Settant’anni fa, l’8 agosto 1956, alle 8:10 del mattino, la miniera del Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, diventava una tomba. 262 minatori persero la vita. 136 erano italiani. Padri, figli, fratelli partiti dal nostro Paese con una valigia di cartone e la promessa di un lavoro dignitoso. Avevano tra i 18 e i 60 anni. Venivano dal Veneto, dal Friuli, dall’Abruzzo, dalla Sicilia, dalla Calabria. Emigranti. Morirono per un incendio scoppiato a 1000 metri di profondità, per una gabbia di risalita in fiamme, per condizioni di sicurezza inaccettabili e già denunciate.
Una strage annunciata
Non fu una fatalità. Fu una strage annunciata. Marcinelle non è solo una data sui libri di storia. È il simbolo più alto del prezzo pagato dai lavoratori per costruire l’Europa che abbiamo oggi. È il simbolo di un’Italia povera che esportava braccia e ingegno. È il simbolo di cosa succede quando il profitto viene prima della sicurezza.
Tra le vittime c’erano anche tanti giovani. E c’erano i nostri connazionali che, lontani da casa, mantenevano con le rimesse intere comunità.
Il dovere di tutti
Il dovere di un’intera Nazione, della politica, dei sindacati e delle associazioni datoriali è commemorare Marcinelle con rispetto e trarne insegnamento. Rispetto per chi ha perso tutto. Insegnamento perché ancora oggi, nel 2026, in Italia e nel mondo si muore sul lavoro. Cadute dall’alto, incidenti, mancata manutenzione. I nomi cambiano, la dinamica no.
Marcinelle ci ricorda 3 cose che non possiamo dimenticare: La sicurezza non si negozia; ogni vita vale più di qualsiasi bilancio aziendale; la dignità del lavoro va difesa. Nessuno deve più partire dalla propria terra per fame e finire in condizioni disumane. La memoria serve ai vivi, per fare formazione, controlli, prevenzione. Per dire ai giovani che il lavoro è diritto, non rischio.

Al centro devono esserci le persone
Il filo che unisce Marcinelle al nostro presente in termine di transizione ecologica, di intelligenza artificiale, di nuovi appalti ha uno stesso principio ed è lo stesso del 1956: al centro ci devono essere le persone.
Portare avanti questa sensibilità sociale nei cantieri, negli aeroporti, nelle fabbriche, negli uffici. Perché un infortunio sul lavoro è sempre una sconfitta della comunità. Non dimentichiamo. Perché ricordare è l’unico modo per non ripetere.
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