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L’Europa che si disgrega: energia, guerre e la fine dell’illusione comunitaria

Tra crisi energetica, frammentazione politica e identità smarrite, l’Europa si scopre incompiuta: un progetto ambizioso che deve ritrovare fondamenta comuni per reggere alle tempeste globali

Abbiamo a lungo immaginato l’Europa come una casa in costruzione: ponteggi dappertutto, architetti che discutono sulle proporzioni, stanze già abitabili e altre ancora da intonacare. Ci dicevamo che, con pazienza, sarebbe diventata solida, accogliente, capace di resistere al maltempo della storia. Eppure, negli ultimi anni, la tempesta ha bussato forte: pandemia, guerra, energia, inflazione. È stato allora che ci siamo accorti di qualcosa di più radicale: non è soltanto la casa a essere incompiuta; forse è il progetto stesso a essere contraddittorio. L’Unione funziona come mercato, arranca come soggetto politico; sa fissare regole minuziose, ma fatica a scegliere una direzione quando il mondo chiede decisioni rapide e rischiose.

La tempesta dell’energia

La crisi energetica ha agito come rivelatore. Per decenni l’industria europea ha goduto di un vantaggio di costo grazie al gas russo a buon prezzo, arrivato via tubo in modo stabile e prevedibile. Era la linfa che scorreva senza clamori sotto i pavimenti della manifattura: chimica, ceramica, vetro, carta. La guerra in Ucraina ha reciso quel tubo e la sostituzione è avvenuta sul mare, con il gas naturale liquefatto. Ma il mare costa più della terra: liquefare, trasportare, rigassificare. Così l’Europa si è ritrovata a pagare l’energia più cara di Stati Uniti e di molti concorrenti asiatici. Il resto è aritmetica sociale: bollette più alte per le famiglie, margini compressi per le imprese, delocalizzazioni, inflazione che mangia stipendi e risparmi.

L’illusione dell’unità politica

Di fronte alla tempesta, l’Unione ha risposto con strumenti utili ma difensivi: stoccaggi pieni, qualche acquisto congiunto, tetti temporanei, sussidi nazionali. È mancato ciò che avrebbe fatto la differenza: una politica energetica comune che riducesse la dipendenza esterna e offrisse prezzi prevedibili per l’industria. Non basta accelerare sulle rinnovabili se mancano reti, accumuli, back-up; non basta annunciare obiettivi climatici ambiziosi se poi la realtà produttiva si spezza sotto il peso dei costi. La sensazione, diffusa, è di vivere un paradosso: l’Europa parla di autonomia strategica, ma per la sicurezza dipende dalla NATO, per l’energia dal mercato globale, per le materie prime da catene che non controlla.

Qualcuno accusa i governi di mancare di volontà. Ma il punto è più profondo: la volontà politica ha bisogno di istituzioni adeguate e di un’anima condivisa. L’Unione è un mosaico di nazioni con storie, lingue, interessi divergenti. Funziona quando si tratta di armonizzare regole; trema quando si tratta di potere. Le decisioni più sensibili richiedono unanimità o maggioranze complesse; basta un veto perché l’intero edificio si immobilizzi. E quando la crisi incalza, le capitali tornano a fare le capitali. È naturale: un governo risponde prima di tutto al proprio popolo. Ma proprio qui emerge l’illusione: esiste un “popolo europeo”? Esiste un sentimento comune forte a sufficienza per giustificare rinunce, rischi, sacrifici condivisi?

Edificio in costruzione con bandiera dell’Unione Europea: metafora dell’Europa incompiuta

Le radici smarrite di un continente

La risposta, se siamo onesti, è incerta. L’Europa, lungo i secoli, è stata tenuta insieme da due collanti che oggi non reggono più la vita politica: una trama di monarchie imparentate e, soprattutto, la Chiesa cattolica, che forniva un immaginario, un diritto, una grammatica simbolica comune.

Quella trama dinastica si è dissolta con le rivoluzioni e le guerre; quell’orizzonte religioso è stato progressivamente marginalizzato. Al loro posto, l’Unione ha collocato trattati e procedure, un grande mercato che garantisce prosperità e pace in tempi normali. Ma la geopolitica non si fa con le procedure: richiede decisioni, coesione, e persino quella cosa antica che chiamiamo sacrificio.

Non è nostalgia. È un dato di realtà: senza una base culturale condivisa è difficile reggere sotto pressione. Ogni shock divide. Il Nord teme la disciplina di bilancio tradita; il Sud teme l’austerità che spegne crescita e coesione; l’Est teme la Russia e chiede garanzie di ferro; il Centro teme che la manifattura perda ossigeno.

Non è cattiveria, è geografia politica. Ma la somma dei timori non fa un disegno; fa un rumore. E nel rumore, altri attori si muovono più rapidi: gli Stati Uniti, che vendono energia e protezione; la Cina, che offre infrastrutture e mercati; le economie emergenti che si organizzano in nuove costellazioni. L’Europa, intanto, discute, e talvolta si consola con la qualità regolatoria, come se bastasse scrivere regole per cambiare il vento.

La guerra ha riportato al centro la domanda più scomoda: chi siamo, noi, insieme? Se la risposta resta un elenco di programmi e fondi, la casa non reggerà alle prossime bufere. Non basterà nemmeno invocare più integrazione come una formula magica. Integrare che cosa, esattamente? Con quali finalità ultime condivise? Il progetto europeo, così com’è, è velleitario perché pretende un esito politico senza le premesse culturali. Chiede una comunanza di destino dove esistono, spesso, comunità legate da memorie diverse, talora opposte. In assenza di un racconto comune, la tecnica istituzionale diventa un linguaggio stanco.

Ripartire dal possibile

E tuttavia, non siamo condannati a scegliere tra dissoluzione e finzione. Esiste uno spazio realistico di ricomposizione: smettere di promettere ciò che non si può mantenere e iniziare a fare bene ciò che è possibile. Parlare chiaro sull’energia, evitando slogan e misure contraddittorie; investire in reti e accumuli, sapendo che la transizione non è un cartellone pubblicitario ma un cantiere sporco e lungo; coordinare davvero gli acquisti strategici, senza trasformarli in gare di prestigio nazionale; rafforzare alcune difese comuni laddove ha senso, senza fingere di avere già un esercito europeo; rimettere al centro la formazione, la demografia, la famiglia, perché senza persone non c’è economia che tenga.

Soprattutto, occorre riconoscere che non tutte le integrazioni sono uguali. Si può cooperare a cerchi, su dossier specifici, con alleanze variabili che rispettino le differenze. Si può smettere di vergognarsi delle radici e comprenderne il valore politico: non per imporre una fede, ma per non amputarsi di ciò che, per secoli, ha dato voce comune a popoli diversi. Una civiltà che non sa dire chi è finisce per farsi definire da altri. L’Europa non ha bisogno di un mito eroico, ma di una verità sobria: accettare i propri limiti, valorizzare ciò che funziona, ammettere che alcune ambizioni erano e restano oltre la portata di un mercato senza nazione.

Se torniamo alla casa con cui avevamo iniziato, la conclusione è amara e insieme liberante. Forse non avremo mai un palazzo unitario con una sola facciata. Forse la nostra vocazione è un quartiere: strade che si intersecano, case diverse per stile e dimensione, una piazza dove ritrovarsi quando serve. Funzionerà se la piazza esiste davvero, se non è solo una retorica. Funzionerà se ci sarà un pozzo al centro da cui attingere acqua comune: una lingua minima condivisa, una memoria riconciliata, una serie di opere concrete che migliorano la vita di chi abita qui.

Se non accadrà, continueremo a chiamare “Unione” ciò che è, in sostanza, un condominio ben amministrato. E ogni tempesta ci ricorderà, con crudele puntualità, che le case senza fondamenta non crollano per cattiveria del vento: crollano perché erano disegnate per un tempo senza tempeste.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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