Le storie sono i mille colori della vita. A volte restituiscono particolari a cui non avevamo dato importanza. Ci fanno sorridere, riflettere, comprendere. Ci avvicinano a esistenze diverse dalla nostra.
L’incontro sul palco di Mario Incudine e Simone Cristicchi inizia esattamente così, con un brano fortemente evocativo: pennellate di ricordi custoditi negli occhi di chi, nonostante tutto, continua ancora a cercare. Li culura, dall’album Italia talìa di Incudine, sembra già contenere il senso della loro intesa artistica: le storie che si trovano dentro le canzoni.
Li accoglie un palco che non è poi tanto distante dal pubblico, sulla spiaggia e sotto il cielo stellato dell’11 agosto, in Sicilia, al Lido Baiadèra di Oliveri. Prendono forma le piccole storie conservate nella memoria di chi le ha vissute: quelle che Simone Cristicchi ha raccolto tra la gente, nel presente e nel passato, cercando non soltanto nei ricordi, ma anche negli archivi, nei musei, nei magazzini, tra le strade. E quelle che Mario Incudine ha cucito nel suo repertorio e che sanno di terra, speranza, ironia e fiducia.
Non uno spettacolo rigidamente costruito, ma uno spazio con ampi margini di libertà e improvvisazione, come l’incontro sul palco con Tony Canto, artista presente tra il pubblico.

Quando il vissuto diventa di tutti
Anche l’ironia riesce a legare la Sicilia delle radici di Incudine alla memoria di Cristicchi. Entrambi cantautori e attori teatrali, hanno fatto della parola uno strumento centrale.
«Usiamo linguaggi differenti – spiega Mario Incudine – ma creiamo la stessa cosa che diventa nutrimento di una memoria collettiva. Noi vogliamo dare al pubblico una visione diversa del teatro e della musica, portando in superficie le narrazioni dimenticate o poco conosciute, che la Storia ufficiale non ci racconta. Farlo con la lingua siciliana o con la poesia contemporanea non modifica il senso del racconto.
Noi cerchiamo di essere quelle persone che entrano dentro la propria realtà e ne escono con una visione più ampia per raccontarla al mondo. Del resto il poeta fa esattamente questo: entra nel vissuto che conosce e poi lo regala agli altri. Non a caso, quando leggiamo una poesia diciamo: Ecco, avrei voluto dire questo, ho provato le stesse cose, ma non sapevo come dirlo».

Lo stesso principio si riconosce anche nel lavoro di Cristicchi, ad esempio in Quando sarai piccola, sul palco di Sanremo 2025: «Tante altre persone magari hanno vissuto quello che ha vissuto Simone, ma non l’hanno saputo raccontare, non avevano i mezzi. Allora lui si è fatto megafono dei sentimenti universali, pur nel suo particolare».
Per entrambi, del resto, il confine tra musica, teatro e parola è da tempo permeabile. Nel percorso di Mario Incudine la musica popolare incontra la scena teatrale, fino alla rilettura dei Vespri siciliani di Verdi. In quello di Simone Cristicchi la forma-canzone si allarga al teatro e ai libri, intrecciando parola, memoria e ricerca.
La memoria prima della Storia
Un sorriso, quello di Simone Cristicchi. «Negli anni mi chiamavano il terrore dei centri anziani!» dice, rispondendo alla domanda sul senso di responsabilità nel raccontare la memoria. «Andavo in giro per gli ospizi con il mio registratore, il mio taccuino, andavo a salvare la voce, le testimonianze della gente».
Una cifra che attraversa parte della sua produzione, dalle canzoni al teatro. In Mio nonno è morto in guerra Cristicchi ha raccolto testimonianze reali degli ultimi reduci della Seconda guerra mondiale, affidando il racconto alle voci di uomini e donne comuni. La stessa percezione ritorna in Magazzino 18, dedicato all’esodo istriano, fiumano e dalmata.
«Per me la memoria innanzitutto è emozione. L’emozione nel ricordare qualcosa che ti è accaduto e che per te è rimasta come una traccia indelebile. È interessante studiare la storia, i numeri, le date, gli avvenimenti, ma quello che mi piace andare a scavare, a recuperare, è l’emozione del ricordo. Allora lì può nascere ancora una storia da raccontare, da mettere in scena, ed è materiale preziosissimo».

Sul palco Cristicchi racconta l’incontro, nel 2013, con il magazzino del Porto Vecchio di Trieste che conservava gli oggetti: ciò che restava dell’esodo delle 300 mila persone che avevano lasciato le proprie terre dopo il trattato di pace del 1947. Da quel luogo, allora abbandonato, Cristicchi comincia a studiare quella pagina del dopoguerra e nasce uno spettacolo teatrale.
Non dalla parte dei grandi protagonisti della Storia, ma dagli oggetti rimasti dietro un confine. Sedie, armadi, fotografie, giocattoli. Quasi a cercare nelle cose ciò che resta dentro le persone. Magazzino 18, il brano che apre lo spettacolo teatrale, arriva così anche sulla spiaggia di Oliveri.
Dalla grande Storia alla vita di una singola persona si muove anche Mario Incudine. Con Escusè muà pur mon franzè torna alla stagione dell’emigrazione italiana, quando gli accordi tra Italia e Belgio legavano l’arrivo di lavoratori alla fornitura di carbone. Incudine racconta le condizioni disumane, prima di restringere improvvisamente il campo.
Un sopravvissuto alla tragedia di Marcinelle che, racconta l’artista, tornò in Sicilia schiacciato dalla paura e dalla vergogna di essere rimasto vivo. Non volle più parlare con nessuno. Lasciò in Belgio la fidanzata e le scrisse una lettera mescolando siciliano e francese. Ancora una volta, la storia di una persona permette di raccontare quella di molte.

Le memorie che non entrano nei libri di storia
A volte basta un avvenimento personale, come l’incontro con una ragazza conosciuta su una spiaggia. Cristicchi racconta di quando era ragazzo, timido, e suonava la chitarra nelle sere d’estate con gli amici. In una di queste, rimase solo con una ragazza. Aveva, ricorda Cristicchi, «questa nostalgia negli occhi». Lei parlò della propria terra, che riusciva a vedere sempre meno. Da quella conversazione nacque una delle sue prime canzoni, Studentessa universitaria, dall’album Fabbricante di canzoni. Era il 2005.
Cambiano completamente il peso e la natura del ricordo che introduce Abbi cura di me, Sanremo 2019. Sul palco Cristicchi torna al 12 agosto 2018 e a Maria Sole Marras, una bambina di otto anni alla quale era dedicato un concerto di beneficenza per raccogliere fondi destinati all’ospedale pediatrico di Firenze.
Ricorda la pioggia sui monti dell’Amiata e il luogo del concerto che, quasi inspiegabilmente, rimase risparmiato dal temporale. Alla fine della serata duecento palloncini bianchi furono liberati in cielo. Diverse ore dopo, mentre guidava da solo lungo una strada di montagna, Cristicchi ne vide uno al centro della carreggiata. Era fermo sull’asfalto e oscillava senza spostarsi, «come inchiodato». Dice: «Era solo un palloncino bianco, ma non per questo meno potente».

Cristicchi non prova a trasformare quel momento in una certezza. Parla di casualità, di coincidenze e dei significati che assumono per chi le vive. Per lui, quella notte, quel palloncino diventò il simbolo di ciò che Maria aveva lasciato: un amore trasformato in cura e attività benefica. «Quella notte è venuta a salutarmi e ho scritto una canzone per lei».
Una Sicilia libera dalla retorica
Se Cristicchi cerca nelle memorie individuali ciò che la grande Storia rischia di perdere, Incudine porta sul palco anche un’altra battaglia: quella contro una Sicilia ridotta alla propria rappresentazione più stereotipata.
«Bisogna spogliare la Sicilia dalla retorica di tanta letteratura e cinematografia che hanno trasformato questa terra in un’immagine martoriata, vituperata, folclorizzata da regalare al turista. La Sicilia è un’isola meravigliosa, ha dato i natali ai più grandi pensatori, ai più grandi poeti, letterati: Pirandello, Camilleri, Sciascia, Bufalino, Consolo, Brancati, Verga, ne potrei citare centinaia.
Siamo la scuola poetica siciliana, abbiamo Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini, Federico II. E invece siamo famosi per le scimmiette non vedo, non sento, non parlo o per Il Padrino e questa è una battaglia che io compio ogni giorno da ogni palco. Bisogna raccontare e rispettare la memoria di chi questa terra l’ha amata. E per farlo bisogna liberarsi da questo immaginario e restituire alla Sicilia la dignità letteraria e poetica» chiarisce Incudine.

Ed è quasi una prosecuzione naturale di queste parole l’omaggio a Franco Battiato che arriva durante la serata con i brani tra cui Voglio vederti danzare e La cura.
Battiato ha rappresentato una delle espressioni più difficili da rinchiudere dentro una definizione: dalla sperimentazione degli anni Settanta al pop, dalla musica elettronica alla tradizione colta, fino all’opera e alla ricerca spirituale e filosofica. Un percorso capace di attraversare linguaggi lontani tra loro senza perdere il legame con la terra in cui era nato e alla quale sarebbe tornato.
Sulla spiaggia di Oliveri, tutte queste storie trovano lo stesso luogo per essere raccontate e ascoltate. E alla fine restano Li culura di una Sicilia che continua a guardare lontano.

Immagini di Ylenia Milici.
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