur non avendo alcuna responsabilità, le porta a colpevolizzarsi per quanto accaduto».

Il processo, aggiunge, espone comunque la vittima, anche se si svolge a porte chiuse. «In un certo senso i fatti diventano pubblici e questo può essere molto difficile da affrontare. Anche per questo motivo molte vittime preferiscono non denunciare».

L’Avv. Basile aggiunge che molte vittime rinunciano a denunciare anche per la mancanza di fiducia nella giustizia. «Spesso – spiega – temono di non riuscire a ricostruire con precisione quanto accaduto e quindi di non riuscire a dimostrarlo pienamente».

Questo timore può portare a un forte senso di demoralizzazione. «Molte persone – prosegue – arretrano proprio perché pensano di non riuscire a provare ciò che è successo e temono che l’imputato possa essere assolto. In quei casi la vittima vive una seconda sconfitta, una sorta di vittimizzazione secondaria».

Proprio per questo, secondo il legale, le sentenze che riconoscono la responsabilità degli imputati hanno un valore importante anche per altre vittime. «Quando emergono decisioni positive – conclude – possono incoraggiare chi ha subito reati gravissimi a trovare il coraggio di denunciare. Sapere che in altri casi la giustizia ha funzionato aiuta a rafforzare la fiducia e a spingere le persone a rivolgersi alle autorità».

Si auspica, quindi, che casi come questo vengano trattati con strumenti adeguati alla loro gravità. Chi si rende responsabile di tali reati dovrebbe essere sottoposto a misure che vadano oltre la sola detenzione, prevedendo anche percorsi terapeutici e di supporto psichiatrico finalizzati alla prevenzione di nuove condotte.

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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