L’onorevole Alessia Ambrosi ha costruito il proprio percorso politico partendo dal territorio trentino, maturando negli anni una particolare attenzione verso quei temi concreti che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini: sanità, innovazione, qualità dei servizi pubblici, sicurezza e modernizzazione delle strutture strategiche del Paese. Il convegno dedicato alla nuova cultura della qualità e dei controlli nel sistema sanitario, svoltosi il 26 maggio 2026 presso la Camera dei Deputati, rappresenta quindi un’occasione importante per approfondire non solo gli aspetti tecnici della riforma, ma anche la visione politica e culturale che la sostiene.
Intervista all’onorevole Alessia Ambrosi
Onorevole Ambrosi, oggi si parla di qualità dei controlli, prevenzione e sicurezza sanitaria. Per molti anni in Italia si è avuta la sensazione di un sistema spesso più concentrato sull’adempimento burocratico che sulla reale tutela della persona. Crede che questa nuova fase possa rappresentare un vero cambio culturale nel rapporto tra istituzioni, strutture sanitarie e cittadini?
«Sì, credo che il punto sia esattamente questo: non siamo davanti soltanto a un’evoluzione tecnica, ma a un vero cambio culturale. Per troppo tempo il controllo è stato percepito come un adempimento formale, qualcosa da fare perché previsto da una procedura. Oggi dobbiamo ribaltare questa impostazione: il controllo non è burocrazia, è tutela della persona.
In sanità, qualità significa sicurezza. Significa prevenzione. Significa capacità di verificare che un servizio venga realmente svolto secondo standard adeguati e misurabili. Penso, ad esempio, ai servizi di pulizia e sanificazione nelle strutture ospedaliere: non sono attività secondarie, ma parte integrante della sicurezza sanitaria perché incidono direttamente sulla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza.
La nuova cultura dei controlli deve partire da un principio molto semplice: ciò che non viene misurato non può essere realmente governato. Per questo servono tracciabilità, standard verificabili, sistemi digitali, responsabilità chiare e controlli indipendenti. È una visione che mette al centro il cittadino, non la carta. E che restituisce fiducia nel rapporto tra istituzioni, strutture sanitarie e persone».
Nel suo percorso istituzionale lei ha sempre mantenuto un forte legame con il territorio e con il dialogo tra istituzioni, stakeholder e comunità locali. In una fase storica caratterizzata da grandi trasformazioni tecnologiche e digitali, emerge spesso il timore che il cittadino possa sentirsi distante dai processi decisionali. Come si può evitare che innovazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale diventino strumenti freddi e impersonali, mantenendo invece centrale la dimensione umana della sanità e del servizio pubblico?
«La tecnologia deve essere uno strumento, mai il fine. L’obiettivo non è avere una sanità più digitale in quanto tale, ma una sanità più efficace, più accessibile e più vicina alle persone. La persona deve rimanere sempre al centro. Deve essere la tecnologia a mettersi al servizio del cittadino, non il cittadino ad adattarsi alla tecnologia. Per questo guardo con favore agli investimenti che il nostro Paese sta realizzando attraverso il PNRR sul Fascicolo Sanitario Elettronico, sulla telemedicina, sull’interoperabilità dei dati e sui sistemi di monitoraggio digitale.
Ma dobbiamo sempre ricordare un principio fondamentale: la tecnologia non sostituisce il rapporto umano, lo rafforza. Non sostituisce il medico, l’infermiere o l’operatore sanitario. Li mette nelle condizioni di dedicare più tempo alla cura e meno alla burocrazia.
L’innovazione ha senso solo se migliora concretamente la vita delle persone. Ecco perché la centralità della persona deve restare il criterio guida di ogni processo di digitalizzazione, in sanità come in ogni altro settore della pubblica amministrazione».

La sua attività parlamentare si concentra molto sui temi dell’innovazione tecnologica, della cybersecurity e della modernizzazione dei sistemi strategici. Oggi il tema sanitario è sempre più legato anche alla gestione dei dati sensibili e alla sicurezza informatica. Quanto è importante oggi investire non soltanto nella tecnologia sanitaria, ma anche nella protezione dei dati e nella sicurezza digitale delle infrastrutture pubbliche?
«Oggi parlare di sanità digitale significa inevitabilmente parlare di sicurezza nazionale. Gli ospedali, le infrastrutture sanitarie e le banche dati che custodiscono le informazioni dei cittadini sono ormai a tutti gli effetti infrastrutture strategiche del Paese. Quando viene colpita una struttura sanitaria da un attacco informatico non è in gioco soltanto la protezione dei dati personali. È in gioco la continuità delle cure, la capacità operativa delle strutture sanitarie e, in alcuni casi, la sicurezza stessa dei cittadini.
Per questo il tema della cybersicurezza è strettamente legato a quello della sovranità e della resilienza nazionale. Il Governo sta investendo molto nella modernizzazione digitale del sistema sanitario, ma questa trasformazione deve essere accompagnata da investimenti altrettanto importanti nella sicurezza delle reti, nella protezione delle infrastrutture critiche, nella formazione del personale e nella capacità di prevenire e contrastare le minacce informatiche. Una Nazione moderna deve essere in grado non solo di innovare, ma anche di proteggere le proprie infrastrutture strategiche. E oggi la sanità è certamente una di queste».
Lei siede anche nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul calo demografico e sulle aree interne, un tema che tocca profondamente molte realtà italiane, soprattutto montane e periferiche. Pensa che una sanità moderna, efficiente e tecnologicamente avanzata possa diventare anche uno strumento per contrastare lo spopolamento delle aree interne e restituire fiducia alle giovani famiglie? E secondo lei la politica può davvero invertire questa tendenza nel nostro paese o come sostiene qualche intellettuale la questione va più affrontata su un piano antropologico ?
«Assolutamente sì. Le aree interne rappresentano una parte fondamentale dell’identità italiana. Parliamo di migliaia di comuni, di territori montani, rurali e periferici che custodiscono tradizioni, produzioni, competenze e comunità che costituiscono una ricchezza straordinaria per il nostro Paese.
Il Governo Meloni ha posto grande attenzione a queste realtà, nella consapevolezza che contrastare lo spopolamento non significa soltanto aiutare alcuni territori, ma rafforzare l’Italia nel suo complesso. La qualità dei servizi pubblici è uno dei fattori decisivi. Una famiglia sceglie dove vivere anche in base alla presenza di una scuola, di servizi sanitari efficienti, di infrastrutture adeguate e di opportunità di lavoro.
In questo senso la telemedicina, il rafforzamento della medicina territoriale, le Case di Comunità, gli investimenti del PNRR e le nuove tecnologie possono rappresentare strumenti fondamentali per ridurre le distanze e garantire servizi di qualità anche nelle aree più periferiche e montane. Ma il tema demografico è ancora più profondo.
Esiste certamente una dimensione culturale e antropologica che non può essere ignorata. Tuttavia la politica non può limitarsi ad osservarla. Il compito delle istituzioni è creare le condizioni affinché una giovane coppia possa scegliere di vivere, lavorare e costruire una famiglia anche in un’area interna senza sentirsi penalizzata rispetto a chi vive in una grande città».
Nel suo percorso emerge una particolare attenzione alla concretezza amministrativa e ai risultati tangibili. In un periodo storico in cui spesso i cittadini mostrano sfiducia verso la politica, molti chiedono meno slogan e più capacità di risolvere problemi reali. Secondo lei qual è oggi la qualità più importante che dovrebbe avere un rappresentante delle istituzioni per recuperare credibilità agli occhi delle persone?
«La concretezza. I cittadini non chiedono parole perfette, chiedono risposte credibili. E la credibilità oggi si recupera solo dimostrando che la politica è capace di incidere sulla realtà. Per me essere rappresentante delle istituzioni significa ascoltare, capire i problemi, portarli nei luoghi decisionali e provare a trasformarli in soluzioni. Il percorso che abbiamo costruito sul tema della qualità dei controlli nei servizi sanitari nasce esattamente così: da un confronto con il territorio, da un problema concreto, da un lavoro iniziato a livello locale e arrivato poi a una dimensione nazionale.
La politica deve tornare a essere questo: non solo dichiarazione di intenti, ma capacità di seguire un problema fino in fondo. Io ho sempre pensato che un rappresentante delle istituzioni debba assumersi pochi impegni chiari e poi mantenerli fino in fondo. È molto meglio promettere tre cose e realizzarle tutte e tre che prometterne cento e non portarne a termine nessuna. Ma c’è anche un altro aspetto che considero fondamentale: esserci. Essere presenti. Con umiltà. Saper ascoltare e saper parlare la lingua delle persone.
Che siano giovani, anziani, imprenditori, artigiani, agricoltori, professionisti o lavoratori. La politica non può vivere soltanto nei palazzi. Deve restare in contatto con la realtà quotidiana delle persone, perché è lì che nascono i problemi ma anche le soluzioni. La politica migliore è quella che produce risultati concreti e misurabili nella vita delle persone. Meno slogan, più responsabilità. Meno distanza, più presenza. Meno burocrazia, più risultati».

Essere donna in politica oggi significa spesso confrontarsi con ritmi durissimi, esposizione mediatica e responsabilità molto elevate, mantenendo allo stesso tempo sensibilità e capacità di ascolto. Dal suo punto di vista, quale contributo specifico e insostituibile può portare una donna all’interno delle istituzioni e nei processi decisionali pubblici?
«Non credo che esista una politica maschile e una politica femminile. Esistono donne e uomini che servono le istituzioni con competenza, passione e senso di responsabilità. Tuttavia è innegabile che molte donne portino nelle istituzioni una particolare capacità di affrontare la complessità, di tenere insieme visione e concretezza, di ascoltare e allo stesso tempo decidere. Margaret Thatcher, una figura che ho sempre guardato con grande interesse, diceva: Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedilo a un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedilo a una donna.
Al di là della sua caratteristica schiettezza, credo che questa frase richiami un tema importante: la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Le donne non chiedono privilegi. Chiedono di poter competere ad armi pari e di essere giudicate per ciò che fanno e per i risultati che ottengono. La vera sfida non è avere più donne in politica perché donne. La vera sfida è creare condizioni nelle quali talento, merito, competenza e determinazione possano emergere indipendentemente dal genere.
Credo che Giorgia Meloni rappresenti oggi uno degli esempi più evidenti di questo principio. La sua storia dimostra che quando esistono capacità, determinazione, visione e merito, non esistono ruoli preclusi alle donne. Il messaggio più importante che possiamo trasmettere alle nuove generazioni è proprio questo: non chiedere scorciatoie, ma creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimere pienamente il proprio talento, il proprio valore e le proprie capacità, ed essere giudicato non per il genere, ma per ciò che è, per ciò che sa fare e per i risultati che raggiunge».
Nel corso della sua esperienza istituzionale lei ha avuto modo di confrontarsi sia con la dimensione territoriale sia con quella europea e internazionale, attraverso il lavoro nell’Unione Interparlamentare Italiana. Quanto è importante oggi riuscire a costruire ponti tra identità locali, interessi nazionali e cooperazione internazionale, senza perdere le radici culturali dei territori? E secondo lei questo e davvero possibile o sono valori antitetici?
«Non solo è possibile, ma è necessario. Io vengo da un territorio di confine come il Trentino-Alto Adige, dove identità locale, autonomia, dialogo europeo e relazioni internazionali convivono da sempre. Credo che l’errore sia pensare che apertura e radici siano in contraddizione. Al contrario, chi ha radici solide può dialogare meglio con il mondo.
L’identità non è chiusura. È consapevolezza di ciò che si è. Anche nel mio ruolo di Vicepresidente dell’Unione Interparlamentare Italiana vedo ogni giorno quanto sia importante costruire relazioni, dialogo e cooperazione tra istituzioni, Paesi e culture diverse. Spesso si tende a contrapporre identità e apertura internazionale, come se fossero concetti incompatibili. Io credo esattamente il contrario. Le realtà più capaci di dialogare con il mondo sono spesso quelle più consapevoli della propria storia, delle proprie radici e della propria identità. Perché il dialogo autentico non nasce dalla rinuncia a ciò che siamo, ma dalla consapevolezza di ciò che siamo.
È proprio avendo ben chiari i propri valori, la propria cultura e la propria storia che si può costruire un confronto serio e rispettoso con gli altri. In questo senso mi sento molto vicina all’insegnamento di Alcide De Gasperi, che seppe essere profondamente legato alla propria terra e alle proprie radici e, allo stesso tempo, uno dei padri della costruzione europea. Difendere le identità locali, rappresentare l’interesse nazionale e costruire relazioni internazionali solide non sono obiettivi alternativi. Sono tre dimensioni della stessa responsabilità politica».
Dietro l’attività politica, gli incarichi istituzionali e le responsabilità pubbliche, resta sempre la dimensione personale dell’essere umano, con i propri valori, le proprie motivazioni e il proprio modo di guardare il mondo. C’è un principio, una dimensione spirituale o un senso più alto del servizio che ispira il suo operato quotidiano nelle istituzioni e nelle scelte che compie come rappresentante dello Stato?
«Sì. Ed è probabilmente la ragione più semplice e più profonda per cui ho scelto di impegnarmi nelle istituzioni. Credo profondamente nel concetto di servizio. Le istituzioni non appartengono a chi le occupa temporaneamente. Appartengono ai cittadini. Per questo ho sempre pensato che la politica non debba essere vissuta come un privilegio o come una posizione di potere, ma come una responsabilità.
La tradizione romana parlava di res publica: la cosa di tutti, il bene comune. È un concetto che sento molto vicino.Perché ci ricorda che ciò che amministriamo non è qualcosa di nostro. È qualcosa che riceviamo in custodia e che abbiamo il dovere di restituire, possibilmente migliore di come lo abbiamo trovato.
Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci ogni giorno quando ricopriamo un incarico pubblico: che cosa lasceremo dopo di noi? Mi ha sempre colpito una riflessione di Alcide De Gasperi:“Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alle prossime generazioni.
Credo che questa frase racchiuda il significato più autentico del servizio pubblico. Perché il nostro compito non è semplicemente gestire il presente. È costruire il futuro. Da madre, questo principio assume per me un significato ancora più profondo. Quando guardo mia figlia, penso spesso ai tanti giovani del nostro Paese.
Penso alle opportunità che avranno. Alla società che troveranno. Alla libertà, alla sicurezza e alla speranza che sapremo consegnare loro. Ed è lì che trovo ogni giorno la ragione più profonda del mio impegno. Non nella politica come fine. Ma nella politica come strumento per migliorare la vita delle persone. Per rendere l’Italia un Paese più forte senza perdere la propria umanità. Più moderno senza rinunciare alle proprie radici. Più competitivo senza dimenticare la solidarietà e la dignità della persona.
Credo che libertà, responsabilità, merito, sacrificio e senso del dovere siano valori che non appartengono al passato, ma rappresentino ancora oggi le fondamenta su cui costruire il futuro. E se c’è un obiettivo che dovrebbe guidare ogni amministratore, ogni parlamentare e ogni servitore dello Stato, è proprio questo: lasciare alle future generazioni un’Italia almeno un po’ migliore di quella che abbiamo ricevuto. Più libera. Più sicura. Più giusta.
Più consapevole delle proprie radici e più fiduciosa nelle proprie possibilità. In fondo, credo che il vero significato del servizio pubblico sia questo: custodire la res publica con serietà, umiltà e senso del dovere, lavorando ogni giorno non soltanto per il presente, ma per chi verrà dopo di noi».
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