HomeCronacaEmulazione, giovani e bisogno di essere visti: Francesco Pira analizza il disagio...

Emulazione, giovani e bisogno di essere visti: Francesco Pira analizza il disagio di una generazione

Dal tragico caso di Torre Faro a una riflessione sul riconoscimento sociale, il ruolo dei social network e la responsabilità della comunità: il sociologo dell'Università di Messina invita a guardare oltre la cronaca

Dietro ogni fatto di cronaca si nascondono spesso dinamiche sociali più profonde, che meritano di essere comprese prima ancora che giudicate. Il tragico caso della sedicenne Giulia Scimone, investita e uccisa a Torre Faro, un quartiere del Comune di Messina, Sicilia, offre l’occasione per interrogarsi su temi sempre più attuali: il bisogno di riconoscimento, l’emulazione tra gli adolescenti, il peso dei social network e il ruolo della comunità nella costruzione dell’identità giovanile.

Ne parliamo con Francesco Pira, professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, dove insegna Teorie e Tecniche del giornalismo digitale, Social Media e Comunicazione d’Impresa ed è Delegato alla Comunicazione. Autore di oltre ottanta pubblicazioni scientifiche, visiting professor in diversi atenei europei e tra i maggiori studiosi italiani dei fenomeni legati alla comunicazione digitale, al bullismo, al cyberbullismo, alle fake news e alla violenza di genere, Pira è da anni impegnato nella ricerca e nella divulgazione sui cambiamenti sociali prodotti dai nuovi media.

In questa intervista ci aiuta a leggere un episodio drammatico non soltanto come un fatto di cronaca, ma come lo specchio di una società in cui, troppo spesso, il bisogno di essere riconosciuti rischia di trasformarsi in una pericolosa ricerca di visibilità.

Leggere l’emulazione giovanile attraverso la sociologia: la parola a Francesco Pira

Episodi come quello di Giulia Scimone vengono spesso liquidati come semplici “bravate”. Dal punto di vista sociologico, invece, cosa ci raccontano sul bisogno di riconoscimento dei giovani di oggi?

«C’è un bisogno silenzioso che attraversa le nuove generazioni: quello di esistere agli occhi degli altri. E quando gli sguardi rassicuranti di una comunità si fanno più deboli, la ricerca di questo riconoscimento può prendere strade molto pericolose. Dietro certe dinamiche — le corse, la sfida, l’esposizione al rischio davanti agli occhi di un gruppo — non c’è solo leggerezza.

Il caso di Giulia Scimone, la sedicenne investita e uccisa a Torre Faro da una moto condotta da un coetaneo, non è soltanto una tragedia giudiziaria. È anche un segnale sociologico. Non parlo di colpe, che competono alla magistratura, ma di ciò che quel tipo di gesto racconta del nostro tempo.

Axel Honneth, sociologo tedesco, ha mostrato come la costruzione dell’identità dipenda dalle esperienze di riconoscimento ricevute negli affetti, nelle relazioni e nelle istituzioni. Quando quel riconoscimento manca o è fragile, si producono ferite che si manifestano nel comportamento, nella ricerca di conferme attraverso l’azione visibile. Il rischio diventa allora una forma di comunicazione: mostrarsi capaci di sfidare il limite, di non avere paura. Lo sguardo del gruppo diventa la misura del proprio valore.

Bauman ha descritto con lucidità la condizione delle giovani generazioni nella modernità liquida: identità fragili, legami deboli, futuro percepito come incerto. Dove le istituzioni tradizionali — scuola, famiglia, lavoro — faticano a offrire punti di riferimento stabili, il gruppo dei pari diventa l’unica fonte di riconoscimento davvero accessibile. E il gruppo, in certi contesti, premia il pericolo, la velocità, il coraggio fisico.

Non premia lo studio, la pazienza, la riflessione. Premia ciò che si vede, ciò che produce una storia. Torre Faro è un territorio con i suoi codici, le sue reti, i suoi riti di appartenenza. La sera d’estate, la moto, la velocità, il gruppo possono diventare tutto questo. Non è una giustificazione, è una lettura. Perché solo se capiamo il senso sociale di questi gesti possiamo provare a prevenirli. Il punto non è soltanto come punire, ma come costruire contesti in cui il riconoscimento non passi attraverso il rischio e la morte.

La scuola, lo sport, la cultura, la politica locale dovrebbero diventare spazi in cui i giovani trovino conferme reali. Dove essere visti non richieda di mettere in gioco la propria vita o quella degli altri. Continuare a chiamare tutto “bravata” significa continuare a non vedere. E non vedere, in sociologia, è la forma più grave di irresponsabilità».

Emulazione giovanile: l'analisi di Francesco Pira

Quanto pesa il meccanismo dell’emulazione? Un ragazzo compie davvero un gesto estremo per convinzione personale o, più spesso, perché sente il bisogno di essere visto, approvato o imitato dal proprio gruppo? Se è così, perché?

«Il meccanismo dell’emulazione pesa molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. La sociologia lo sa da tempo: l’identità non si costruisce nel chiuso della coscienza, ma attraverso lo specchio degli altri. George Herbert Mead, sociologo statunitense, parlava del “sé rispecchiato” per spiegare come ciascuno diventa se stesso immaginando costantemente lo sguardo altrui.

René Girard, antropologo, critico letterario e filosofo francese, ha spinto l’analisi ancora più in profondità con la teoria del desiderio mimetico: non desideriamo nulla in modo originale, ma vogliamo ciò che gli altri vogliono, imitiamo ciò che gli altri fanno, perché crediamo che il loro desiderio indichi qualcosa di essenziale.

Il gruppo, in questa prospettiva, non è solo un contesto: è il modello da cui attingiamo per definire cosa vale, cosa è bello, cosa è degno di essere vissuto. Quando un ragazzo compie un gesto estremo, raramente lo fa per una convinzione maturata in solitudine. Lo fa perché quel gesto, in quel momento, racconta qualcosa che il gruppo riconosce.

La visibilità digitale ha reso il riconoscimento ancora più instabile, perché non dipende più dalla profondità delle relazioni, ma dalla quantità e dall’intensità delle reazioni. In questa cornice, il gruppo dei pari esercita una pressione formidabile: conformarsi significa esistere, distinguersi negativamente significa sparire.

Tutto questo spiega perché certi gesti non nascano dalla convinzione personale, ma dal bisogno di occupare uno spazio nello sguardo altrui. Non dobbiamo chiederci come reprimere l’emulazione, ma come orientarla. Perché i giovani imiteranno sempre qualcuno: la vera domanda è chi mettiamo davanti ai loro occhi come modello degno di essere seguito».

I social network hanno trasformato il concetto stesso di coraggio e di successo? Oggi sembra che il rischio sia diventato una forma di linguaggio attraverso cui conquistare attenzione e consenso. È una lettura corretta?

«C’è stato un tempo in cui il coraggio si misurava sulla capacità di resistere, di costruire, di andare controcorrente restando fedeli a un’idea. Oggi, sempre più spesso, si misura sulla capacità di mostrare, di esporre, di sfidare il limite davanti a un pubblico. Non è un caso. La cultura contemporanea ha spostato il baricentro del valore dall’essere all’apparire, e i social network sono stati il laboratorio dove questa trasformazione si è consumata.

Il rischio, in questo scenario, diventa linguaggio. Non è più soltanto un gesto: è un messaggio. Chi si mette in pericolo davanti a una telecamera, chi sfida la sorte e lo documenta, non cerca solo l’emozione: cerca lo sguardo. Il rischio diventa la parola attraverso cui dire “ci sono”, “conto”, “merito attenzione”. E l’attenzione, nella grammatica digitale, è la nuova moneta del successo.

Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano, ha descritto la società contemporanea come una “società della trasparenza”, dove tutto deve essere visibile e dove l’ostentazione diventa il modo principale di esistere. In questa logica, il coraggio è  una performance pubblica. Il successo è l’esplosione di un momento. La velocità sostituisce la profondità, la quantità dei like sostituisce la qualità delle relazioni.

Per i giovani, cresciuti dentro questa grammatica, la pressione è fortissima. Il gruppo non valuta più chi sei, ma cosa mostri. E se ciò che mostri non è abbastanza, il rischio diventa la scorciatoia per essere notati. È una lettura preoccupante, ma purtroppo vera. Bisogna ricostruire un’idea di coraggio che non dipenda dallo sguardo altrui. Un coraggio capace di dire no e di restare fedeli a se stessi anche quando nessuno guarda».

Emulazione giovanile: l'analisi di Francesco Pira

Quando un comportamento pericoloso viene ripreso, condiviso e premiato con visualizzazioni e like, la responsabilità resta solo individuale oppure esiste anche una responsabilità culturale e collettiva che riguarda la società e le piattaforme digitali?

«La responsabilità non è mai soltanto individuale. Quando un gesto pericoloso viene compiuto, ripreso e condiviso, la tentazione è quella di isolare l’autore, renderlo unico colpevole, chiudere il caso. Ma questo sguardo taglia via la rete di relazioni, di sguardi, di conferme e di piattaforme che hanno reso possibile quel gesto.

Le piattaforme digitali non sono strumenti neutri. Sono ambienti progettati, architetture di incentivi. I loro algoritmi non mostrano tutto allo stesso modo: selezionano, amplificano, premiano ciò che cattura l’attenzione. E ciò che cattura l’attenzione, spesso, non è la riflessione, la profondità o la cura, ma l’intensità e lo shock. Un gesto estremo, in questo ecosistema, non è soltanto un comportamento: è un contenuto. E come contenuto viene misurato, valutato, classificato.

Le visualizzazioni e i like non sono semplici reazioni: sono una forma di giudizio sociale che dice “questo vale”, “questo merita di essere visto”. C’è dunque una responsabilità di chi progetta questi spazi. Chi costruisce un ambiente che premia l’esposizione al rischio sa, o dovrebbe sapere, quali dinamiche sta alimentando.

Eppure, troppo spesso, questa responsabilità viene dissolta nella formula rassicurante della neutralità tecnologica: la piattaforma si presenta come un semplice contenitore, un canale, un’infrastruttura innocente. Non lo è. Ma c’è anche una responsabilità culturale più ampia, che riguarda tutti noi. Riguarda il modo in cui guardiamo, condividiamo, commentiamo.

Ogni like è un segnale, ogni condivisione è un endorsement silenzioso. Quando premiamo un contenuto pericoloso, stiamo dicendo a qualcuno che quel gesto ha avuto successo. Stiamo alimentando un circuito in cui il rischio diventa merce di scambio per ottenere ciò che tutti cerchiamo: essere visti, contare, esistere.

La responsabilità individuale resta, naturalmente. Chi compie un gesto sa, o dovrebbe sapere, ciò che sta facendo. La vera domanda non è “chi ha sbagliato”, ma “che tipo di ambiente stiamo costruendo”, e cosa stiamo disposti a premiare con la nostra attenzione».

Molti adulti attribuiscono questi fenomeni esclusivamente ai social. Non c’è il rischio di usare i social come capro espiatorio, evitando di affrontare problemi più profondi come il vuoto educativo, la fragilità identitaria o la difficoltà dei giovani nel costruire la propria autostima?

«Dare la colpa ai social network è la scorciatoia più comoda. Permette agli adulti di scaricare la responsabilità su uno strumento, senza doversi interrogare sul proprio ruolo. Ma è un’operazione sociologicamente scorretta. I social non hanno creato il vuoto educativo: lo hanno riempito. Non hanno generato la fragilità identitaria: la hanno amplificata. Non hanno prodotto la crisi dell’autostima: la hanno resa più visibile.

Il problema è precedente e più importante. Ulrich Beck, sociologo e scrittore tedesco, parlava di “società del rischio” per descrivere una condizione in cui l’incertezza diventa strutturale, non eccezionale. I giovani adesso crescono in un mondo dove le tappe tradizionali — studio, lavoro, famiglia — non offrono più garanzie. Le agenzie educative classiche, dalla famiglia alla scuola, attraversano una crisi di senso. Gli adulti faticano a trasmettere orientamento, perché loro per primi si sentono disorientati.

In questa situazione, i social diventano l’unico spazio dove i ragazzi trovano risposta, anche se instabile e manipolata. Usare le piattaforme come capro espiatorio significa chiudere gli occhi davanti a una fragilità che esisteva prima dei social. L’obiettivo non è togliere i social, ma ricostruire il senso di ciò che sta prima e attorno a esso: relazioni solide, presenza adulta autorevole, spazi educativi capaci di offrire riconoscimento senza chiedere in cambio performance di visibilità».

Se dovesse indicare un intervento concreto, non repressivo ma educativo, per ridurre il fenomeno dell’emulazione tra gli adolescenti, da dove partirebbe: famiglia, scuola, comunità o piattaforme digitali?

«La risposta non sta in un solo luogo, ma se dovessi scegliere un punto di partenza sceglierei la comunità. La comunità come rete viva di relazioni, spazi e opportunità reali può restituire ciò che manca: appartenenza senza prestazione, riconoscimento senza performance, legami che non chiedono di mettersi in mostra per esistere.

Robert Putnam, politologo statunitense, ha parlato di “capitale sociale” per descrivere quella rete di fiducia, di relazioni e di legami che permette a una comunità di funzionare. Quando il capitale sociale si assottiglia, quando i luoghi di aggregazione scompaiono, quando gli spazi pubblici si svuotano, i ragazzi perdono l’opportunità di essere riconosciuti per ciò che sono e non per ciò che mostrano.

La comunità è il luogo dove il riconoscimento può tornare ad avere spessore: non un like istantaneo, ma uno sguardo che dura, una parola che resta, una presenza che conta. Un intervento concreto, dunque, non è un programma, è un ambiente. È ricostruire luoghi fisici dove i ragazzi possano incontrarsi senza schermi, dove possano provare, sbagliare, ricominciare.

È restituire senso all’associazionismo, allo sport, alla biblioteca, al circolo, allo spazio civile. Sono questi i luoghi dove l’emulazione può cambiare direzione: non più imitazione del rischio, ma imitazione del possibile. La scuola e la famiglia restano fondamentali, ma da sole non bastano. Hanno bisogno di una comunità attorno che sostenga, accompagni, riempia di senso il tempo libero. Il vuoto non si combatte con il divieto. Si combatte con la presenza».

emulazione giovanile

La ricerca di visibilità è sempre esistita tra gli adolescenti. Cosa distingue quella delle nuove generazioni da quella vissuta trent’anni fa? È cambiato il bisogno dei ragazzi o è cambiato il modo in cui la società lo alimenta?

«Il bisogno di esistere e di essere riconosciuti è lo stesso. La biografia profonda dell’adolescenza non cambia: la fame di sguardo, la paura di non contare, la ricerca di un posto nel mondo. Quello che è cambiato è l’infrastruttura che circonda quel bisogno. Trent’anni fa la visibilità era locale, mediata, lenta. Per essere visti serviva il corpo, la piazza, il gruppo fisico.

Lo sguardo degli altri arrivava attraverso canali che richiedevano tempo e presenza. C’era una soglia di accesso: per emergere bisognava attraversare filtri, confrontarsi con adulti, sottoporsi al giudizio di una comunità reale. Tutto questo rendeva il riconoscimento più difficile, ma anche più denso: arrivava solo se durava, se reggeva alla prova del tempo e dello sguardo diretto.

Attualmente quella soglia è crollata. La visibilità è globale, istantanea, quantificabile. Non serve più il corpo, basta il pollice. Lo sguardo non arriva più da persone conosciute, ma da sconosciuti che valutano con un gesto. E soprattutto, lo sguardo è diventato metrica: conta il numero, non la qualità.

Un ragazzo di trent’anni fa sapeva chi lo guardava. Ora non lo sa. Ma sa quanto vale, perché c’è un numero che glielo dice. La società non si è limitata ad alimentare questo bisogno: lo ha industrializzato. Ha costruito un’intera economia attorno alla visibilità, trasformando l’attenzione in merce. Ha insegnato che esistere significa essere visti da molti, e che essere visti da molti significa valere. Non è la natura dei ragazzi a essere cambiata. È la dimensione che li circonda».

Per questo e per tutti gli altri aggiornamenti continua a seguirci su PDQ Magazine.

Valentina Michela Di Salvo
Valentina Michela Di Salvo
Giornalista, Direttore di PDQ Magazine. Mail: valentina.disalvo@pdqmagazine.com ---------------------------------------------------- Credo nella scrittura come strumento di fiducia e nel giornalismo come spazio di ascolto e ricostruzione del senso collettivo
ARTICOLI CORRELATI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

- Advertisment -

NOVITà

Recent Comments