Il panorama musicale contemporaneo richiede sempre più spesso una figura di artista capace di scardinare le barriere tra i generi, unendo la profondità della grande tradizione classica alla freschezza dei linguaggi moderni. In questo scenario spicca con forza la figura di Alberto Maniaci, direttore d’orchestra, compositore e pianista palermitano classe 1987, che incarna perfettamente l’ideale del musicista a tutto tondo.
Con un percorso accademico d’eccellenza e una solida identità sul podio, il punto di svolta internazionale per Maniaci arriva nel 2016, quando viene selezionato dal Maestro Riccardo Muti per la sua prestigiosa Academy. Da quel momento, ha guidato ensemble straordinarie come l’Orchestra Sinfonica La Verdi di Milano, la Filarmonica Toscanini di Parma e l’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo, raccogliendo ovunque unanimi consensi di pubblico e critica.
Oltre all’attività operistica e sinfonica, l’identità artistica di Alberto si distingue per un’incredibile versatilità. È autore di raffinate composizioni per il teatro e per la danza, ed è un arrangiatore ricercato che ha collaborato con artisti del calibro di Paolo Fresu e Katia Ricciarelli. Il suo impegno si estende anche all’insegnamento di ruolo presso il Conservatorio Arturo Toscanini di Ribera, dove guida le nuove generazioni verso la comprensione dei moderni linguaggi musicali.

Alberto Maniaci si racconta a PDQ Magazine: i segreti del gesto sul podio del direttore d’orchestra di oggi
In questo colloquio esclusivo con PDQ Magazine, entriamo dietro le quinte di un mestiere affascinante e complesso attraverso il suo sguardo lucido e profondo. Con una rara combinazione di rigore tecnico e sensibilità umana, il Maestro Maniaci ci accompagna in un viaggio intimo nella mente del direttore d’orchestra contemporaneo. Non si tratta solo di analizzare la tecnica di un gesto, ma di esplorare come quel gesto possa abbattere i confini generazionali, traghettare la musica classica nella fluidità del presente e trasformare la formazione dei giovani musicisti in un atto di pura condivisione. Vi lasciamo alle sue parole, che rivelano i segreti più autentici di questo mestiere.
Maestro, partiamo dalle origini. Da pianista a compositore, fino alla direzione d’orchestra: come riescono a convivere insieme queste diverse anime musicali?
«Dico sempre che sono tre facce della stessa persona, tre parti di me che coesistono e che, in assoluta autonomia, hanno una vita indipendente; al tempo stesso, però, l’una influenza inevitabilmente l’altra. Io ho iniziato con il pianoforte, che è il mio strumento d’elezione e fa parte di me, del mio nucleo più profondo. È proprio dal pianoforte che si è aperto il mio mondo creativo: da lì sono approdato alla composizione, addentrandomi così nell’universo della scrittura e dell’arrangiamento».

Nella tua carriera spicca un momento straordinario. Cosa ha significato per la tua formazione l’incontro e lo studio con un pilastro come il Maestro Riccardo Muti?
«Mi sono sentito un privilegiato. È stata un’esperienza incredibile, ormai dieci anni fa, nel 2016. Decisi di partecipare a questa selezione per giovani direttori d’orchestra senza grandissime aspettative, devo dire la verità. L’iniziativa, organizzata dalla fondazione che c’era dietro, prevedeva una prima fase preselettiva basata sui video in cui noi candidati mostravamo la nostra attività professionale sul podio. Chi superava questo step veniva poi invitato a fare un’audizione dal vivo con il Maestro.
Quando passai la prima fase e mi ritrovai lì, fu davvero emozionante. E devo dire che la parte più emozionante in assoluto, ancor più del corso stesso — che pure fa tanto per la nostra professione grazie al fatto di confrontarsi e perfezionarsi con grandi professionisti — è stata proprio la fase della selezione. Trovarsi sul podio e sentire addosso quello sguardo un po’ severo, ma al tempo stesso molto benevolo, del Maestro che ti scruta per capire se sei una persona che può interessargli e con cui poter lavorare: quello è stato un momento fortissimo.
Tutto il periodo dell’Italian Opera Academy nel 2016 è stato interessantissimo per la mia formazione e stimolante dal punto di vista creativo. Di questi grandi artisti, la cosa fondamentale e più preziosa non è tanto ciò che ti trasmettono durante la lezione formale, che pure è importante. La cosa più interessante in assoluto è vedere come queste persone si relazionano con te nella quotidianità. Come diceva sempre un mio vecchio insegnante, è interessante persino osservare come mangiano un piatto di pasta. Io non ho avuto l’occasione specifica di farlo con lui, ma il concetto è proprio questo: poter spiare la vita quotidiana di questi grandi nomi è stata forse la cosa più bella che mi porto dentro di quell’esperienza».
Alberto tu ti muovi con disinvoltura dal repertorio lirico tradizionale a progetti crossover e pop. Come si trova il giusto equilibrio tra generi così diversi?
«Ritengo di non avere un reale equilibrio, nel senso più tradizionale del termine. Sono sempre stato, semplicemente, un appassionato di musica a trecentosessanta gradi. Ai miei studenti in conservatorio dico sempre che bisogna saper masticare di tutto: si deve passare da Bach ai Pink Floyd senza alcuna riluttanza nell’accostarsi a un genere o a un linguaggio diverso dal proprio. Credo profondamente, proprio come sostenevano i grandi divulgatori del passato, che la musica in fin dei conti sia una sola. Sono i linguaggi a essere tanti e diversi, ma la sostanza non cambia.
Nella mia formazione c’è sempre stato un occhio di riguardo sia per il mondo classico — che rappresenta la radice profonda della nostra tradizione nazionale — sia per l’universo dei nuovi linguaggi e della contemporaneità.
Questa mia visione si traduce costantemente in progetti pratici. Proprio la prossima settimana sarò in Sardegna per uno dei miei lavori più cari: salirò sul podio del Teatro Lirico di Cagliari per un concerto speciale insieme a Daria Biancardi, un’artista straordinaria che si esibirà come solista. Insieme all’Orchestra e al Coro del Teatro Lirico proporremo lo spettacolo Songs for a Better World, basato interamente sui miei arrangiamenti di canzoni dedicate alla pace e a un mondo migliore.
In questo progetto convivono le mie anime di compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra. Amo la musica quando è vera, autentica; quella che sa emozionare e, per la sua intensità, non solo chi la esegue e chi la conduce sul podio, ma soprattutto il pubblico che si lascia trasportare da essa».

Ha dedicato moltissimi progetti ed edizioni musicali alla danza classica e alla didattica. Qual è l’aspetto più gratificante
dell’insegnare ai giovani?
«Nelle mie esperienze professionali ho lavorato in questo campo per circa dieci anni, e ho anche conseguito un biennio specifico. Tra le altre cose, ho collaborato come maestro accompagnatore con l’Orchestra dell’Aquila e con l’Accademia Nazionale di Danza. Nelle attività vissute sul campo, ho capito quanto il mondo della danza classica e contemporanea sia intimamente connesso alla pura creatività.
Trovo che sia un percorso bellissimo, perché ti permette di essere, giorno dopo giorno, la colonna sonora delle lezioni degli studenti, e di quegli stessi studenti all’interno della classe di danza. Adesso sono docente a tempo indeterminato di composizione dei nuovi linguaggi e, da formatore, questo ruolo mi dà un grandissimo senso di responsabilità. Noi educatori siamo a tutti gli effetti dei coach motivazionali; l’insegnamento in sé è prioritario rispetto alla mia attività artistica personale. Saper motivare e sostenere i ragazzi è una delle cose più belle e più sane che possiamo lasciare alle nuove generazioni».

Tra i tanti palchi internazionali, c’è un pubblico estero che ti è rimasto nel cuore?
«Sì, ho avuto delle belle esperienze in parecchie parti del mondo, talvolta come pianista, talvolta come direttore d’orchestra, e mi sono ritrovato a confrontarmi soprattutto con realtà diverse e con artisti provenienti da culture differenti. È stato incredibile scoprire come, in fin dei conti, queste realtà siano spesso molto più vicine a noi di quanto si possa immaginare.
ra le varie esperienze vissute in giro per il mondo, devo citare come degna di nota la collaborazione costante e continua in Libano. Purtroppo la situazione attuale in quel territorio è molto complessa, ma lì ho avuto l’occasione di collaborare con l’Orchestra del Libano e con il collega compositore Simone Piraino. Insieme abbiamo fondato un’eccellenza, oltre a collaborare con altre realtà più piccole, portando la musica romantica italiana sul territorio. Devo dire che il pubblico mi ha accolto benissimo. Viaggiare, soprattutto per un artista, credo sia una delle cose più belle che possano capitare. Ti apre realmente, ma davvero, un bacino di conoscenze e di comprensione del mondo che forse rappresenta il regalo più grande che questo mestiere possa lasciarti».
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