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Casa di Pina: quando una casa diventa una famiglia

Il modello di Sant’Egidio che sfida la solitudine degli anziani

Una città per gli anziani è una città per tutti. Non è soltanto lo slogan che accompagna il programma “Viva gli Anziani!” della Comunità di Sant’Egidio. È una diversa idea di società, nella quale la qualità di una comunità si misura anche da come accompagna i suoi membri più fragili.

In un’epoca caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente solitudine degli anziani, la risposta non può limitarsi all’assistenza sanitaria: occorre ricostruire relazioni, comunità e senso di appartenenza. È questo il messaggio emerso dall’incontro organizzato presso la Casa di Pina, a Ostia, sabato 11 luglio, una delle esperienze di cohousing solidale promosse dalla Comunità di Sant’Egidio, dove il vivere insieme diventa un’alternativa concreta all’istituzionalizzazione degli anziani.

Una comunità cristiana che vive il Vangelo

La Comunità di Sant’Egidio nasce a Roma nel 1968 per iniziativa di Andrea Riccardi. È una comunità cristiana cattolica, profondamente radicata nel territorio e oggi presente in numerosi Paesi del mondo. Riconosciuta a livello internazionale per il suo impegno nella promozione della pace, nel dialogo tra i popoli e nell’assistenza ai più poveri, ha costruito negli anni una straordinaria rete di volontari che quotidianamente accompagna senza dimora, migranti, detenuti, malati e anziani. La sua azione affonda le radici nel Vangelo di Gesù Cristo.

La preghiera, il servizio ai poveri e la costruzione della pace costituiscono i tre pilastri della sua identità. La carità non è intesa come semplice assistenza materiale, ma come testimonianza concreta della fede cristiana, vissuta per rendere gloria a Dio attraverso il servizio ai fratelli e come cammino di salvezza. È da questa spiritualità che nasce anche l’impegno verso gli anziani, considerati non un problema sociale da gestire, ma persone da custodire, valorizzare e accompagnare con dignità fino all’ultimo tratto della loro esistenza.

Quando l’amicizia trasforma la solitudine in speranza

La storia della Casa di Pina racconta qual è lo stile di Sant’Egidio. Stare vicino agli anziani, sostenerli, aiutarli, fa maturare in tutti un gusto della vita che è anche non sprecare la propria esistenza, non sperperare le proprie energie. È investire piuttosto in umanità e solidarietà. Gli anziani ricevono aiuto da chi, più giovane, li sostiene ma anche danno molto in affetto, amicizia, senso della vita. È una scuola di umanità.

Proprio per aiutare alcuni anziani che erano finiti in istituto, anche lontano da Ostia, è stata immaginata una soluzione alternativa, un cohousing, che nel tempo ha dato vita ad una casa nel centro di Ostia che è un modello vero è proprio, per rispondere anche ai bisogni abitativi e alla solitudine degli anziani.

Gli anziani unendo le proprie risorse sono riusciti ad evitare un ricovero in istituto, a garantirsi la necessaria assistenza, continuando a vivere come desiderano. La casa di Pina rappresenta un’alternativa innovativa all’istituzionalizzazione e valorizza le risorse informali del territorio: vicinato, giovani del quartiere che aiutando si sentono utili e voluti bene, e tanti altri aspetti inerenti la sfera empatica e sociale.

Accanto alla Casa di Pina sono nate anche altre esperienze di convivenza solidale sul territorio di Ostia, realizzate tra anziani che condividono il proprio appartamento, magari di proprietà di uno dei conviventi o in affitto, per sostenere insieme le spese, poter ripartire anche i costi di una badante e soprattutto continuare a vivere in un contesto familiare anziché essere costretti a trasferirsi in una struttura residenziale, lontano dal quartiere di residenza.

«In RSA ero diventata la mia malattia»

Tra le testimonianze raccolte durante l’incontro, quella di Laura (nome di fantasia) colpisce particolarmente. Nel 2021 le viene diagnosticata una grave malattia e dopo un lungo periodo ospedaliero entra, quasi inevitabilmente, in una RSA. Oltre ai costi che non sono spesso alla portata di tutti, il problema, racconta, è soprattutto umano. «In quei luoghi si finisce per diventare la propria malattia.»

La libertà diminuisce progressivamente, diventa difficile uscire e  le relazioni si impoveriscono. Lentamente ci si convince di non essere più utili e che la propria identità coincida ormai con la patologia. Ricordandosi di Maria, un’anziana già ospite della Casa di Pina che aveva conosciuto in precedenza, chiede di poter entrare ma all’inizio non c’è posto, dopo circa un anno si libera una stanza e da allora, racconta, tutto cambia.

«Sono rinata. Sono libera di fare ciò che desidero. Tra pochi giorni partirò per andare a trovare mia figlia in Olanda.» Anche il modo di affrontare la malattia cambia radicalmente perché una casa fatta di relazioni, amicizie e libertà restituisce dignità alla persona e incide profondamente anche sul benessere psicologico e fisico. Viene spontaneo ricordare una frase spesso ripetuta da don Oreste Benzi: «Dio ha creato la famiglia, non l’istituto».

casa di pina

Dal cohousing al programma “Viva gli Anziani!”

L’esperienza della Casa di Pina si inserisce in un progetto molto più ampio dedicato agli anziani , nel 2003 l’Europa viene colpita da una delle più gravi ondate di calore della sua storia. Migliaia di anziani muoiono soli nelle proprie abitazioni. Da quella tragedia la Comunità di Sant’Egidio comprese che, molto spesso, a uccidere non era soltanto la fragilità clinica, ma anche l’isolamento sociale.

Nel 2004 nasce così il programma “Viva gli Anziani!”, oggi uno dei più importanti progetti italiani di monitoraggio e accompagnamento della popolazione anziana, l’obiettivo è semplice ma rivoluzionario: non aspettare che l’emergenza si manifesti, ma prevenirla costruendo una rete di relazioni attorno agli anziani.

Oggi il programma segue circa 35.000 anziani in tutta Italia, dei quali 12.000 a Roma e 1.200 nel territorio di Ostia, dove la Comunità opera quotidianamente grazie ad una fitta rete di volontari. Nato nella Capitale, il progetto è stato progressivamente esteso anche ad altre città italiane: Padova, Pavia, Parma, Catania, Sassari, Brindisi, Genova, Novara e Napoli, dimostrando come questo modello possa essere replicato con efficacia in contesti territoriali molto diversi.

Il programma realizza un monitoraggio costante della popolazione con più di ottant’anni e attraverso telefonate periodiche, visite domiciliari, sostegno durante le emergenze climatiche, collegamento con medici di famiglia, commercianti, vicini di casa e volontari, viene costruita una vera rete di prossimità capace di intercettare tempestivamente le situazioni di maggiore fragilità.

Ogni anziano viene seguito non soltanto sotto il profilo sanitario, ma anche considerando la situazione familiare, sociale ed economica. La fragilità viene valutata nel suo insieme attraverso un software sviluppato dalla stessa Comunità, consentendo di programmare gli interventi in modo mirato. Il principio è tanto semplice quanto efficace: la solitudine è essa stessa un fattore di rischio sanitario. Intervenire prima che l’isolamento produca conseguenze significa migliorare la qualità della vita delle persone, ma anche prevenire ricoveri, aggravamenti clinici e situazioni di emergenza.

Un modello che guarda al futuro

La Casa di Pina non vuole rimanere un’esperienza isolata, l’ambizione della Comunità di Sant’Egidio è quella di farne un modello replicabile su scala nazionale, capace di offrire una risposta concreta a una delle grandi sfide che attendono l’Italia nei prossimi decenni: l’invecchiamento della popolazione e la crescente solitudine degli anziani.

La questione, infatti, non è soltanto sociale ma  anche economica.
Le RSA rappresentano una risposta indispensabile in molte situazioni di grave non autosufficienza, ma comportano costi molto elevati sia per le famiglie sia per il sistema sanitario e assistenziale. Allo stesso tempo, non sempre riescono a garantire quella dimensione relazionale e quella libertà personale che molte persone anziane continuano a desiderare.

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L’esperienza raccontata da Manuela offre uno spunto di riflessione significativo. Quando una persona anziana vive all’interno di una comunità, mantiene relazioni autentiche, conserva autonomia e continua a sentirsi parte della società, spesso migliora anche il suo stato generale di salute. Il benessere psicologico, la socializzazione e il sostegno reciproco possono contribuire a ridurre la fragilità e, di conseguenza, il ricorso a interventi sanitari, ricoveri e prestazioni assistenziali, con benefici non solo per la persona ma anche per la collettività.

Naturalmente non si tratta di sostituire le RSA, che restano essenziali per molte persone con bisogni assistenziali complessi. Il cohousing solidale propone però una risposta diversa per tutti quegli anziani che, pur fragili, possono ancora vivere in un ambiente domestico se sostenuti da una rete di volontari, assistenti e relazioni.

È una prospettiva che dialoga anche con le recenti politiche nazionali sull’invecchiamento e che mostra come la vera assistenza non possa limitarsi alle cure mediche, ma debba comprendere anche la dimensione umana, sociale e relazionale della persona.

In fondo, la domanda che la Comunità di Sant’Egidio pone attraverso la Casa di Pina è tanto semplice quanto decisiva: vogliamo costruire una società che accompagni gli anziani fino all’istituto o una società capace di restituire loro una casa, una famiglia e relazioni autentiche fino all’ultimo giorno della loro vita?

In un Paese destinato a diventare sempre più anziano la sfida non sarà soltanto costruire nuove strutture, ma ricostruire comunità e la Casa di Pina e il programma “Viva gli Anziani!” dimostrano che un’altra strada è possibile: una strada nella quale l’assistenza nasce dalle relazioni e la solidarietà diventa uno strumento concreto di prevenzione, benessere e speranza.
Perché, come insegna il Vangelo, prendersi cura del prossimo significa anzitutto non lasciarlo mai solo.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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