La lunga seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid dell’8 giugno ha rappresentato molto più della semplice audizione di due testimoni. Dietro le domande dei commissari e le risposte spesso controverse degli auditi si è infatti intravista una questione ben più ampia, che investe il rapporto tra emergenza, potere pubblico, gestione delle risorse economiche e trasparenza amministrativa. Al centro dei lavori vi erano le forniture di kit molecolari Covid della società Adaltis e i rapporti professionali intercorsi con alcuni consulenti legali durante la fase più acuta della pandemia, una vicenda che la Commissione sta cercando di ricostruire nella sua interezza e sulla quale, almeno allo stato attuale, restano ancora diversi elementi da chiarire.
Particolarmente rilevante è apparso il tema dei compensi professionali collegati alle commesse ottenute dalla società. Le cifre emerse nel corso dell’audizione parlano di un primo incarico da circa 93 mila euro e di un secondo da oltre 360 mila euro, per un totale che, tra i due affidamenti, supera i 450 mila euro. Proprio su questi compensi si è concentrata una parte significativa delle domande dei commissari, interessati a comprendere quale attività concreta fosse stata svolta e in che modo essa potesse giustificare importi di tale entità.
Il nodo delle consulenze e delle attività svolte
Da una parte il management della società ha ricondotto l’attività dei consulenti alla verifica documentale, al supporto nei rapporti istituzionali e ad attività che lo stesso audito ha definito più vicine all’intermediazione commerciale che alla tradizionale consulenza professionale; dall’altra, nel corso dell’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, sono stati richiamati incontri, riunioni, pareri, consulenze e attività professionali protrattesi nel tempo, ben oltre la fase iniziale delle procedure oggetto di contestazione.
Molte delle domande poste dalla Commissione hanno tuttavia ricevuto risposte fondate sul mancato ricordo di circostanze specifiche, nonostante la testimone abbia mostrato una memoria più precisa su altri aspetti della vicenda. Proprio questa apparente contraddizione ha rappresentato uno degli elementi più discussi dell’intera audizione, alimentando un confronto spesso acceso tra i commissari e l’audita.
Naturalmente non spetta a una Commissione parlamentare emettere sentenze, così come non spetta a un giornalista anticipare conclusioni che potranno eventualmente emergere soltanto dall’esame completo della documentazione e degli atti disponibili. Sarebbe però altrettanto sbagliato fingere che da queste audizioni non emerga nulla. Emergono infatti zone grigie che gli stessi commissari hanno ritenuto meritevoli di approfondimento, soprattutto in relazione alla documentazione disponibile, alla ricostruzione delle attività effettivamente svolte e alla natura dei compensi corrisposti.
Da quanto emerso nel corso dei lavori restano oggetto di discussione sia i rapporti professionali intercorsi tra i soggetti coinvolti sia la struttura stessa dei compensi, parametrati agli incassi delle commesse, mentre diverse ricostruzioni degli stessi fatti hanno contribuito ad alimentare ulteriori interrogativi che la Commissione è chiamata a chiarire.
Oltre le responsabilità individuali
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la ricerca di eventuali responsabilità individuali. Il punto centrale è comprendere se il modello emergenziale adottato durante la pandemia abbia creato spazi nei quali controlli ordinari, procedure di trasparenza e normali meccanismi di verifica siano risultati attenuati o comunque meno efficaci rispetto a quanto avviene in condizioni ordinarie. È proprio all’interno di questi spazi che possono nascere quelle zone grigie che oggi la Commissione sta cercando di illuminare e che giustificano pienamente il lavoro di approfondimento parlamentare.
Sono esattamente queste le situazioni per cui il Parlamento ha ritenuto necessario istituire una Commissione d’inchiesta. Negli ultimi anni una parte del dibattito pubblico ha spesso liquidato ogni tentativo di approfondire la gestione della pandemia come una forma di revisionismo politico o come un processo nei confronti di chi si trovava a governare durante l’emergenza. Una lettura di questo tipo rischia però di fraintendere il ruolo stesso di una Commissione parlamentare, il cui compito non è confermare tesi precostituite ma accertare fatti, verificare procedure, individuare eventuali errori e formulare indicazioni utili affinché determinate criticità non possano ripetersi in futuro.

Il ruolo della Commissione e il confronto politico
In questo contesto risultano difficilmente comprensibili alcune posizioni politiche che hanno portato all’abbandono dei lavori da parte delle opposizioni. Pur nel pieno rispetto delle critiche avanzate sulla conduzione della Commissione e delle prerogative parlamentari di ciascun gruppo, il rischio è che una contrapposizione politica permanente finisca per indebolire proprio lo strumento che dovrebbe consentire di ricostruire i fatti. Una Commissione d’inchiesta non nasce per assegnare patenti di innocenza o di colpevolezza a priori, ma per offrire al Paese una ricostruzione il più possibile completa di eventi che hanno inciso profondamente sulla vita collettiva.
Una democrazia matura non dovrebbe avere paura di guardare al proprio passato, soprattutto quando quel passato ha comportato la compressione di diritti fondamentali. La pandemia ha rappresentato probabilmente la più grande emergenza vissuta dall’Italia nel dopoguerra e, in nome della tutela della salute, furono adottate misure che limitarono la libertà di circolazione, la libertà di iniziativa economica, il diritto al lavoro, la libertà di riunione e, in alcuni casi, persino la normale vita religiosa e familiare.
Molte di quelle decisioni furono assunte in un contesto drammatico, caratterizzato da forti incertezze scientifiche e da una pressione senza precedenti sulle istituzioni, ma il trascorrere del tempo consente oggi una riflessione più lucida e meno condizionata dall’urgenza del momento.
Emergenza, diritti e Stato di diritto
Nel diritto costituzionale non esiste un diritto assoluto destinato a prevalere sempre e comunque su tutti gli altri. Il diritto alla salute è certamente un bene primario e fondamentale, ma la tradizione giuridica italiana ed europea si fonda sul principio del bilanciamento tra diritti costituzionalmente tutelati, proprio perché ogni libertà trova il proprio limite nella necessità di garantire anche le altre. Quando invece una sola esigenza tende a diventare il criterio esclusivo di ogni decisione pubblica, il rischio è quello di alterare gli equilibri che stanno alla base dello Stato di diritto e di trasformare l’eccezione in regola.
La lezione che emerge da queste audizioni va probabilmente oltre la sola vicenda pandemica, perché investe un tema più generale e sempre attuale nelle democrazie contemporanee: il rapporto tra emergenza e potere, tra necessità di intervenire rapidamente e dovere di preservare controlli, garanzie e trasparenza. Ogni emergenza tende infatti ad ampliare gli spazi discrezionali della politica e dell’amministrazione; procedure accelerate, deroghe, commissari straordinari e affidamenti urgenti possono certamente essere strumenti necessari in momenti eccezionali, ma proprio per questo richiedono controlli ancora più rigorosi e una trasparenza ancora maggiore.
Gli interessi economici nell’emergenza
Le audizioni svolte in Commissione mostrano come, accanto ai sacrifici richiesti ai cittadini, esista anche un capitolo che riguarda gli interessi economici che si sono mossi attorno all’emergenza. Ignorarlo significherebbe rinunciare a comprendere una parte importante di ciò che è accaduto e privare il Paese di una riflessione necessaria sulle modalità con cui vengono esercitati i poteri straordinari in situazioni eccezionali.
Dopo anni di restrizioni, sacrifici, polemiche e divisioni che hanno attraversato la società italiana, l’opinione pubblica non sembra avere bisogno di nuove tifoserie ideologiche o di ulteriori contrapposizioni politiche; ciò che molti cittadini chiedono è piuttosto chiarezza, trasparenza e la possibilità di comprendere fino in fondo come siano state assunte determinate decisioni, come siano state gestite le risorse pubbliche e se vi siano state situazioni che meritano ulteriori approfondimenti.
La ricerca della verità come interesse pubblico
La Commissione Covid non dovrebbe quindi essere interpretata né come uno strumento di vendetta politica né come un tribunale mediatico chiamato a riscrivere il passato sulla base delle convenienze del presente. Il suo compito istituzionale è fare luce su una stagione straordinaria della vita nazionale, ricostruendo fatti, procedure e decisioni che hanno inciso profondamente sulla vita di milioni di italiani. Se da questo lavoro emergerà che le scelte adottate furono corrette e pienamente giustificate, il Paese ne uscirà con una maggiore consapevolezza; se invece emergeranno errori, criticità o opacità, la loro individuazione costituirà comunque un risultato utile, perché consentirà alle istituzioni di affrontare eventuali future emergenze con strumenti migliori e con maggiori garanzie.
In entrambi i casi, il valore della Commissione non risiede nella conferma delle convinzioni di una parte politica, ma nella ricerca della verità dei fatti, che resta il presupposto indispensabile affinché gli errori del passato non diventino le emergenze del futuro.
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