C’è un momento, nella storia di ogni sistema pubblico, in cui le riforme smettono di apparire come semplici interventi tecnici e iniziano a rivelare una visione dell’uomo, della società, del rapporto tra individuo e istituzione. La sanità territoriale italiana si trova oggi esattamente in quel punto di svolta.
Negli ultimi anni, e in particolare dopo la pandemia, è emersa con forza una criticità: il Servizio Sanitario Nazionale, soprattutto sul territorio, non era più in grado di reggere l’urto di una domanda crescente e sempre più complessa. Ospedali sovraccarichi, pronto soccorso congestionati, medicina di base spesso lasciata sola.
È in questo contesto che nasce la riforma inserita nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), nella Missione 6 Salute.
Il suo pilastro normativo è il Decreto Ministeriale 77/2022, che ridisegna l’assistenza territoriale. Non una legge isolata, ma il tassello attuativo di una strategia più ampia, sostenuta anche dall’azione del Ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci.
Il disegno è ambizioso. Si introducono le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, le Centrali Operative Territoriali. Si rafforza il lavoro in rete attraverso AFT e UCCP. Si adotta una logica “Hub & Spoke”, con strutture centrali più attrezzate e presidi periferici collegati.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: migliorare la presa in carico del paziente, integrare i servizi, ridurre gli accessi impropri agli ospedali. In questo schema, il medico di famiglia non scompare, ma cambia ruolo: non più figura isolata, bensì parte di un sistema organizzato, integrato, coordinato. Fin qui, la teoria.
Sanità territoriale: tra organizzazione e relazione di cura
La pratica, però, apre interrogativi concreti.
Il primo riguarda il rapporto medico-paziente. Il modello tradizionale garantiva continuità: una persona, una storia, un medico che conosceva entrambe. In un sistema organizzato per turni o per disponibilità, questo legame rischia di indebolirsi, lasciando spazio a una relazione più intermittente e meno personale.
C’è poi il tema della spersonalizzazione. Quando i tempi si comprimono e le prestazioni devono essere erogate rapidamente, il rischio è che la cura diventi un atto tecnico, riducendo lo spazio dell’ascolto.

Un altro nodo riguarda l’accessibilità. Le strutture più grandi e centralizzate possono risultare meno raggiungibili per anziani e persone fragili, soprattutto in territori non perfettamente serviti.
A questo si aggiunge il peso crescente della burocrazia, che sottrae tempo alla relazione clinica e spinge il medico verso un ruolo sempre più amministrativo.
Infine, il paradosso: una riforma pensata per alleggerire gli ospedali potrebbe, se mal attuata, finire per spingere i cittadini proprio verso il pronto soccorso, o addirittura verso la rinuncia alle cure. Ed è a questo punto che si apre lo spazio dell’analisi.
La trasformazione in atto non è soltanto organizzativa. Riflette una visione più ampia della società. La crescente enfasi su efficienza, standardizzazione e ottimizzazione dei processi affonda le sue radici in una precisa evoluzione culturale dell’Occidente. Già Max Weber aveva individuato come l’etica protestante avesse contribuito a diffondere una concezione del lavoro fondata sulla razionalizzazione, sulla disciplina e sulla misurabilità dei risultati.

Questa impostazione ha inevitabilmente influenzato anche la medicina, orientandola verso logiche sempre più organizzative e gestionali.
Ma la medicina europea nasce anche da un’altra tradizione. Quella cattolica, che ha storicamente visto nel malato non solo un paziente, ma una persona da accogliere, nella quale si riflette simbolicamente il “Cristo sofferente”. Da qui una concezione della cura fondata sulla prossimità, sull’ascolto, sulla continuità del rapporto umano.
Oggi queste due visioni convivono, ma è evidente che l’equilibrio si sta spostando. Il problema non è l’efficienza in sé. È quando diventa l’unico criterio.
Perché in quel momento tutto cambia: le relazioni diventano processi, le persone diventano flussi, la cura diventa prestazione. E anche gli interessi più legittimi – persino quelli più profondamente umani – rischiano di essere sacrificati sull’altare dell’ottimizzazione.
La medicina dovrebbe essere il luogo in cui questa deriva si arresta. Perché curare significa entrare in relazione con la fragilità umana, non semplicemente gestirla.

Un sistema sanitario può diventare più efficiente, più veloce, più organizzato. Ma se perde la capacità di vedere nell’altro una persona e non un numero, rischia di diventare perfetto nella forma… e vuoto nella sostanza.
La vera sfida non è fermare il cambiamento, ma impedire che, nel nome del progresso, si perda ciò che rende il progresso degno di essere perseguito: l’umanità.
Per tutti gli altri aggiornamenti continua a seguirci su PDQ Magazine.

Una domanda semplice: quanta «umanità» c’è nel sistema attuale? Un medico con 1.500–1.800 pazienti in lista. Tempi medi per visita di pochi minuti. Lista d’attesa di giorni anche per urgenze non gravi. Questo è il modello «umano» che si vuole difendere?
La Casa di Comunità offre più tempo al paziente cronico e fragile, grazie al lavoro in équipe: medici, infermieri, assistenti sociali, specialisti, fisioterapisti. Il rapporto fiduciario non nasce dall’avere un nome su un registro. Nasce dalla qualità dell’ascolto e dalla continuità della cura. Un team coordinato la garantisce meglio di un professionista solo, sommerso di burocrazia.
Il «supermarket della salute» esiste già. Si chiama pronto soccorso — dove finisce chi non riesce ad avere risposta dal proprio medico di base. Quello è anonimo. Quello è impersonale. Quello è il risultato di vent’anni di mancata riforma.