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Delitto di Via Poma: trentasei anni di misteri e silenzi senza un colpevole

Tra errori investigativi, sospettati poi assolti e nuove analisi del DNA, il caso che continua a interrogare la giustizia italiana

Il calendario segnava il 7 agosto 1990 quando la quiete estiva di uno dei quartieri più eleganti e insospettabili di Roma, il quartiere Prati, venne sconvolta da un evento drammatico. Al terzo piano del civico 2 di via Carlo Poma, all’interno degli uffici dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, si consumava uno dei delitti più feroci e indecifrabili della cronaca nera italiana.

Simonetta Cesaroni una ragazza di appena vent’anni, che proveniva dalla zona est della capitale dove lavorava come segretaria contabile, veniva barbaramente uccisa con 29 colpi di arma da taglio. A distanza di quasi trentasei anni da quel pomeriggio torrido, la storia di Simonetta è diventata il cold case per eccellenza, un enigma irrisolto che ha visto sfilare sospettati, celebrare processi clamorosi e crollare castelli accusatori, lasciando una famiglia segnata dal dolore e un assassino senza nome.

Delitto di via Poma

La scena del crimine e gli indumenti spariti: i dettagli del ritrovamento

L’allarme era scattato nella tarda serata di quel tragico martedì, quando i familiari della giovane, preoccupati per il suo insolito e prolungato ritardo, avevano deciso di recarsi sul posto di lavoro insieme al datore di lavoro della ragazza. Davanti ai loro occhi si presentava una scena agghiacciante e al tempo stesso enigmatica.

il corpo di Simonetta giaceva privo di vita sul pavimento. L’assassino aveva messo in atto una precisa messinscena prima di fuggire: aveva portato con sé la maggior parte degli indumenti della ragazza, lasciando sul posto soltanto le scarpe da ginnastica, riposte con cura una accanto all’altra, e il reggiseno, che era avvolto intorno al collo della giovane vittima. Inoltre, la porta dell’ufficio era stata ritrovata chiusa a chiave dall’esterno e dalla borsa di Simonetta mancavano proprio le sue chiavi, che erano state evidentemente sottratte dal killer prima della fuga.

Delitto di via Poma

Omicidio Simonetta Cesaroni: i misteri e i passi falsi delle prime indagini

Fin dai primi istanti, le indagini si scontrarono con ostacoli insormontabili e criticità profonde, che avrebbero successivamente compromesso per sempre la ricerca della verità. La scena del crimine era pesantemente contaminata nelle prime ore successive al ritrovamento del corpo.

In quegli anni le tecniche investigative non erano approfondite e sofisticate come quelle recenti: troppe persone, tra inquirenti, familiari e conoscenti, avevano fatto ingresso in quell’appartamento prima che venissero eseguiti i rilievi scientifici necessari. Questo contribuiva ad inquinare l’ambiente in modo irreversibile, cancellando tracce biologiche, che avrebbero potuto essere cruciali per gli inquirenti di allora.

Via Poma, il mistero delle chiavi scomparse e dell’ammiratore anonimo

Un altro elemento fondamentale che ha accompagnato le indagini degli investigatori per decenni, riguarda la modalità d’ingresso dell’assassino nell’ufficio. La porta della struttura non presentava alcun segno di effrazione. Questo dettaglio, unito alla scomparsa delle chiavi della vittima, apre da sempre due ipotesi plausibili: l’assassino era già in possesso delle chiavi dell’ufficio entrando quindi di sorpresa, oppure Simonetta conosceva il suo aggressore e aveva aperto la porta volontariamente.

A rendere ancora più fitto il mistero si aggiungeva un dettaglio emerso dai racconti di chi le stava vicino: nei giorni precedenti al delitto, la ragazza aveva ricevuto continue telefonate anonime in ufficio, cariche di apprezzamenti, da parte di un ammiratore sconosciuto. L’autore di quelle telefonate non è mai stato identificato e il sospetto che potesse trattarsi dello stesso uomo che l’ha uccisa non ha mai trovato conferme.

Inoltre l’arma del delitto non è mai stata ritrovata. Gli esami avevano stabilito che i ventinove fendenti erano stati inferti con un oggetto appuntito e tagliente, compatibile con un tagliacarte da ufficio, probabilmente prelevato sul posto e fatto sparire insieme agli indumenti della giovane donna.

Delitto di via Poma

Da Pietrino Vanacore a Federico Valle: i primi sospettati poi assolti

Primo grande protagonista della cronaca giudiziaria legata a via Poma fu Pietrino Vanacore, il portiere dello stabile. L’uomo finì immediatamente nel mirino degli inquirenti a causa di alcuni suoi comportamenti ritenuti sospetti e della presenza di alcune macchie di sangue sui suoi pantaloni. Gli accertamenti successivi, tuttavia, stabilirono che quel sangue non apparteneva a Simonetta Cesaroni, facendo così venir meno uno dei principali elementi a suo carico.

Vanacore visse per vent’anni sotto il peso del sospetto e del fango mediatico, fino al marzo del 2010. A pochi giorni dall’udienza nella quale avrebbe dovuto testimoniare nuovamente nel processo d’appello contro l’ex fidanzato di Simonetta, decise di togliersi la vita annegandosi in mare a Torricella, in Puglia, lasciando un biglietto che conteneva l’ennesima e definitiva proclamazione della sua innocenza: Vent’anni di sofferenze e sospetti sono troppi.

Nel frattempo, le indagini presero una direzione diversa, concentrandosi sulle frequentazioni del palazzo e della stessa vittima. Tra i primi indagati di rilievo vi fu Federico Valle, nipote del noto architetto che aveva progettato lo stabile di via Poma. Il giovane fu chiamato in causa dalle dichiarazioni di un testimone, ma la sua posizione venne vagliata a fondo e le accuse si rivelarono del tutto infondate, portando al suo definitivo proscioglimento.

Delitto di via Poma

Processo Via Poma: la condanna e l’assoluzione definitiva di Raniero Busco

La svolta che sembrò poter chiudere il caso arrivò però molti anni dopo, grazie alle nuove tecnologie di analisi del DNA, e si focalizzò su Raniero Busco, l’allora fidanzato di Simonetta Cesaroni. Nel 2011, la Corte d’Assise di Roma condannò Busco in primo grado a ventiquattro anni di reclusione.

L’accusa si basò principalmente sul ritrovamento di tracce del suo DNA sul corpetto e sul reggiseno della vittima, oltre alla presunta compatibilità di un segno di morso sul corpo di Simonetta con la sua arcata dentaria. Quella sentenza, che sembrò aver messo la parola fine al mistero, non resse tuttavia nei successivi gradi di giudizio.

Nel 2012, i giudici della Corte d’Appello ribaltarono completamente il verdetto, assolvendo Raniero Busco perché il fatto non sussisteva. Le perizie della difesa e dei consulenti d’ufficio dimostrarono che il DNA sugli indumenti poteva essere il risultato di una normale contaminazione dovuta alla frequentazione della coppia e che il presunto morso non offriva certezze scientifiche. L’assoluzione fu poi confermata definitivamente dalla Corte di Cassazione nel 2014, lasciando l’inchiesta nuovamente priva di un colpevole.

A quasi trentasei anni da quel drammatico pomeriggio, il delitto di via Poma resta una ferita aperta nel cuore di Roma, un enigma apparentemente senza soluzione. Dietro i faldoni giudiziari e le pagine della cronaca nera c’era, prima di tutto, una ragazza come tante, piena di vita e con i sogni nel cassetto tipici dei suoi vent’anni.

Eppure, le grandi inchieste irrisolte insegnano che la verità può riemergere anche a distanza di decenni, spesso nascosta dietro un dettaglio trascurato o un silenzio che finalmente si rompe. Quelle risposte potrebbero giacere ancora tra le ombre di quel palazzo signorile, alimentando la speranza che, un giorno, l’ultimo tassello di questo mistero possa finalmente trovare il proprio posto.

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Tiziana La Barbera
Tiziana La Barbera
Docente di materie umanistiche con particolare interesse per le tematiche educative, psicologiche, sociali ,di crescita personale, di inclusione. Ha approfondito la comunicazione neuro - linguistica (PNL) come strumento per favorire l' inclusione nei contesti scolastici e formativi Laurea in Psicologia L24 Scienze e tecniche psicologiche
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