Esistono momenti nei quali il primo dovere di una società civile è il silenzio. Non il silenzio dell’indifferenza, ma quello del rispetto. Un attentato, una violenza, un’aggressione che colpisce persone innocenti dovrebbe anzitutto essere consegnata al dolore delle vittime, dei loro familiari e alla ferma risposta dello Stato, chiamato a individuare i responsabili e ad applicare con rigore la legge penale. Tutto il resto dovrebbe venire dopo.
Per questo colpisce che, ancora una volta, una tragedia venga rapidamente trasformata in un terreno di scontro politico e culturale. Non perché la politica non abbia diritto di interrogarsi sulle cause profonde di determinati fenomeni, ma perché sembra ormai diventata una prassi utilizzare il sangue ancora fresco delle vittime come occasione per riaffermare categorie ideologiche già pronte, anziché attendere i fatti e distinguere le responsabilità.
Dalle vittime alle categorie ideologiche
È quanto emerge dalle dichiarazioni rilasciate da Alfonso Pantisano, commissario del Senato di Berlino per le questioni LGBTQ+, il quale, commentando l’attentato, ha scelto di allargare immediatamente il discorso alle religioni, arrivando ad affermare, come riportato nel titolo dell’intervista pubblicata da la Repubblica, che «le religioni alimentano l’odio».
È proprio qui che il dibattito cambia natura. Perché nel momento in cui un rappresentante istituzionale decide di trasformare un fatto criminale in una riflessione politica e culturale, è inevitabile che anche le sue affermazioni diventino oggetto di valutazione politica. Non si può invocare il diritto di utilizzare un attentato per sostenere una determinata tesi e, nello stesso tempo, pretendere che quella tesi rimanga sottratta al confronto critico.

Il ruolo pubblico e il percorso di Alfonso Pantisano
Del resto Pantisano non è una figura neutrale. Da anni è impegnato nell’attivismo LGBT e in diverse occasioni ha espresso posizioni molto critiche nei confronti della Chiesa cattolica e della religione, sostenendo una visione fortemente laicista del rapporto tra fede, società e diritti civili. Le sue parole, quindi, non rappresentano una semplice reazione emotiva all’attentato, ma si inseriscono in un percorso culturale e politico ben definito.
Religioni: una categoria troppo ampia
Il problema, però, è un altro. Parlare genericamente di “religioni” significa mettere nello stesso contenitore realtà profondamente differenti. Le religioni non costituiscono un blocco omogeneo. Esse si fondano su visioni dell’uomo, della libertà, della violenza, della società e perfino di Dio radicalmente diverse tra loro.
Da anni nel dibattito pubblico occidentale si ripete quasi come un dogma che tutte le religioni siano equivalenti, che rappresentino semplicemente percorsi differenti verso lo stesso Dio e che, in fondo, siano intercambiabili. È un’affermazione che non regge a un’analisi storica, filosofica e teologica.
Le grandi religioni monoteistiche, ad esempio, condividono alcuni elementi, ma divergono profondamente su altri aspetti fondamentali. Lo stesso vale per le religioni orientali, che presentano concezioni dell’uomo, della salvezza e della società profondamente differenti. Ridurre tutto a un indistinto “le religioni” significa rinunciare proprio a quella capacità di distinguere che dovrebbe essere il primo compito dell’intelligenza.
Responsabilità individuale e tradizioni religiose
Naturalmente sarebbe altrettanto scorretto attribuire a una religione la responsabilità automatica dell’azione di ogni persona che dichiari di professarla. Un terrorista o un fanatico resta personalmente responsabile dei propri delitti. Ma è altrettanto evidente che ogni tradizione religiosa propone una determinata antropologia, una specifica concezione della convivenza e un preciso sistema di valori. Ignorare questo dato significa impedire qualsiasi seria riflessione culturale.
In questo contesto appare singolare che nel calderone delle “religioni che alimentano l’odio” venga implicitamente compreso anche il cattolicesimo, cioè quella tradizione che ha contribuito in modo decisivo alla formazione della civiltà europea e di molti dei principi che oggi vengono dati quasi per scontati.

Il contributo storico del cristianesimo
L’idea che ogni essere umano possieda una dignità intrinseca indipendentemente dalla sua condizione sociale, dal suo sesso, dalla sua origine o dalla sua utilità economica non nasce nel vuoto della storia. Essa trova una delle sue formulazioni più profonde proprio nella concezione cristiana dell’uomo.
Se Dio, nel mistero dell’Incarnazione, assume la natura umana, allora ogni persona acquista una dignità che non dipende dal potere, dalla forza o dall’appartenenza a una determinata classe sociale. È un principio che ha inciso profondamente sullo sviluppo della cultura occidentale, del diritto naturale, dei diritti della persona e, successivamente, degli stessi diritti umani.
Ciò non significa negare gli errori commessi da alcuni cristiani nella storia, né ignorare episodi nefasti che hanno coinvolto uomini di Chiesa. Significa però distinguere tra gli errori degli uomini e il nucleo della dottrina. Nei Vangeli Dio è definito amore e Cristo comanda ai suoi discepoli di amare perfino i propri nemici. È un dato testuale e teologico che appartiene al cuore della fede cristiana.
La vera questione politica, allora, non è se “le religioni alimentino l’odio”, ma se abbia ancora senso parlare delle religioni come se fossero tutte identiche, come se proponessero la medesima idea dell’uomo, della libertà, della violenza e della convivenza civile.
Libertà di espressione e pluralismo
Infine, non può sfuggire un’ulteriore contraddizione del nostro tempo. Si denuncia con forza ogni presunta discriminazione nei confronti delle comunità LGBTQ+, ma troppo spesso il dibattito pubblico mostra una crescente intolleranza verso chi esprime, nel rispetto della legge e della dignità delle persone, convinzioni morali o religiose differenti. Sempre più frequentemente il dissenso viene interpretato come odio, la critica come discriminazione e la semplice difesa di una diversa concezione antropologica come una minaccia da delegittimare.
Una democrazia autentica, invece, dovrebbe essere capace di difendere contemporaneamente la sicurezza delle persone, la libertà religiosa, la libertà di espressione e il confronto tra idee diverse. Perché è proprio quando il dolore viene trasformato in un’arma politica e le categorie ideologiche sostituiscono l’analisi dei fatti che il rischio non è soltanto quello di comprendere meno la realtà, ma anche di dividere ulteriormente una società che avrebbe invece bisogno, anzitutto, di giustizia, verità e responsabilità individuale.

Le radici della cultura dei diritti
È forse questa la contraddizione più profonda della vicenda. Si accusa indistintamente “la religione” di generare odio, ma si dimentica che proprio quella tradizione cristiana oggi messa sul banco degli imputati è stata la matrice storica di gran parte delle categorie morali attraverso cui l’Occidente giudica se stesso.
L’idea dell’uguale dignità di ogni essere umano, della centralità della persona, della tutela del più debole, dell’esistenza di diritti che precedono lo Stato e il potere politico non apparteneva al mondo antico come un patrimonio universale. È maturata, pur tra le inevitabili contraddizioni della storia, all’interno della civiltà cristiana.
Non è un caso che perfino i movimenti che oggi si definiscono progressisti continuino a rivendicare principi quali uguaglianza, inclusione, dignità, tutela delle minoranze e rifiuto della discriminazione. Sono categorie che, pur essendo oggi formulate in un linguaggio secolarizzato, affondano le loro radici in un’antropologia che vede ogni uomo portatore di un valore intrinseco perché creato a immagine di Dio e perché Dio stesso ha assunto la natura umana nell’Incarnazione. Senza questa rivoluzione culturale, l’idea stessa di persona avrebbe probabilmente seguito un percorso molto diverso.
Distinguere per comprendere
Proprio per questo stupisce che un rappresentante delle istituzioni scelga di parlare genericamente di “religioni” come se esse costituissero un blocco indistinto. Se davvero si vuole comprendere ciò che è accaduto, occorre avere il coraggio delle distinzioni. Non tutte le religioni hanno sviluppato il medesimo rapporto tra fede e potere, tra libertà e coscienza, tra violenza e testimonianza, tra diritto e misericordia. Le differenze esistono e ignorarle per ragioni ideologiche significa rinunciare a comprendere la realtà.
Contro le accuse collettive
La lotta contro ogni forma di violenza e di discriminazione merita certamente il massimo sostegno. Ma essa perde credibilità quando diventa selettiva e quando, anziché limitarsi a perseguire i responsabili di un crimine, si trasforma nell’occasione per colpire indistintamente una tradizione religiosa o per delegittimare chi continua a professarne i principi.
Per questo la risposta a un attentato non dovrebbe essere una nuova stagione di accuse collettive, bensì il ritorno a un principio tanto semplice quanto fondamentale: la responsabilità è sempre personale. I criminali rispondono delle proprie azioni, non un’intera categoria di persone. E le idee, comprese quelle religiose, si discutono con il confronto culturale, non con slogan che finiscono per mettere sullo stesso piano realtà profondamente diverse.
Una società libera ha bisogno di verità
Se davvero vogliamo difendere una società libera e pluralista, dovremmo evitare proprio ciò che oggi sembra diventato abituale: trasformare ogni tragedia in uno strumento di battaglia politica. Perché quando il dolore delle vittime viene piegato alla conferma delle proprie convinzioni ideologiche, si finisce per tradire due volte: la verità dei fatti e il rispetto dovuto a chi quella tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle.
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