L’apertura della 61ª Biennale Arte di Venezia, intitolata Minor Keys, porta con sé un evento destinato a segnare in modo indelebile la storia culturale della città lagunare. Dal 6 maggio al 19 ottobre 2026, le Gallerie dell’Accademia ospitano Transforming Energy, la maestosa esposizione dedicata a Marina Abramović. Non si tratta soltanto di un appuntamento espositivo di rilievo internazionale, ma di una vera e propria rottura degli schemi istituzionali.
Per la prima volta nella storia plurisecolare del museo, un’artista donna vivente viene celebrata con una personale di tale portata, occupando spazi che per generazioni sono stati il santuario della pittura rinascimentale maschile. L’opera di Marina Abramović si inserisce così tra i capolavori di Bellini, Tiziano e Veronese, non per contrasto, ma per una profonda ricerca di risonanza spirituale e tangibile.

Ottant’anni di Marina Abramović una retrospettiva simbolica a Venezia
Il dato anagrafico dell’artista serba non è un dettaglio marginale in questa operazione curatoriale. Transforming Energy coincide infatti con l’ottantesimo compleanno di Marina Abramović, trasformando l’intera mostra in una retrospettiva simbolica che abbraccia oltre mezzo secolo di ricerca estrema. Tuttavia, l’intento non è meramente celebrativo. Il progetto curato da Shai Baitel, Direttore Artistico del MAM di Shanghai, si interroga sulla persistenza del gesto artistico attraverso il tempo.
Ci si chiede come il corpo dell’artista, sottoposto per decenni a prove di resistenza, dolore fisico e concentrazione assoluta, possa ancora oggi rappresentare un luogo primario di conoscenza. A ottant’anni, Abramović non guarda al passato con nostalgia, ma utilizza la sua storia personale come un catalizzatore di energia capace di rinnovarsi costantemente. Venezia, città sospesa per definizione tra la solidità della pietra e l’evanescenza dell’acqua, tra l’immagine sacra e la ritualità profana, diventa lo scenario perfetto per accogliere questa indagine sulle tensioni umane.
Il dialogo tra performance art e Rinascimento da Tiziano ad Abramović
La scelta delle Gallerie dell’Accademia come sede della mostra rappresenta una sfida estetica e intellettuale senza precedenti. Il percorso espositivo è stato concepito come un flusso diffuso che attraversa l’intero museo, eliminando qualsiasi separazione netta tra le installazioni contemporanee e la collezione permanente. Le opere di Abramović non vengono semplicemente accostate alle tele del passato, ma instaurano un confronto diretto con i linguaggi della tradizione figurativa veneziana.
Se da un lato troviamo la pittura del Cinquecento che ha esplorato la carne e la luce, dall’altro emerge la pratica performativa che usa il corpo vivo come unico strumento di trasformazione. Questo incontro mette in luce una continuità inaspettata: l’ossessione per la forma umana, la rappresentazione del sacrificio e la ricerca della trascendenza sono temi che legano indissolubilmente i maestri del passato alla sacerdotessa della performance art.

Il percorso mistico tra la Pietà di Marina e i capolavori del Cinquecento
Uno dei momenti più carichi di tensione emotiva all’interno della mostra è il posizionamento della Pietà di Abramović, un’opera potente in cui l’artista tiene tra le braccia il compagno di vita e d’arte Ulay. Questa immagine si specchia idealmente e fisicamente nella celebre Pietà di Tiziano, l’ultimo tormentato capolavoro del maestro cadorino. Il dialogo tra queste due opere tocca le corde universali del lutto, del sostegno e della redenzione.
Abramović, parlando proprio ai piedi delle monumentali tele di Veronese, invita il pubblico a rallentare, a prendersi il tempo necessario per percepire il cambiamento vibrazionale dell’aria. Secondo l’artista, solo quando si tocca il fondo del dolore o della stanchezza estrema l’energia può finalmente cambiare natura e permettere una risalita. In un’epoca che lei definisce di necessaria purificazione, il suo lavoro suggerisce che la trasformazione sia un atto di responsabilità individuale e collettiva.

Venezia come spazio di rigenerazione mistica e politica
Il ritorno di Marina Abramović a Venezia è anche un tributo a una città che ha dato molto alla sua carriera, a partire dal Leone d’Oro vinto nel 1997 con la celebre performance Balkan Baroque. Oggi, nel contesto della Biennale 2026, la sua presenza assume un valore politico e sociale legato alla rappresentazione di genere. Rompere la consuetudine delle Gallerie dell’Accademia significa aprire nuove porte non solo per l’arte contemporanea, ma per tutte le donne artiste che hanno cercato spazio nelle istituzioni più conservatrici.
Transforming Energy viene presentato come un percorso mistico di rigenerazione, dove l’osservatore non è un semplice spettatore passivo, ma un partecipante attivo che è chiamato a varcare soglie simboliche. Attraverso l’uso di cristalli, oggetti di potere e video-documentazioni delle sue azioni storiche, l’artista trasforma il museo in un laboratorio dell’anima, dove il corpo resta l’unico confine da superare per raggiungere una nuova consapevolezza.
Il significato profondo di Transforming Energy nella cultura contemporanea
La mostra Transforming Energy rappresenta un punto di svolta, per la cultura europea contemporanea integrando la fragilità e la forza della performance art all’ interno di un tempio della pittura classica. Marina Abramovic’ dimostra che l’ arte non è una successione di stili, ma un’ unica ininterrotta ricerca di significato.
L’ invito a sostare davanti alle opere, a respirare in sintonia con le immagini, e a percepire la vibrazione dell’ energia trasformata è un monito contro il ritmo incalzante della fruizione contemporanea. Al compimento dei suoi ottant’ anni ,l’ artista ci consegna un messaggio di speranza e resilienza: il corpo può invecchiare, ma l’ energia che esso è in grado di generare e trasformare è eterna; proprio come Venezia, la cui bellezza ,continua a risorgere dalle proprie acque.
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