Trapani e Valderice ricordano oggi Mauro Rostagno, sociologo, militante della sinistra extraparlamentare, fondatore della comunità Saman e soprattutto cronista televisivo che in Sicilia, a fine anni ’80, portò la mafia in prima serata smontandone linguaggi, affari e complicità. Fu ucciso il 26 settembre 1988 sulla strada di casa, a Lenzi di Valderice, mentre rientrava dagli studi di RTC: un delitto che la giustizia italiana ha definito di matrice mafiosa, legato alla sua attività giornalistica.
Chi era e cosa stava raccontando
Torinese, classe 1942, laurea in Sociologia, caporedattore di Lotta Continua, Rostagno approda in Sicilia nei primi anni ’80: a Lenzi crea con Francesco Cardella e Chicca Roveri la comunità Saman (recupero dalle dipendenze). Nel 1986 entra nella redazione di RTC (Radio Tele Cine) a Trapani e fa una televisione d’inchiesta e di prossimità: nomi, luoghi, appalti, droga, massoneria deviata, “zona grigia” tra mafie, affari e pezzi di istituzioni. È la rottura del galateo mediatico dell’epoca: la mafia non più set di cronaca nera, ma sistema di potere nominato in chiaro.

L’agguato e i processi
La sera del 26 settembre 1988 due colpi di fucile lo freddano mentre guida la sua Ritmo. Per anni indagini e piste si ingarbugliano. La verità giudiziaria matura in tre gradi: nel 2014 la Corte d’Assise di Trapani condanna all’ergastolo il boss Vincenzo Virga (mandante) e il presunto killer Vito Mazzara; gli appelli confermano per Virga ma assolvono Mazzara; nel 2020 la Cassazione rende definitiva la condanna all’ergastolo di Virga e l’assoluzione di Mazzara, fissando che l’omicidio fu deciso da Cosa nostra per le inchieste tv di Rostagno.
I nessi complicati
Le motivazioni dei verdetti raccontano il nesso tra gli editoriali serali di RTC e la reazione mafiosa nella provincia più massonica d’Italia di allora: Trapani. Telecamera in spalla, Rostagno puntava il fascio di luce su snodi sensibili — traffici, appalti, relazioni opache — incidendo sul consenso dei clan. Il suo lavoro incrinava l’impunità di chi, tra logge deviate e criminalità organizzata, prosperava nell’ombra. La scelta di “spettacolarizzare” la verità in tv è la cifra che ancora oggi lo rende scomodo.

Il calendario della memoria
Nel 36° anniversario, Trapani gli conferisce la cittadinanza onoraria; sono previsti momenti pubblici tra città e luogo dell’agguato, con le istituzioni, l’Ordine dei giornalisti e il mondo della scuola. La ricorrenza, promossa dalle realtà civiche e professionali, ribadisce il filo che lega l’inchiesta di prossimità alla tutela del diritto dei cittadini a essere informati.
La sua eredità
Rostagno non fu un martire inconsapevole: sapeva che il suo format popolare e quotidiano toglieva ossigeno alla mafia e alla sua rispettabilità sociale. La sua lezione parla a tre destinatari:
- Alle redazioni locali: investire nella cronaca “di sistema”, non solo sulla notizia-reato ma su reti, affari, poteri.
- Alle istituzioni: proteggere chi indaga a telecamere accese è politica di sicurezza democratica, non favore alla stampa.
- Ai cittadini: pretendere informazione di qualità è l’antimafia più esigente e duratura.
“Il suo è stato un delitto contro l’informazione”, hanno scritto i giudici. Ricordarlo oggi non è rito, è metodo: nomi, atti, responsabilità. È questo che, 36 anni dopo, continua a far paura.
L’eredità nelle nuove generazioni
Nelle scuole e nelle università il nome di Mauro Rostagno è oggi parte di un lessico civile che invita i giovani a leggere il presente con spirito critico. La sua esperienza dimostra come il giornalismo locale, spesso considerato marginale, possa invece diventare presidio di democrazia e strumento per smascherare poteri opachi.
Un dovere collettivo
Ricordare Rostagno significa non solo onorare una vittima di mafia, ma anche assumersi la responsabilità di continuare il suo lavoro: dare voce ai silenzi, illuminare le zone d’ombra, difendere l’informazione libera come bene pubblico irrinunciabile.
Immagini dal Web
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