HomePolitica & SocietàIl mercato contro l'uomo. L’ideologia liberista come nuovo totalitarismo “miti” d’Europa

Il mercato contro l’uomo. L’ideologia liberista come nuovo totalitarismo “miti” d’Europa

Perché l’accordo UE–Mercosur rivela la crisi ideologica dell’Unione e il trionfo del mercato sulla politica e sulla dignità umana

Il rinvio dell’accordo UE–Mercosur non è prudenza. È paura. Non è riconsiderazione politica. È tattica di sopravvivenza. È la sospensione del gesto, non la revisione del pensiero e dell’ideologia. La macchina europea rallenta quando la realtà esplode, ma non interroga mai se stessa. Riprende il percorso appena il rumore si attenua, come una nave senza timone che non può fare altro che continuare in linea retta, anche se davanti c’è la scogliera.

Per capire perché, bisogna guardare oltre il tecnicismo commerciale. Qui non è in gioco una trattativa economica. È in gioco un’ideologia. L’ideologia dominante del nostro tempo: quella liberista–mercatista che considera la vita sociale, le comunità e persino l’uomo nella sua dimensione concreta come materiale manipolabile in funzione di astratti parametri di efficienza, crescita, competitività.

L’ideologia liberista come nuovo totalitarismo mite

Non è un errore tecnico, non è superficialità politica: è una scelta di civiltà. È l’idea che il mercato, svincolato da limiti morali e da finalità pubbliche, sia il giudice ultimo del giusto e dell’ingiusto. È la convinzione che tutto sia negoziabile: il lavoro, i territori, la salute, persino la stabilità politica. Il risultato è la cancellazione di ogni principio di giustizia redistributiva, di coesione sociale, di promozione reale del lavoro e della dignità delle persone.

E qui entra in scena il caso agricolo.

L’agricoltura non è un settore. È la base materiale dell’esistenza collettiva. È il cibo, cioè la vita. È la struttura di interi territori. È cultura, identità, sicurezza. Trattarla come una variabile economica sacrificabile, come un comparto fra gli altri da usare come moneta di scambio geopolitica, non è solo un errore politico: è un atto contro l’uomo. È la scelta deliberata di subordinare la vita reale degli individui ad un dogma ideologico. Perché chi governa questo lo sa.

ideologia liberista

Non è plausibile immaginare che Commissioni, governi, apparati tecnici ignorino che certe decisioni distruggono interi settori produttivi. Non è credibile che non comprendano il nesso tra dumping regolatorio, compressione dei prezzi, desertificazione sociale e dipendenza strategica. Lo sanno perfettamente. Eppure insistono. 

Non stupisce la cecità, stupisce la lucidità con cui si persevera in una direzione sapendo che essa produce ingiustizia e instabilità. Stupisce la sistematicità con cui il dissenso argomentato viene non solo ignorato, ma persino criminalizzato, delegittimato, ridicolizzato. Chi pone obiezioni non è interlocutore politico: diventa problema da neutralizzare. Si arriva al paradosso che chi difende lavoro, comunità, beni essenziali, venga dipinto come “nemico del progresso”. Questo schema non riguarda solo l’agricoltura. Lo vediamo nella sanità, nel lavoro industriale, nella gestione energetica, nella logica digitale. Sempre la stessa dinamica: spinta forzata verso modelli astratti, imposizione regolatoria interna, apertura incontrollata esterna, devastazione del tessuto sociale, e poi — quando la realtà esplode — la solita liturgia: “indennizzi”, “ristori”, “fondi di accompagnamento”. Ed è qui che si compie la doppia perversione politica. Da un lato si abitua la società all’idea che per essere ascoltati serve il conflitto, serve la rivolta. Non la partecipazione, non il dialogo sociale, non la mediazione politica: la rottura. Si induce il cittadino a capire che le istituzioni rispondono solo quando hanno paura, non quando ascoltano. Questo è devastante per ogni ordinamento democratico. Dall’altro lato si normalizza l’idea che una decisione ingiusta possa essere “messa a posto” con un assegno. Si afferma il principio secondo cui la distruzione di un diritto, di un settore, di una funzione sociale può essere compensata con denaro pubblico. Si crea il cittadino assistito, dipendente, espropriato della propria autonomia produttiva. Non protezione sociale, ma anestesia del conflitto per mantenere intatto l’impianto ideologico.

Il risultato è sotto gli occhi di chi vuole vedere: concentrazione dei poteri economici in pochissime mani, crescente dipendenza politica ed economica, marginalizzazione del lavoro reale, dissoluzione dei corpi intermedi. È un nuovo feudalesimo, ma peggiore del vecchio: perché non si limita a controllare le terre, controlla anche le coscienze, manipola il linguaggio, impone visioni antropologiche, entra perfino nell’intimità della persona, dirigendo bisogni, desideri, paure.

È un potere “mite”, ma totalizzante. Non impone catene. Impone narrative. Non usa la coercizione fisica. Usa quella morale, mediatica, culturale.

E tutto parte sempre da lì: dal mito del mercato come unica razionalità possibile, dal primato della tecnica sulla politica, dal rifiuto della giustizia come criterio superiore del diritto. Così si spiega perché accordi come UE–Mercosur non sono solo errori economici: sono atti ideologici. Sono strumenti di trasformazione del modello sociale europeo. Sono tasselli di una strategia che allontana sempre più l’Europa dal suo fondamento originario: la dignità del lavoro, l’equilibrio tra potere e comunità, la centralità della persona.

Il rinvio del trattato non basta. Se non cambia la logica, tutto resta immutato.

E allora la vera domanda non è se l’accordo sarà firmato o no. La vera domanda è se l’Europa avrà il coraggio di tornare alla ragione pubblica. Ma ormai il dubbio è più profondo: questa Unione ha ancora dentro di sé la possibilità di farlo? O l’ideologia che la governa è diventata talmente strutturale da impedirle qualunque ritorno alla misura, alla giustizia, alla politica vera?

La verità, oggi, appare brutale ma inevitabile: questa Unione europea è diventata un corpo malato in metastasi. Non è più uno strumento di cooperazione, ma un apparato ideologico che consuma i popoli, svuota la democrazia, distrugge settori vitali, impone modelli estranei alla nostra storia, alla nostra cultura, alla nostra religione, alla nostra idea di sviluppo umano e sociale. Continuare a restarvi dentro non è più una scelta politica. È una condanna. E allora la conclusione non è più tattica, ma esistenziale: abbandonare questa Unione non è più un’opzione ideologica, è una necessità di sopravvivenza. È l’unica via per recuperare la capacità di governare il nostro destino, di difendere la nostra economia reale, di proteggere la comunità nazionale, di restituire dignità all’uomo prima ancora che al mercato. Perché quando un ordinamento rinuncia alla giustizia, chi vi resta dentro non difende più la propria appartenenza: difende la propria lenta dissoluzione.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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