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Addio a Massimiliano Cencelli: il “Manuale Cencelli” trasformò il potere in un algoritmo

Funzionario della Democrazia Cristiana, legò il proprio nome alla formula politica che regolava equilibri, nomine e incarichi istituzionali

È morto a Roma all’età di 90 anni Massimiliano Cencelli, il funzionario della Democrazia Cristiana al quale è legata una delle espressioni più celebri e longeve della politica italiana. Il suo nome è diventato sinonimo di una precisa idea di potere: distribuire ministeri, sottosegretariati e incarichi sulla base del peso delle correnti e dei partiti. Il “Manuale Cencelli”, più che un libro in senso tradizionale, fu un metodo, una griglia di calcolo, una fotografia della Prima Repubblica e del suo modo di governare.

Roma perde uno degli uomini che, pur senza essere mai stato un grande protagonista delle istituzioni, ha finito per lasciare il proprio nome nella storia politica italiana. Massimiliano Cencelli è morto nella capitale il pomeriggio dell’8 agosto 2026, a 90 anni. Per decenni era stato un funzionario della Democrazia Cristiana, un uomo di apparato, un collaboratore abituato a muoversi nei corridoi della politica, lontano dai riflettori ma vicino ai meccanismi attraverso i quali il potere veniva costruito, mediato e distribuito.

La sua fama, però, non sarebbe arrivata per un incarico ministeriale, per un’elezione parlamentare o per una grande carica istituzionale. Sarebbe arrivata da un calcolo. O, meglio, da quello che nella memoria politica italiana è diventato il Manuale Cencelli.

Un’espressione che ancora oggi, quando si discute di ministri, sottosegretari, presidenti di commissione, aziende pubbliche o nomine, riappare puntualmente nel dibattito. Parole che sono diventate un modo di descrivere la politica delle quote, degli equilibri, delle correnti e dei rapporti di forza.

Chi era Massimiliano Cencelli

Massimiliano Cencelli era nato a Roma nel 1936, in una famiglia profondamente legata all’ambiente ecclesiastico e vaticano. Il nonno aveva lavorato in Vaticano ai tempi di Leone XIII, mentre il padre era stato autista personale di papa Pio XII. Un retroterra familiare che collocava Cencelli dentro quella Roma cattolica e democristiana nella quale, nel secondo dopoguerra, si sarebbe formata una parte importante della classe dirigente italiana.

La sua formazione politica e professionale si sviluppò soprattutto all’interno della macchina organizzativa della Democrazia Cristiana, dove entrò giovanissimo.

Nel 1954, a 18 anni, si iscrisse alla Democrazia Cristiana. Negli anni successivi divenne funzionario del partito e si affermò come uno degli uomini di fiducia dell’area di Adolfo Sarti, esponente di primo piano della DC. Fu proprio lavorando accanto a Sarti che Cencelli imparò a conoscere dall’interno la complessa geografia delle correnti democristiane e il sistema di equilibri che regolava la distribuzione delle responsabilità.

Non fu un parlamentare di primo piano né un ministro. La sua forza stava altrove: nella conoscenza dell’apparato, dei rapporti personali, dei congressi, delle correnti e soprattutto dei numeri.

In una politica nella quale una percentuale congressuale poteva trasformarsi in un posto nella direzione del partito e un determinato peso di corrente poteva tradursi in un ministero o in un sottosegretariato, Cencelli era diventato, prima ancora che il “padre del Manuale”, una sorta di ragioniere della politica.

Il congresso della DC del 1967 e la nascita del metodo

La storia del Manuale Cencelli porta a Milano, al congresso della Democrazia Cristiana del 1967. In quell’occasione Adolfo Sarti, insieme a Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga, partecipò alla costruzione della corrente dei cosiddetti “pontieri”, chiamati così perché avrebbero dovuto rappresentare un ponte fra la maggioranza e la sinistra interna al partito.

La corrente ottenne circa il 12 per cento. E quel risultato aprì un problema molto concreto: come tradurre quella percentuale in incarichi?

La risposta di Cencelli fu semplice e, al tempo stesso, destinata a diventare leggendaria. Se in una società per azioni gli incarichi vengono distribuiti tenendo conto delle quote possedute dai soci, ragionò, qualcosa di analogo poteva essere fatto nella politica di partito: a una determinata forza doveva corrispondere una determinata quantità di incarichi.

Lo raccontò lui stesso nel 2003 ad Avvenire, in un’intervista destinata a diventare una delle testimonianze più citate sulla nascita del Manuale. Cencelli spiegò che Sarti gli chiese di sviluppare quel sistema e che da lì nacque un metodo destinato a essere utilizzato per valutare il peso delle correnti nella distribuzione delle cariche.

Il meccanismo non era semplicemente una divisione aritmetica. Le cariche avevano un peso differente. Un ministero considerato strategico valeva più di un incarico ritenuto secondario. I posti venivano quindi graduati e il sistema consentiva di compensare le diverse quote attraverso una combinazione di percentuali, incarichi e valore politico delle poltrone.

La matematica diventava così uno strumento per gestire la politica.

Il Manuale Cencelli: davvero un manuale?

Qui comincia una delle parti più affascinanti della storia. Il Manuale Cencelli non è mai stato un manuale ufficiale della Repubblica, né un documento istituzionale. L’espressione nasce nell’ambiente giornalistico e politico per identificare il metodo di distribuzione delle cariche associato a Cencelli.

Esistevano tuttavia appunti e schemi reali. Le ricostruzioni disponibili parlano di un fascicolo dattiloscritto di poche pagine, circolato in un numero molto limitato di copie, probabilmente sette o otto, realizzate anche con la carta carbone. Il mistero sulle copie ha contribuito alla leggenda.

Per anni il Manuale è stato raccontato quasi come un testo segreto custodito nelle stanze della politica, un prontuario capace di stabilire quanto “valesse” un ministero e quale corrente avesse diritto a quale incarico.

La realtà era meno romanzesca e, forse proprio per questo, ancora più interessante: si trattava di un insieme di criteri, calcoli, appunti e schemi attraverso i quali venivano tradotti in numeri i rapporti di forza politici.

Il giornalista Renato Venditti avrebbe poi portato quella vicenda alla conoscenza di un pubblico più ampio con il libro Il manuale Cencelli. Il prontuario della lottizzazione democristiana, pubblicato nel 1981. Il volume ricostruiva il funzionamento del sistema e contribuì in maniera decisiva a fissare nella memoria collettiva il nome di Cencelli.

Da “metodo” a parola del vocabolario politico

Con il passare degli anni il Manuale Cencelli smise di indicare soltanto uno specifico schema della Democrazia Cristiana. Il suo nome diventò una parola del linguaggio politico.

Oggi parlare di “Manuale Cencelli” significa generalmente alludere alla distribuzione di incarichi secondo il peso dei partiti o delle correnti. Spesso l’espressione viene utilizzata in senso ironico o apertamente critico, per denunciare una politica nella quale la fedeltà politica o l’appartenenza a una corrente sembrano prevalere sul merito.

La stessa Treccani registra il termine “cencellismo”, definendolo come la tendenza a distribuire le cariche pubbliche sulla base del peso elettorale dei diversi partiti o delle correnti politiche.

È una trasformazione significativa: il cognome di un funzionario di partito è diventato un sostantivo, poi un neologismo e infine una categoria interpretativa della politica italiana.

Cencelli e la Democrazia Cristiana

Per comprendere Cencelli bisogna però andare oltre la leggenda del Manuale. La sua storia personale è strettamente intrecciata con quella della Democrazia Cristiana, il partito che per quasi mezzo secolo ha rappresentato il principale asse della politica italiana.

Cencelli apparteneva a quella vasta e poco conosciuta schiera di funzionari, segretari particolari, collaboratori e uomini d’apparato che rendevano possibile la macchina organizzativa del partito.

Il suo rapporto con Adolfo Sarti fu decisivo. Negli anni Sessanta Cencelli era il suo segretario particolare e si trovò nel cuore delle trattative interne alla DC. Una ricerca accademica sulla storia delle carriere politiche nella Prima Repubblica ricostruisce proprio quel passaggio: nel 1968 Cencelli, allora funzionario e segretario particolare di Sarti, fu chiamato a calcolare quanti ministri e sottosegretari sarebbero spettati alla corrente dei “tavianei” nei diversi scenari di governo.

Era il momento nel quale il suo talento per i numeri si trasformava in uno strumento politico.

Nel 1969, dopo il congresso democristiano di Roma, il sistema diventò ancora più elaborato: i rapporti di forza fra le correnti venivano messi in relazione con il numero complessivo dei ministri e dei sottosegretari disponibili, mentre gli incarichi venivano classificati secondo differenti livelli di importanza. Non era dunque una semplice lista di nomi. Era una grammatica del potere.

Il potere visto come una società per azioni

La metafora utilizzata da Cencelli era quella della società per azioni. Tante quote, tanto peso. E tanto peso, tanti incarichi.

La logica oggi appare quasi brutale nella sua semplicità, ma fotografava perfettamente il funzionamento della politica di corrente della Prima Repubblica. Le percentuali congressuali erano una forma di capitale politico. Le correnti erano gruppi organizzati. I ministeri rappresentavano una parte del patrimonio da distribuire.

Il metodo consentiva anche di evitare che una corrente ottenesse soltanto incarichi di basso profilo mentre un’altra accumulava tutte le posizioni strategiche.

Per questo i ministeri venivano considerati secondo una graduatoria. Le ricostruzioni del sistema parlano di fasce differenti di importanza e di un meccanismo capace di compensare le quote attraverso incarichi di peso diverso. La politica diventava così una questione di equilibrio. Ed è proprio questa la ragione per cui il nome di Cencelli è sopravvissuto alla DC.

“Chiedete a Cencelli”

La leggenda del Manuale crebbe anche grazie a una battuta. Quando i giornalisti cercavano di capire come sarebbero state distribuite le cariche durante le crisi di governo, Adolfo Sarti, secondo il racconto dello stesso Cencelli, rispondeva scherzosamente: Chiedete a Cencelli. Quella frase contribuì a trasformare il funzionario in un personaggio.

Da quel momento il suo cognome iniziò a circolare nelle cronache parlamentari e, progressivamente, entrò nel linguaggio comune.

La particolarità della vicenda è che Cencelli non cercò mai di trasformarsi in un personaggio televisivo o in un leader politico nazionale. La sua notorietà fu quasi involontaria. Era diventato famoso per qualcosa che, in origine, era nato come uno strumento di lavoro.

Dopo la DC

Con la fine della Prima Repubblica e lo scioglimento della Democrazia Cristiana, anche la carriera politica di Cencelli cambiò. Negli anni successivi collaborò con Nicola Mancino, allora esponente di primo piano della politica democristiana, prima che quest’ultimo arrivasse alla vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura.

Cencelli fu inoltre sindaco di Caldarola, nelle Marche, e nel 2001 venne candidato nella lista della Margherita al Consiglio comunale di Roma.

La sua vicenda personale non coincise dunque con il tramonto del Manuale. Al contrario, il suo nome continuò a essere evocato ogni volta che la politica italiana tornava a confrontarsi con il problema delle nomine. Il Manuale, in un certo senso, sopravvisse al suo autore.

Il “cencellismo” dopo la Prima Repubblica

La Democrazia Cristiana non esiste più nella forma che ebbe per decenni, ma la logica alla quale il Manuale è associato non è scomparsa. Governi di coalizione, maggioranze parlamentari eterogenee, accordi fra partiti e nomine negli enti pubblici hanno continuato a produrre discussioni sul peso delle diverse forze politiche.

Il termine è stato utilizzato, per esempio, per descrivere la composizione di governi della Seconda Repubblica e persino di esecutivi tecnici o di larghe coalizioni. Nel 2021 la formazione del governo Draghi venne più volte letta attraverso la lente del Manuale Cencelli, con l’attenzione rivolta alla distribuzione dei ministeri tra le forze politiche della maggioranza.

Lo stesso Cencelli, intervistato nel dicembre 2025, osservava con amarezza che la classe politica contemporanea gli appariva meno preparata e meno esperta di quella degli anni Settanta e Ottanta. Arrivato ormai alla soglia dei 90 anni, continuava però a leggere i giornali e a seguire la politica quotidiana.

Era diventato, suo malgrado, una memoria vivente della Prima Repubblica.

L’uomo dietro il cognome

È proprio questa la parte meno conosciuta della sua storia. Massimiliano Cencelli non fu un grande oratore, non fu un leader di massa e non fu un protagonista delle campagne elettorali. Fu soprattutto un uomo di organizzazione.

La sua esperienza nasceva dalla conoscenza minuta della politica: i rapporti fra le persone, le correnti, i congressi, le percentuali, le trattative. In un sistema politico nel quale la Democrazia Cristiana era attraversata da una fitta rete di gruppi interni, conoscere quei rapporti significava conoscere una parte essenziale del potere. Il suo talento consisteva nel trasformare una realtà politica estremamente complessa in una serie di numeri.

Ed è forse questa la ragione per cui il suo nome ha avuto una vita tanto lunga. I leader passano. I governi cadono. I partiti cambiano nome. Le maggioranze si ricompongono. Ma il problema di come distribuire il potere rimane.

La fortuna involontaria del Manuale

Cencelli ha raccontato più volte di non riconoscersi necessariamente nell’uso dispregiativo che negli anni è stato fatto del suo nome.

Il metodo che aveva elaborato nasceva infatti dalla necessità di fotografare rapporti di forza e garantire un equilibrio fra correnti. Nel corso del tempo, però, il “cencellismo” è diventato sinonimo di lottizzazione, spartizione e politica delle poltrone.

Una parola che contiene già un giudizio. Il Manuale, nella sua rappresentazione pubblica, è diventato il simbolo di una politica in cui ogni incarico ha un prezzo, ogni partito ha diritto alla propria quota e ogni corrente deve ricevere una compensazione.

Ma la storia è più complessa.

Il sistema Cencelli raccontava infatti anche una caratteristica fondamentale della Prima Repubblica: la necessità di costruire compromessi tra gruppi diversi in un sistema politico fortemente frammentato. Era una politica fatta di mediazioni, negoziazioni e accordi, con tutti i suoi limiti e le sue degenerazioni.

Un cognome destinato a restare

A novant’anni, Massimiliano Cencelli lascia dunque molto più di una biografia politica. Lascia un cognome diventato categoria.

Quando un governo deve distribuire i ministeri, quando una coalizione deve decidere chi occuperà le caselle più importanti, quando una nomina viene interpretata alla luce degli equilibri fra partiti, il suo nome torna a galla.

“Manuale Cencelli” è ormai una formula autonoma, riconoscibile anche da chi non ha mai conosciuto la Democrazia Cristiana e non ha vissuto la Prima Repubblica. È il destino singolare di un uomo che non aveva mai avuto bisogno di stare al centro della scena per entrarci, alla fine, nella storia.

Massimiliano Cencelli, funzionario democristiano, uomo d’apparato e conoscitore dei meccanismi della politica, è morto a Roma a 90 anni. Ma il Manuale che porta il suo nome continuerà probabilmente a essere citato ogni volta che in Italia si tornerà a contare, pesare, distribuire e compensare.

Perché, come spesso accade nella politica, le persone passano. I meccanismi del potere restano.

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Ninni Petrella
Ninni Petrella
Ninni Petrella è attivista, promotore culturale, da anni impegnato in iniziative che promuovono la partecipazione civica, la formazione e lo sviluppo sostenibile dei territori. Originario di Milazzo, ha fondato nel 2023 il Movimento Politico Partiamo da Qui, con l’obiettivo di avvicinare soprattutto le nuove generazioni alla politica attiva e alla cittadinanza consapevole. È stato ufficiale di complemento nella Guardia di Finanza e collabora attivamente con realtà associative e istituzionali su progetti dedicati alla legalità, all’inclusione sociale e alla promozione della cultura come motore di crescita collettiva. È membro dell’Istituto Milton Friedman, impegnato nella diffusione dei principi della libertà economica e della responsabilità individuale. È laureato in Giurisprudenza, ha conseguito una laurea magistrale in Psicologia del Lavoro e delle Comunicazioni e un master in Diritto dell’Informatica. È inoltre abilitato alla professione forense.
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