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Camaleonti della politica. Viaggio nel trasformismo italiano tra coerenza, convenienza e confusione ideologica

Non è più evoluzione, ma opportunismo: il trasformismo mina il rapporto di fiducia tra elettori e istituzioni. Ecco perché il fenomeno esplode

C’era un tempo in cui cambiare partito era un gesto sofferto, da motivare con pagine di riflessione politica, interviste accorate, lettere aperte. Era una sorta di rottura sentimentale con l’elettorato, da gestire con tatto e – magari – con un briciolo di vergogna.

Oggi, invece, il trasformismo partitico è poco più di un aggiornamento del curriculum su LinkedIn. Si cambia casacca con la leggerezza con cui si cambia canale durante un talk show: se non mi piace, passo al prossimo.

E attenzione: non parliamo del legittimo ripensamento, della fisiologica evoluzione del pensiero (anzi, quella è da applaudire, quando è sincera). Parliamo di passaggi netti, spiazzanti, spesso incomprensibili dal punto di vista culturale e ideologico. Gente che un giorno si dichiara europeista convinto e il giorno dopo si scopre sovranista intransigente. O chi ha fatto carriera parlando di diritti civili e oggi si ritrova al fianco di chi li definisce “devianze”.

Cambiare sì, ma con un minimo di coerenza

Che oggi ci sia una maggiore fluidità politica è innegabile. I confini tra partiti si sono fatti più porosi, le etichette più mobili, e lo stesso elettorato è meno ideologico di un tempo. In questo scenario, può avere senso passare da un partito all’altro, a patto che quei partiti condividano almeno valori compatibili. Il passaggio da Azione a Italia Viva, da Forza Italia a Noi Moderati, o dal PD a una lista civica progressista, può trovare una logica.

Tuttavia, non si può ignorare l’impennata di trasformismi radicali, spesso compiuti con un entusiasmo che rasenta il cabaret. È difficile accettare che un politico eletto nel PD possa, a distanza di pochi mesi, fare campagna elettorale con la Lega di Salvini o Fratelli d’Italia, senza il minimo turbamento. O che un moderato ex democristiano finisca in un partito dove tra i leader spicca un generale Vannacci, noto più per le sue crociate contro il politically correct che per le sue visioni compatibili con lo spirito centrista. Ma com’è possibile? Cos’è successo alla coerenza?

Trasformismo politico in Italia: parlamentari che cambiano partito senza coerenza ideologica

La Costituzione li tutela. Ma la coscienza?

A giustificare questi passaggi ci pensa il solito scudo normativo: l’articolo 67 della Costituzione, che stabilisce che il parlamentare esercita le sue funzioni “senza vincolo di mandato”.

È un principio sacrosanto, che tutela la libertà di coscienza del parlamentare e impedisce derive autoritarie nei partiti. Ma si può davvero invocarlo ogni volta che si cambia idea… o poltrona? Perché spesso non è una questione di coscienza, ma di opportunismo spudorato. Si cambia partito per salvare un seggio, per accedere a una lista blindata, per restare “in gioco” politicamente. Il tutto nel più totale disinteresse per l’elettore che aveva creduto in un programma, in un’identità politica, in un progetto. E si ritrova rappresentato da tutt’altro.

La grande confusione dei centristi: la diaspora post-DC

Per comprendere questa ondata di trasformismo, è però necessario fare un passo indietro, almeno sul piano storico e culturale. In particolare, è impossibile non riconoscere che una grande confusione politica abbia colpito soprattutto il centro, e in particolare l’area un tempo occupata dalla Democrazia Cristiana.

Con la deflagrazione della “balena bianca“, la caduta dello “scudo crociato“, e il collasso della Prima Repubblica, un’intera classe dirigente è rimasta senza bussola ideologica. La DC non era solo un partito: era una cultura, un compromesso tra valori cattolici e visione democratica, tra liberismo e welfare, tra conservazione e progresso.

Quando quel contenitore è esploso sotto i colpi di Tangentopoli e dei mutamenti globali, centinaia di esponenti si sono dispersi, chi a destra, chi a sinistra, chi in una miriade di centrini, centroni e formazioni di passaggio.

Negli anni successivi abbiamo assistito a una lunga serie di tentativi – falliti o parziali – di ricostruire un centro politico stabile: dal CCD all’UDC, da Scelta Civica a Italia Viva, da Popolari per l’Italia ad Azione. Ma senza mai ritrovare un’identità davvero solida. In questo caos, molti ex democristiani si sono riciclati dove c’era spazio, anche in contesti politicamente lontanissimi dalla cultura centrista originaria.

Ma se il passaggio da un centro a un altro centro può avere un senso, come si giustifica il salto in formazioni nazional-populiste, autoritarie, illiberali o iper-identitarie? Possibile che lo stesso politico che una volta difendeva il dialogo interreligioso oggi parli di “identità etnica” e “Dio, patria e famiglia”? Possibile che basti una candidatura certa per rinnegare tutto?

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Leader che cambiano, fedeltà che svaniscono

Un altro alibi ricorrente dei camaleonti della politica è: “Anche i leader cambiano idea”. Ed è vero. Lo scenario politico attuale è segnato da leader personalistici, che cambiano rotta in base ai sondaggi, ai momenti, alle convenienze. Basta guardare alle giravolte di alcuni segretari di partito, o alle alleanze che mutano da un’elezione all’altra.

In un mondo dove anche i riferimenti saltano, è facile per un parlamentare giustificare il proprio cambio di bandiera dicendo: “È il partito che non è più quello di prima”. Ma c’è un limite a tutto. Non tutto è giustificabile in nome dell’evoluzione. Non ogni passaggio è un atto di coraggio o coerenza. A volte è solo calcolo.

Solo gli stolti non cambiano idea… o solo gli opportunisti?

Si dice che solo gli stolti non cambino mai idea. Ed è vero. Cambiare idea è spesso un segno di maturità e intelligenza. Ma quello che vediamo oggi non è un cambiamento consapevole, meditato, ideologico. È travestimento. È trasformismo d’accatto.

E allora la domanda resta sospesa: Come può un moderato europeista finire in un partito sovranista e anti-sistema senza provare un minimo imbarazzo? Com’è possibile che un progressista votato da chi crede nei diritti civili e nella solidarietà sociale si ritrovi a far parte di una forza politica che invoca ordine, frontiere chiuse e revisionismo storico? In fondo, non è solo un tradimento dell’elettore. È un tradimento di sé stessi.

Il mimetismo naturale… e quello parlamentare

In natura, il mimetismo è una strategia di sopravvivenza. Anche in politica, a quanto pare. Solo che nel primo caso si tratta di evoluzione. Nel secondo, di opportunismo senza ideali.

Dopotutto, cambiare idea è da intelligenti. Ma cambiare partito ogni tre mesi, sempre seguendo il vento, è da trasformisti e i trasformisti, si sa, possono stare dappertutto… tranne che in un programma elettorale serio.

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Ninni Petrella
Ninni Petrella
Ninni Petrella è attivista, promotore culturale, da anni impegnato in iniziative che promuovono la partecipazione civica, la formazione e lo sviluppo sostenibile dei territori. Originario di Milazzo, ha fondato nel 2023 il Movimento Politico Partiamo da Qui, con l’obiettivo di avvicinare soprattutto le nuove generazioni alla politica attiva e alla cittadinanza consapevole. È stato ufficiale di complemento nella Guardia di Finanza e collabora attivamente con realtà associative e istituzionali su progetti dedicati alla legalità, all’inclusione sociale e alla promozione della cultura come motore di crescita collettiva. È membro dell’Istituto Milton Friedman, impegnato nella diffusione dei principi della libertà economica e della responsabilità individuale. È laureato in Giurisprudenza, ha conseguito una laurea magistrale in Psicologia del Lavoro e delle Comunicazioni e un master in Diritto dell’Informatica. È inoltre abilitato alla professione forense.
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