The Odyssey è ufficialmente nell’Olimpo degli incassi dell’era Cinetel in Italia: nel suo secondo weekend la pellicola Universal ha incassato 10,6 milioni di euro — addirittura +6% rispetto allo scorso fine settimana di esordio — e ha raggiunto un totale di oltre 26,7 milioni (26,780) di euro.
È un risultato straordinario che dimostra come il film di Christopher Nolan si sia rivelato di buon auspicio per tutti. Un trionfo travolgente che conferma come il grande schermo riesca ancora a far vibrare le corde più intime degli spettatori quando si ispira ai grandi miti dell’umanità.
Al di là dello spettacolo visivo e della maestria registica, questo trionfo riporta prepotentemente al centro del dibattito culturale la figura di Ulisse. Reinterpretato e plasmato da registi e autori nel corso delle diverse epoche cinematografiche, l’eroe di Itaca, inventore dell’inganno del cavallo di Troia, continua a esercitare un fascino magnetico. La ragione di tanta attualità risiede nella sua profonda umanità: Odisseo non è semplicemente un guerriero imbattibile, ma il primo vero prototipo dell’uomo contemporaneo.

Il Ritorno a Itaca e la Poesia di Kavafis: Il significato del viaggio della vita
La parabola di Ulisse riflette in modo lucido le vicende che ognuno di noi affronta nella propria quotidianità. Quello che doveva essere un lineare viaggio di ritorno verso casa, un itinerario semplice e privo di ostacoli, si trasforma in un’estenuante peregrinazione costellata di interruzioni, deviazioni e pericoli imprevedibili.
L’incontro con il gigante Polifemo, le lusinghe mortali delle Sirene, gli inganni della Maga Circe e le tentazioni personificate da figure femminili bellissime come la ninfa Calipso o la giovane Nausicaa (non presente nel film di Nolan), non sono soltanto tappe di un racconto epico, ma potenti metafore delle seduzioni e delle insidie del mondo contemporaneo.
Questa dimensione allegorica trova la sua massima espressione nella celebre poesia Itaca del poeta greco Costantino Kavafis, straordinaria riflessione metaforica sul viaggio della vita. Per Kavafis, la meta è quasi un pretesto: ciò che conta davvero è il cammino, lo stimolo a esplorare, conoscere e fare esperienza.
Itaca di Costantino Kavafis
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio;
senza di lei, mai ti saresti messo sulla via.
Nulla di più ha da darti.
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi).
Come Ulisse, lungo il percorso si incontrano avversità e tempeste, ma la vera consapevolezza arriva alla fine. Quando si giunge a Itaca, l’isola non ci ha delusi per la sua semplicità o la sua piccolezza: il viaggiatore è diventato saggio proprio attraverso le prove affrontate. Ha compreso il vero senso delle cose, capendo che Itaca gli ha donato il viaggio stesso, senza il quale non si sarebbe mai messo in cammino.
In questo itinerario, Ulisse paga la sua stessa fama di eroe con un prezzo altissimo: il dolore, la perdita dei propri compagni di viaggio portati incontro alla morte e una costante, straziante nostalgia per la sua terra.

La psicologia di Ulisse: tra maschere sociali, fragilità e ricerca dell’identità
Ciò che rende la figura di Odisseo eternamente affascinante è la sua profonda natura contraddittoria. Ulisse è furbo, astuto e coraggioso, ma al tempo stesso fragile e pieno di dubbi, costantemente in lotta con se stesso. Il poema omerico affronta così temi straordinariamente moderni, prima fra tutti la complessa ricerca dell’identità e l’uso delle maschere sociali.
Per sopravvivere e superare le avversità, Odisseo scompare dietro diverse identità: dichiara di chiamarsi Nessuno davanti a Polifemo, racconta versioni sempre differenti e inventate di sé ai Feaci e, una volta tornato a casa, si traveste da umile mendicante per non farsi riconoscere dai Proci che intendono usurpare il suo regno. Questo continuo camuffarsi rispecchia lo smarrimento dell’individuo contemporaneo, spesso costretto a indossare ruoli e maschere diverse per muoversi nella società.

Il Ritorno all’Umanità di Odisseo: re, marito e padre
Eppure, dietro ogni inganno, ogni travestimento e ogni drammatico naufragio, il desiderio supremo dell’eroe rimane immutato: spogliarsi del mito per tornare alla sua essenza più vera. Il percorso di Ulisse si conclude con il ritorno in patria e il riappropriarsi del proprio regno, ma la sua vera vittoria non è militare o eroica, bensì umana.
Dopo aver attraversato ogni sorta di sofferenza e avversità, Odisseo desidera semplicemente tornare a vivere la propria vita quotidiana di uomo. Vuole essere di nuovo re di Itaca, marito della sua amata Penelope e padre presente per Telemaco, arricchito e reso saggio dalle esperienze vissute.
Il fenomeno cinematografico scatenato dal film di Nolan ci ricorda proprio questo: nonostante i millenni che ci separano dall’epica greca, continuiamo a rispecchiarci nell’ eroe omerico perché, dietro il viaggiatore leggendario, scorgiamo la nostra stessa fragilità, la ricerca di noi stessi e il bisogno viscerale di ritrovare la strada verso casa. E forse è proprio questa la lezione più grande del mito di Ulisse: non conta soltanto arrivare, ma avere sempre una direzione verso cui orientare il proprio cammino.
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