La premier rompe il silenzio e racconta la sua versione sul caso che ha coinvolto tre membri dell’esecutivo e acceso i riflettori della CPI
Caso Almasri: la notizia dell’archiviazione arriva dalla Premier
La notizia dell’archiviazione, riguardo il caso Almasri, arriva direttamente da un post pubblicato dalla Presidente del Consiglio sulla sua pagina Facebook ufficiale. Giorgia Meloni, con una nota diffusa il 4 agosto, ha comunicato di aver ricevuto la notifica del provvedimento emesso dal Tribunale dei Ministri relativo alla vicenda del caso Almasri, spiegando che il decreto dispone l’archiviazione della sua posizione. Allo stesso tempo, precisa che dal testo ricevuto si desume che potrà essere chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del Ministro della Giustizia Carlo Nordio e del Sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano.
«Oggi mi è stato notificato il provvedimento dal Tribunale dei ministri per il caso Almasri: dopo oltre sei mesi dal suo avvio, rispetto ai tre mesi previsti dalla legge, e dopo ingiustificabili fughe di notizie» scrive Meloni. «I giudici hanno archiviato la mia sola posizione, mentre dal decreto desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei Ministri Piantedosi e Nordio e del Sottosegretario Mantovano. Nel decreto si sostiene che io “non sia stata preventivamente informata e (non) abbia condiviso la decisione assunta”: e in tal modo non avrei rafforzato “il programma criminoso”».
La ricostruzione giudiziaria e la risposta della Premier
Una ricostruzione, quella proposta dai giudici, che la Presidente del Consiglio definisce “palesemente assurda”. E argomenta: «Si sostiene pertanto che due autorevoli Ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte. È una tesi palesemente assurda».
Meloni, nel suo messaggio, rivendica la coesione e l’unità dell’Esecutivo sotto la propria guida e prende le distanze da precedenti condotte istituzionali in situazioni analoghe: «A differenza di qualche mio predecessore, che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni similari, rivendico che questo Governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata. È quindi assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro».
Poi aggiunge: «Nel merito ribadisco la correttezza dell’operato dell’intero Esecutivo, che ha avuto come sola bussola la tutela della sicurezza degli italiani. L’ho detto pubblicamente subito dopo aver avuto notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati, e lo ribadirò in Parlamento, sedendomi accanto a Piantedosi, Nordio e Mantovano al momento del voto sull’autorizzazione a procedere».
Caso Almasri: il generale, l’arresto e il rimpatrio
Il caso che ha originato l’indagine ruota attorno alla vicenda del generale libico Njeem Osama Almasri, arrestato a Torino il 19 gennaio 2025 su mandato della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità, in relazione a torture, esecuzioni extragiudiziali e violenze commesse nel carcere di Mitiga, a Tripoli. Dopo l’arresto, tuttavia, la Corte d’Appello di Roma ha disposto la scarcerazione per un vizio procedurale: la documentazione necessaria al prosieguo della procedura non era stata trasmessa per tempo al Ministero della Giustizia.
Tre giorni dopo, il 21 gennaio, Almasri è stato rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Ad accoglierlo all’aeroporto vi era un apparato celebrativo organizzato dalle autorità libiche, e la notizia del suo ritorno ha avuto vasta eco nei media internazionali. A seguito di ciò, la Corte penale internazionale ha formalmente avviato una procedura nei confronti dell’Italia, contestando la mancata collaborazione e il mancato rispetto del mandato di arresto emesso dall’Aja. La gestione del Caso Almasri Giorgia Meloni ha quindi assunto rilevanza anche sul piano internazionale.
Conseguenze politiche e istituzionali del Caso Almasri
Parallelamente, anche in Italia si è aperto un fronte giudiziario. La Procura di Roma ha avviato un’indagine a seguito di un esposto presentato dall’avvocato Luigi Li Gotti, nel quale si ipotizzavano i reati di favoreggiamento e peculato a carico di diversi esponenti del Governo. Il fascicolo è stato poi trasmesso, per le posizioni dei membri dell’Esecutivo, al Tribunale dei Ministri.
Nel frattempo, il Governo italiano ha trasmesso alla Corte penale internazionale una memoria difensiva di quindici pagine, nella quale ha sostenuto di aver agito in buona fede e di aver deciso il rimpatrio per ragioni di sicurezza nazionale e per evitare ripercussioni sugli interessi italiani in Libia. Anche in questo contesto, il Caso Almasri Giorgia Meloni continua a essere al centro del confronto tra giustizia internazionale e politica interna.
La vicenda resta aperta su più fronti. Da un lato la procedura attivata dalla CPI, che segue il suo corso sul piano internazionale. Dall’altro, ora, la questione dell’eventuale autorizzazione a procedere nei confronti dei tre membri del Governo: un passaggio che coinvolgerà il Parlamento e che potrebbe avere anche rilevanza politica. Meloni, nel frattempo, ha chiarito la propria posizione, assumendosi pienamente la responsabilità politica delle decisioni adottate e respingendo ogni ipotesi di condotta isolata da parte dei suoi ministri. Una linea che riafferma l’unità dell’Esecutivo, mentre l’ultima parola sul caso Almasri spetterà alle istituzioni parlamentari. Per ulteriori dettagli e approfondimenti, visita la nostra sezione Politica.
