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Dopo il woke, l’economia. Ma per quale uomo?

Dal ritorno della questione sociale alla crisi della rappresentanza: lavoro, mercato e concentrazione del potere riaprono il dibattito sul fine dell’economia e della politica

C’è qualcosa di profondamente significativo nel dibattito che si sta aprendo nella sinistra americana. Non tanto perché rappresenti una svolta già compiuta, quanto perché sembra contenere l’ammissione, almeno parziale, di un errore. La stampa mainstream sintetizza il fenomeno in modo piuttosto eloquente: «Usa, dietrofront a sinistra: “Il woke è una follia, puntiamo sull’economia”».

Anche Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure simbolo del progressismo statunitense e dell’eredità politica di Bernie Sanders, ha preso le distanze da alcuni eccessi della stagione apertasi intorno al 2020. Intervistata da ABC, ha richiamato l’espressione «Woke 1 was crazy» e ha invitato a giudicare i candidati per ciò che propongono oggi. Parallelamente, una parte della sinistra democratica sembra intenzionata a riportare al centro salari, costo della vita, lavoro, sanità e condizioni materiali delle classi popolari. 

La domanda, tuttavia, è se ci troviamo davanti a un’autentica revisione culturale oppure, più semplicemente, davanti a un aggiustamento elettorale,  ma per comprenderlo occorre guardare più indietro.

sinistra americana

Una crisi che viene da lontano

La crisi della sinistra non nasce con il woke e neppure con le sconfitte elettorali degli ultimi anni. Ha radici molto più profonde e riguarda innanzitutto la concezione dell’uomo sulla quale una parte considerevole della sinistra moderna ha costruito il proprio progetto politico.

Socialismo e comunismo nacquero anche dalla denuncia di problemi reali. Lo sfruttamento prodotto dall’industrializzazione ottocentesca, le condizioni disumane di una parte del proletariato, la concentrazione della ricchezza e l’assenza di adeguate tutele del lavoro non erano invenzioni ideologiche.

L’errore fu piuttosto nella risposta offerta a quei problemi: la riduzione della complessità dell’uomo alla sua collocazione economica, la lettura conflittuale della società, la lotta di classe elevata a motore della storia e, nelle sue realizzazioni più radicali, la subordinazione della persona a un progetto collettivo.

Molto prima che il Novecento mostrasse fino in fondo le conseguenze dei sistemi comunisti, diversi pensatori avevano individuato il problema.

La critica cristiana al socialismo, per esempio, non consisteva nella difesa dello status quo. Leone XIII, nella Rerum Novarum del 1891, condannava la soluzione socialista dell’abolizione della proprietà privata, ma nello stesso documento denunciava le condizioni dei lavoratori e rivendicava la necessità di una giusta remunerazione e di un ordine economico rispettoso della dignità della persona. 

Quarant’anni dopo Pio XI avrebbe compiuto un passo ulteriore. Nella Quadragesimo Anno non denunciò soltanto il socialismo, ma anche la degenerazione del capitalismo quando il potere economico si concentra in poche mani.

La sua descrizione conserva una sorprendente attualità: dalla concentrazione della ricchezza nasce la lotta per il predominio economico e da questa quella per influenzare il potere politico. Pio XI arrivava a osservare che alla libertà del mercato può sostituirsi una vera «egemonia economica». 

È un passaggio essenziale perché impedisce di cadere nell’equivoco secondo cui criticare il socialismo significhi necessariamente accettare qualunque forma di capitalismo. Esiste una terza prospettiva, ed è precisamente quella che la politica contemporanea sembra avere dimenticato.

Dal lavoratore all’identità

Per buona parte del Novecento la sinistra occidentale aveva almeno un soggetto politico chiaramente riconoscibile: il lavoratore. Si potevano contestare le sue soluzioni, la sua antropologia o il suo rapporto con il marxismo, ma il centro della questione rimaneva prevalentemente sociale.

Progressivamente qualcosa è cambiato; alla fabbrica si è sostituita l’università, alla questione salariale quella identitaria, alla condizione materiale del lavoratore il linguaggio, la rappresentazione, l’appartenenza a categorie sempre più specifiche. La politica ha cominciato a occuparsi non soltanto della distribuzione della ricchezza, ma della ridefinizione culturale dell’uomo.

È in questo terreno che si è sviluppata quella galassia di fenomeni che, con un termine certamente generico ma ormai entrato nel linguaggio comune, definiamo woke.

Il paradosso è evidente: una cultura politica nata dichiarando di voler rappresentare le classi popolari ha progressivamente adottato codici linguistici, categorie culturali e priorità spesso molto più diffuse negli ambienti universitari e nelle élite urbane che nel mondo operaio e nella classe media;la distanza, prima culturale e successivamente elettorale, era quasi inevitabile.

E infatti la riflessione oggi in corso negli Stati Uniti riguarda precisamente la necessità di recuperare un linguaggio capace di parlare delle condizioni concrete delle persone. Non è soltanto Ocasio-Cortez a muoversi in questa direzione: nel dibattito democratico stanno tornando con forza il costo della vita, il lavoro e la critica alla concentrazione della ricchezza. 

Tornare all’economia non basta

Se il woke è stato un errore, la soluzione non può consistere semplicemente nel sostituire una parola d’ordine con un’altra. «Parliamo di economia» significa molto poco finché non rispondiamo alla domanda fondamentale: quale economia? a favore di chi?

Un’economia orientata alla diffusione della proprietà, alla crescita dei salari reali, alla famiglia, alla piccola e media impresa, alla mobilità sociale e alla possibilità per un lavoratore di costruire una vita autonoma? Oppure un’economia nella quale continueranno a crescere concentrazioni industriali, finanziarie e tecnologiche sempre più difficili da controbilanciare?

La questione diventa ancora più importante nell’epoca delle Big Tech e dell’intelligenza artificiale. Persino nel dibattito politico americano più recente la concentrazione del potere tecnologico e le conseguenze dell’IA sul lavoro sono diventate questioni politiche centrali.  Il problema, dunque, non è scegliere semplicemente tra più Stato e più mercato, questa alternativa appartiene in parte al Novecento.

La questione autentica è stabilire a quale fine debbano essere ordinati tanto lo Stato quanto il mercato, perché anche il mercato, quando viene trasformato da strumento in principio assoluto, può produrre una propria ideologia.

sinistra americana

L’altra ideologia: il liberalismo quando diventa assoluto

Bisogna naturalmente distinguere. La tradizione liberale ha dato alla civiltà occidentale contributi fondamentali: limitazione del potere, libertà individuali, garanzie giuridiche, libertà economica, pluralismo. Sarebbe intellettualmente scorretto ridurre tutto questo a un’unica caricatura.

Esiste però una degenerazione possibile del principio liberale: quella per cui la libertà non è più ordinata al bene, ma diventa essa stessa il criterio ultimo del bene.

È un passaggio decisivo: se ogni scelta vale semplicemente perché liberamente compiuta, diventa progressivamente più difficile affermare che esista qualcosa di oggettivamente giusto o ingiusto. L’uomo non riceve più una natura da comprendere e perfezionare, ma diventa un individuo chiamato a costruire incessantemente se stesso. Il limite cessa di essere parte della condizione umana e viene percepito come un ostacolo da rimuovere.

In questo senso il liberalismo radicalizzato può diventare, per certi aspetti, persino più pervasivo delle vecchie ideologie politiche. Queste pretendevano di imporre una determinata concezione dell’uomo; il nuovo paradigma tende invece a negare che possa esisterne una condivisa, lasciando apparentemente ciascuno libero di costruire la propria.

Ma una società non può vivere indefinitamente senza un’idea di bene, quando la politica rinuncia a formularla, il vuoto non rimane vuoto. Viene occupato dal mercato, dalla tecnica, dalla comunicazione, dagli interessi organizzati e infine dal potere.

Quando mercato e progressismo finiscono per incontrarsi

Qui emerge uno dei paradossi più interessanti del nostro tempo:la sinistra culturale e il capitalismo globale, apparentemente nemici, hanno potuto convivere assai meglio di quanto si sarebbe immaginato.

Una grande multinazionale può adottare il linguaggio più avanzato sui diritti individuali senza modificare sostanzialmente i propri rapporti economici. Può celebrare ogni possibile forma di autodeterminazione mentre continua a concentrare dati, capitale e potere. Può proclamarsi progressista senza mettere minimamente in discussione il modello economico dal quale trae la propria forza.

È molto più semplice cambiare un logo durante una campagna identitaria che redistribuire potere economico, ed è proprio per questo che il ritorno della sinistra americana all’economia merita attenzione, ma non autorizza ancora alcun entusiasmo. La domanda resta: quale economia?

Una politica economica realmente redistributiva, capace di rafforzare classe media, lavoratori, famiglie e piccole imprese? Oppure una nuova politica pubblica costruita all’interno dello stesso sistema di grandi interessi finanziari, tecnologici e industriali? La risposta non dipenderà dagli slogan, ma dalla capacità di mettere realmente in discussione le concentrazioni di potere.

Il problema della democrazia contemporanea

Arriviamo così alla questione forse più delicata, la democrazia rappresentativa occidentale sta attraversando una crisi che sarebbe superficiale ridurre alla contrapposizione tra populisti e moderati, il problema riguarda la distanza crescente tra rappresentanza formale e potere sostanziale.

Formalmente il cittadino continua a votare, i Parlamenti continuano a riunirsi, i governi cambiano e le Costituzioni rimangono in vigore. Ma contemporaneamente una parte crescente delle decisioni che incidono sulla vita delle persone dipende da strutture economiche, finanziarie, tecnologiche, amministrative e sovranazionali sulle quali il cittadino esercita un’influenza assai più debole.

È in questa distanza che matura la crisi di fiducia. Dire che la democrazia sia già nella propria «fase terminale» sarebbe una conclusione che richiede dimostrazione; sostenere però che molte democrazie occidentali stiano attraversando una crisi profonda della rappresentanza è assai meno azzardato.

Anche analisi contemporanee molto lontane dalla tradizione cattolica individuano nella deindustrializzazione, nella stagnazione dei salari, nella frammentazione sociale e nella crescente influenza tecnologica alcuni dei fattori che stanno indebolendo la democrazia liberale. 

E allora ritorna la domanda antica: per chi governa chi governa? È una domanda precedente alla distinzione tra destra e sinistra; se il rappresentante politico risponde sempre più alle strutture che finanziano, orientano o rendono possibile il suo potere e sempre meno alla comunità politica che formalmente rappresenta, la democrazia conserva il proprio involucro ma perde lentamente la propria sostanza.

Il bene comune dimenticato

Forse proprio qui occorre recuperare una categoria che il linguaggio contemporaneo considera quasi archeologica: il bene comune. Il bene comune non coincide con la somma degli interessi individuali e neppure con l’interesse dello Stato. Non significa sacrificare la persona alla collettività.

Significa costruire quelle condizioni sociali, economiche, culturali e spirituali che consentano alla persona e alle comunità naturali nelle quali essa vive di realizzarsi pienamente,è questa la ragione per cui la dottrina sociale cristiana ha potuto criticare contemporaneamente socialismo e capitalismo senza contraddirsi.

Pio XI lo spiegava con una formula straordinariamente equilibrata: capitale e lavoro hanno bisogno l’uno dell’altro, ed è ingiusto che l’uno pretenda di attribuire esclusivamente a sé ciò che nasce dalla cooperazione di entrambi. 

Qui siamo molto lontani tanto dalla lotta di classe quanto dall’assolutizzazione del mercato, Il lavoro non è semplicemente una merce, Il capitale non è un nemico, la proprietà non è un furto e il profitto non è un male; ma nessuna di queste realtà costituisce il fine ultimo dell’organizzazione sociale.

Tornare alla natura dell’uomo

Ed è precisamente questo il punto al quale, prima o poi, ogni discussione politica è costretta a tornare, possiamo discutere indefinitamente di aliquote, salari, welfare, regolamentazione delle piattaforme, intelligenza artificiale e redistribuzione, ma dietro ciascuna di queste questioni esiste una domanda precedente: che cosa è l’uomo?

Se l’uomo è soltanto un individuo produttore e consumatore, sarà sufficiente aumentare il suo reddito, se è soltanto un portatore di desideri, sarà sufficiente moltiplicare i diritti necessari a soddisfarli, sè soltanto un ingranaggio sociale, sarà sufficiente organizzare meglio lo Stato; ma se invece possiede una natura, una dignità intrinseca, una dimensione spirituale che precedono tanto il mercato quanto lo Stato, allora l’intera costruzione politica cambia.

Il diritto naturale nasce precisamente dal riconoscimento che il bene e il male non vengono creati dalla maggioranza parlamentare, dal mercato o dal desiderio individuale. Esiste una realtà dell’uomo alla quale anche il potere deve rispondere;è questo il grande rimosso della politica contemporanea.

Dopo il woke, che cosa?

Il ripensamento della sinistra americana è quindi interessante, ma rischia di essere molto più piccolo del problema che pretende di affrontare,se il woke viene abbandonato soltanto perché non porta voti, non è avvenuta alcuna revisione culturale,è cambiata semplicemente la strategia elettorale.

Una vera autocritica dovrebbe invece domandarsi perché una forza politica nata per rappresentare lavoratori e classi popolari sia arrivata a parlare un linguaggio spesso incomprensibile proprio a quelle persone; perché abbia progressivamente sostituito la questione sociale con quella identitaria; perché abbia creduto che modificare il linguaggio significasse necessariamente modificare la realtà.

Ma anche questo non sarebbe sufficiente,perché dopo aver riscoperto l’economia bisognerà inevitabilmente domandarsi quale economia si vuole costruire e quale concezione dell’uomo debba orientarla.

È qui che destra e sinistra, socialismo e liberalismo, progressismo e conservatorismo vengono messi davanti allo stesso limite poichè senza un criterio superiore al potere, anche le migliori istituzioni finiscono per trasformarsi in strumenti e senza un’idea di bene, la libertà diventa semplicemente possibilità.

Senza una concezione dell’uomo, l’economia finisce inevitabilmente per considerarlo una variabile e, senza una dimensione spirituale, la politica rischia di ridursi alla semplice amministrazione dei desideri e degli interessi.

La civiltà occidentale potrà forse ricostruirsi soltanto quando avrà il coraggio di riscoprire ciò che ha progressivamente espulso dal proprio linguaggio: la natura dell’uomo, il limite, la responsabilità, il bene comune e la dimensione trascendente dell’esistenza.

Non si tratta di tornare nostalgicamente al passato né di negare le conquiste della modernità. Si tratta di ricordare che economia, diritto, mercato e democrazia sono strumenti e che uno strumento acquista significato soltanto in relazione al fine per il quale viene utilizzato,per questo la notizia proveniente dagli Stati Uniti è meno rassicurante di quanto sembri.

Che una parte della sinistra dica oggi «abbiamo esagerato con il woke, torniamo all’economia» può rappresentare l’inizio di una riflessione. Ma può essere anche soltanto l’ennesimo adattamento di una politica che cambia linguaggio quando scopre che quello precedente non porta più voti.

Finché la politica non avrà il coraggio di interrogarsi e rispondere su cosa sia davvero l’uomo, continueremo probabilmente a sostituire un’ideologia con un’altra, chiamando ogni volta “progresso” ciò che è soltanto il nuovo volto dello stesso smarrimento.

Foto di copertina Rainer Eck / Pexels; foto wikipedia; immagine creata con IA.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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