HomeCronacaAttualità e societàGiancarlo Siani, la verità che la camorra non perdonò

Giancarlo Siani, la verità che la camorra non perdonò

Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino, fu assassinato dalla camorra a Napoli nel 1985. Il suo ricordo oggi ispira giornalismo etico, legalità e impegno civile

Non è morto per aver svelato traffici illeciti ma per aver svelato un tradimento. Giancarlo Siani, giornalista de Il Mattino, il 10 settembre 1985 informò i suoi lettori che dietro l’arresto del boss Valentino Gionta c’erano gli alleati di Nuvoletta, che l’avevano tradito in cambio di una tregua con il clan dei casalesi. Morì il 23 settembre dello stesso anno, una sera di fine estata, colpito da una raffica di colpi di pistola da due uomini sulla via Romaniello, al Vomero, uno dei quartieri collinari di Napoli. Aveva 26 anni e una grande fiducia nel giornalismo. Pagò con la vita una scelta precisa: raccontare la verità in un contesto difficile: la Napoli degli anni ‘80.

Il podcast L’eredità di Giancarlo Siani, pubblicato in questi giorni (il 22 e il 23 settembre 2025) di Andrea Borgnino e Paola Manduca, e prodotto da Original RauPlaySound, ci restituisce una prospettiva completa, umana e professionale. Il materiale d’archivio e le interviste ricostruiscono il contesto del periodo, tra difficoltà e minacce.

La Napoli degli anni ‘80

Giancarlo Siani, laureato in Giurisprudenza con una tesi sulla camorra, iniziò a occuparsi di giornalismo collaborando con il periodico Osservatorio sulla Camorra e poi con Il Mattino, dove si occupò in particolare della cronaca nera di Torre Annunziata. Diventò quindi cronista in una terra segnata dalla ricostruzione del terremoto del 1980, con miliardi di lire destinati alla rinascita della città ma, in realtà, finiti in gran parte nelle mani della camorra. I clan stavano ridisegnando i loro equilibri di potere e non mancano le guerre sanguinose: gli scontri tra la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia portò a centinaia di morti.

In quel contesto, il giornalismo locale rischiava di diventare un atto di cronaca nera ripetitiva. Ma Siani scelse di andare oltre: indagò, imparò a collegare i fatti e rivelò rapporti complessi tra clan e alcuni componenti della polizia locale. Siani scrisse molti pezzi su Torre Annunziata, città sotto il controllo del clan Gionta, soprannominato “il clan dei pescivendoli”. Non aveva tutele né rapporti di protezione ma un rigore giornalistico che molti colleghi gli riconobbero soltanto dopo. Nell’articolo che lo aveva condannato a morte, la camorra aveva compreso che quella penna libera era pericolosa, che poteva alterare gli equilibri interni.

L’inchiesta

Il suo omicidio rimase impunito per anni. La verità venne a galla solo nel 1993 con il lavoro d’inchiesta del Pool Siani, costituito dall’alleanza tra alcuni giornalisti, il pm Armando D’Alterio e il capo della Squadra Mobile Bruni Rinaldi. Anche grazie alle testimonianze di alcuni pentiti, riuscirono a ricostruire il movente e a individuare mandanti, ovvero i fratelli Nuvoletta, clan alleato con i Corleonesi di Riina, e gli esecutori materiali, i due killer legati al clan Gionta.

Uno sguardo a Napoli

Ogni anno Napoli ricorda la memoria di Siani. In via Romaniello, al Vomero, davanti alla targa che custodisce la memoria, si sono alternati interventi e testimonianze di cittadini e istituzioni. Momenti di partecipazione sentita, in cui la città ha ribadito – come riportato dai media locali – che ricordare non è retorica. In questo caso, ricordare Giancarlo Siani significa trasformare gli ideali in progetti concreti: scuole che educano alla legalità, giovani che scelgono di raccontare, comunità che resistono al ricatto delle mafie.

La memoria di Siani

Gli ideali e la sua vita precocemente spezzata, divennero il simbolo dell’impegno civile e della libertà. Molto significativa risulta la fotografia di Siani, disponibile online, con il simbolo della pace disegnato sul volto. In suo onore sono nate Fondazioni, scuole e associazioni, con l’obiettivo di portare avanti i principi di legalità. Uno dei principali promotori di progetti educativi per le scuole è stato il fratello Paolo, pediatra e parlamentare in un periodo della vita. Paolo è stato tra i primi ad aver visto il corpo di Giancarlo Siani – come racconta nel podcast L’eredità di Giancarlo Siani – e forse, parafrasando le sue parole, è sempre rimasto lì, non se n’è mai andato. Ha trasformato il dolore del lutto in impegno collettivo.

Siani è diventato un simbolo anche per le nuove generazioni, che in lui scoprono oggi un modello di giornalismo etico, militante e senza partito, grazie anche ai premi giornalistici e alle borse di studio riservate ai giovani cronisti. Anche la cinematografia ha voluto onorare la memoria del giornalista. Impossibile non pensare alla pellicola del 2009 di Marco Risi, Fortapàsc, con Libero De Rienzo nei panni di Siani.

«Un giornalista non deve mai avere padroni. Può avere un editore, ma mai un padrone» scriveva Siani. Oggi, in un’epoca in cui la libertà di stampa continua ad essere messa in discussione, questa frase suona come una speranza.

Immagini dal web

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Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
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