Stangata dell’Antitrust contro sei delle principali compagnie petrolifere attive in Italia. Eni, Esso, IP, Q8, Saras e Tamoil sono state sanzionate per un totale di 936 milioni di euro, accusate di aver formato un cartello illegale sulla componente bio dei carburanti.
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha accertato che le aziende si sarebbero coordinate sistematicamente sui prezzi, attraverso scambi di informazioni sensibili, generando rincari “spesso coincidenti” e lesivi del libero mercato.
“Un’intesa restrittiva della concorrenza, che ha causato sovrapprezzi ingiustificati a danno di imprese e consumatori”, ha spiegato l’AGCM in una nota.
Prezzi allineati e poca competizione
Al centro dell’inchiesta c’è il mercato dei biocarburanti – biodiesel e bioetanolo – che, per legge, devono essere miscelati in una percentuale crescente con benzina e gasolio venduti ai distributori.

Secondo l’Antitrust, le sei compagnie avrebbero adottato un comportamento concertato e continuativo, allineando i prezzi della componente bio invece di lasciarli fluttuare secondo logiche di mercato.
Le prove raccolte includono comunicazioni tra dirigenti, e-mail interne, dati commerciali e analisi che mostrano una dinamica di prezzo troppo uniforme per essere frutto di libera concorrenza.
Danno al mercato e ai consumatori
Anche se il costo della componente bio rappresenta solo una parte del prezzo alla pompa, l’AGCM sottolinea che ha assunto un peso crescente negli ultimi anni. Il cartello avrebbe avuto effetti a catena: rincari ingiustificati sui carburanti, ostacoli alla concorrenza, specialmente per piccoli operatori, aggravi di spesa per milioni di consumatori e per le imprese del trasporto e della logistica.
La reazione delle aziende: “Faremo ricorso”
Le compagnie coinvolte respingono le accuse. Eni, Esso e le altre hanno annunciato che impugneranno il provvedimento, definendo i rincari “coerenti con l’andamento del mercato globale dei biocarburanti” e negando l’esistenza di un’intesa.
Ma per l’AGCM, la contemporaneità degli aumenti, accompagnata da uno scambio regolare di informazioni strategiche, costituisce la prova di un comportamento collusivo.
Una delle sanzioni più pesanti mai inflitte
La multa da 936 milioni di euro rappresenta una delle più elevate mai comminate dall’Antitrust italiano. La ripartizione tra le aziende non è stata ancora resa pubblica, ma è probabile che Eni, primo operatore nazionale, abbia ricevuto la quota maggiore. La sanzione potrebbe inoltre aprire la strada a cause civili di risarcimento, promosse da associazioni di consumatori o da aziende penalizzate dal cartello.
Un segnale forte in un settore strategico
Il provvedimento dell’Antitrust arriva in un momento delicato per il settore energia, alle prese con transizione ecologica, volatilità dei prezzi e tensioni geopolitiche. L’Autorità lancia un messaggio chiaro: la sostenibilità non può giustificare accordi tra concorrenti. Anche nel segmento “verde” dei carburanti, trasparenza e concorrenza restano principi fondamentali.
La concorrenza come infrastruttura invisibile
In un’economia di mercato autenticamente liberale, la concorrenza è molto più di una variabile regolabile: è l’infrastruttura invisibile su cui si regge la libertà economica. Quando viene compromessa – come nel caso del cartello sui biocarburanti accertato dall’Antitrust italiano – non si altera solo il prezzo finale di un prodotto, ma si inquina l’intero ecosistema del mercato, minando la fiducia, la trasparenza e l’innovazione.
La transizione energetica e i vincoli europei
La vicenda assume un peso ancora maggiore se inserita nel contesto delle politiche europee per la decarbonizzazione, dove la transizione verso fonti più sostenibili è vincolata a obiettivi precisi. La Direttiva RED II (Renewable Energy Directive), recepita anche in Italia, impone ai Paesi membri di garantire che almeno il 14% dell’energia usata nei trasporti provenga da fonti rinnovabili entro il 2030. Ciò comporta l’obbligo, per gli operatori della filiera, di integrare biocarburanti sostenibili nella benzina e nel gasolio tradizionali.
Un mercato regolato ma opaco
Queste misure, per quanto necessarie sotto il profilo ambientale, generano nuove pressioni sui costi e sulle dinamiche concorrenziali. L’introduzione di obblighi minimi di miscelazione – disciplinati in Italia dal Decreto Biocarburanti (D.M. 10 ottobre 2014 e successive modifiche) – ha infatti creato una sotto filiera regolata ma scarsamente trasparente, in cui pochi grandi operatori detengono ampio potere informativo e commerciale.
Il rischio delle deviazioni collusive
Proprio in questi spazi ibridi, dove il pubblico regola ma il privato gestisce, il rischio di deviazioni collusive cresce. Ecco perché il ruolo delle autorità indipendenti – come l’AGCM a livello nazionale, ma anche l’Autorità Europea della Concorrenza (DG COMP) – resta essenziale per impedire che la transizione energetica venga sequestrata da logiche corporative.
Le regole del gioco liberale
Chi crede nei principi dell’economia liberale sa che il mercato non può autoregolarsi quando è opaco, concentrato e asimmetrico. E sa anche che l’intervento pubblico deve limitarsi a tutelare le condizioni di contesa, non a dirigere il mercato, ma nemmeno a tollerare che esso venga manipolato.
Una sanzione come richiamo sistemico
La sanzione dell’Antitrust, in questo senso, non è solo una punizione: è un richiamo sistemico. Ci ricorda che la transizione ecologica non deve diventare una nuova rendita di posizione, né un alibi per accordi di cartello. Deve invece essere un’occasione per aprire mercati, incentivare l’ingresso di nuovi attori, e costruire un’economia energetica sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche concorrenziale.
Concorrenza e sostenibilità
Senza concorrenza vera, infatti, anche la sostenibilità rischia di diventare un costo inefficiente. E il cittadino-consumatore finisce per pagare non solo per salvare il clima, ma anche per salvaguardare i margini di chi, invece di innovare, ha preferito accordarsi.
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