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Diritto naturale 7. L’Illuminismo e la nascita dei diritti dell’uomo

Quando il diritto naturale diventa dichiarazione

Dopo il lungo cammino che ha portato dal mondo classico alla scolastica e poi alla frattura moderna del contrattualismo, l’Illuminismo rappresenta un momento particolare. Non è una rottura improvvisa, ma una cristallizzazione. È il punto in cui molte delle tensioni accumulate nei secoli precedenti trovano una forma nuova, più semplice, più accessibile, ma anche più fragile.

Illuminismo: dalla ragione ai diritti, tra conquista e fragilità

L’Illuminismo eredita il diritto naturale, ma lo svuota progressivamente del suo fondamento metafisico. Non lo nega apertamente. Lo utilizza. Lo traduce. Lo rende slogan politico. E proprio in questo processo, mentre lo rende universale, ne modifica profondamente il significato.

Il contesto è quello di un’Europa che cambia rapidamente. Le monarchie assolute sono ancora forti, ma iniziano a essere contestate. Le guerre di religione hanno lasciato un segno profondo. La scienza ha trasformato il modo di guardare il mondo. L’uomo non si percepisce più come parte di un ordine stabile, ma come soggetto capace di conoscere, intervenire, trasformare. È in questo clima che nasce l’idea che la ragione umana possa fondare da sola l’ordine politico.

Illuminismo: nascita dei diritti moderni e crisi del fondamento

Uno dei protagonisti di questa stagione è Montesquie, che osserva le istituzioni con uno sguardo nuovo. Non cerca un ordine eterno, ma un equilibrio. Le leggi, per lui, non sono semplicemente giuste o ingiuste in senso assoluto: sono il risultato di una combinazione di fattori, storici, geografici, culturali. Introduce così un elemento importante: il diritto non è solo deducibile dalla natura, ma anche legato alle condizioni concrete dei popoli.

Eppure Montesquieu non abbandona del tutto l’idea di una razionalità del diritto. La sua teoria della separazione dei poteri nasce proprio dal tentativo di evitare l’arbitrio. Il potere deve limitare il potere, perché l’uomo, lasciato a sé stesso, tende ad abusarne. È un pensiero profondamente realistico, ma già distante dall’idea classica di un ordine naturale armonico.

Con Voltaire il tono cambia ancora. Voltaire combatte l’intolleranza, l’arbitrio, il fanatismo religioso. Difende la libertà di pensiero, la tolleranza, la dignità dell’individuo. Il suo bersaglio non è tanto la legge naturale, quanto l’uso distorto del potere in nome della religione. Ma nel farlo contribuisce a spostare il fondamento del diritto: non più un ordine oggettivo, ma la difesa dell’individuo contro ogni forma di autorità percepita come oppressiva.

La giustizia diventa sempre più una questione di libertà individuale. Il passaggio più radicale avviene con Imanuel Kant. Con Kant, la legge morale non deriva più dalla natura, né da Dio, ma dalla ragione autonoma dell’uomo. L’uomo non scopre la legge: la dà a sé stesso. È questa l’essenza dell’autonomia.
L’imperativo categorico — agisci in modo che la tua azione possa valere come legge universale — sembra, a prima vista, una nuova formulazione del diritto naturale. Ma in realtà segna una trasformazione decisiva. La legge non è più radicata nell’essere, ma nella forma della ragione.

È universale, sì, ma non perché corrisponde a una natura oggettiva. È universale perché è formalmente valida per ogni soggetto razionale.
La natura scompare come fondamento. Resta la ragione, ma una ragione che non contempla, bensì prescrive.

Illuminismo: nascita dei diritti moderni e crisi del fondamento

Questo processo trova la sua espressione politica più potente nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo Per la prima volta nella storia, i diritti vengono proclamati in forma solenne, universale, astratta. Non sono concessi dal sovrano, ma riconosciuti come appartenenti all’uomo in quanto tale. Libertà, uguaglianza, proprietà, sicurezza: diventano principi fondativi dell’ordine politico.

È un momento spartiacque .Perché segna la fine dell’idea che il diritto dipenda dal potere. Perché afferma che esiste qualcosa che precede lo Stato. Perché restituisce all’uomo una dignità che nessuna autorità può negare.
Eppure, proprio in questo atto di universalizzazione, qualcosa si perde.

I diritti vengono proclamati, ma non più radicati esplicitamente in una natura umana finalizzata, né in un ordine metafisico. Sono “evidenti”, si dice. Autoevidenti. Ma che cosa li rende tali? Questa è la domanda che attraversa tutta la modernità.

Il diritto naturale, nell’Illuminismo, si trasforma in diritti dell’uomo. Non è una semplice evoluzione. È un cambio di linguaggio e di struttura. Prima, il diritto naturale indicava un ordine da rispettare. Ora, indica una serie di pretese da garantire.
Prima, la legge orientava l’uomo al bene. Ora, protegge la libertà dell’individuo.
Prima, il bene comune era il fine. Ora, il fine è la tutela dei diritti individuali.

Un passaggio epocale che ha prodotto molte conquiste: la limitazione del potere, la fine di alcune ingiustizie, il rafforzamento della dignità umana. Ma ha anche introdotto una tensione che non è mai stata risolta. Se i diritti non sono più radicati in una natura oggettiva, su cosa si fondano? Se sono evidenti, perché cambiano nel tempo? Se sono universali, perché entrano in conflitto tra loro?

Viviamo in una società che moltiplica i diritti, ma fatica a stabilire una gerarchia tra essi. Tutto diventa diritto, e quando tutto è diritto, nulla è più stabile. I diritti entrano in collisione, si contraddicono, si sovrappongono. Senza un fondamento comune, il diritto si trasforma in un campo di forze.

L’Illuminismo ha creduto che la ragione fosse sufficiente a fondare un ordine universale. In parte ci è riuscito. Ma nel momento in cui ha separato la ragione dalla natura, ha reso quel fondamento più fragile. La ragione, da sola, può costruire sistemi coerenti. Ma può anche giustificare sistemi opposti. Senza un riferimento a ciò che l’uomo è, il diritto rischia di diventare ciò che l’uomo decide.

Eppure, non bisogna leggere l’Illuminismo solo come una perdita. È anche una presa di coscienza. È il momento in cui l’uomo afferma con forza che nessun potere può disporre arbitrariamente della sua vita. È una reazione a secoli di abusi, di violenze, di imposizioni.
Ma ogni reazione, se non trova un equilibrio, può generare un eccesso opposto. Nel tentativo di liberare l’uomo da ogni autorità, si è finito per liberarlo anche da ogni fondamento. E un uomo senza fondamento è un uomo esposto. Il passaggio successivo sarà inevitabile.

Se i diritti sono proclamati, ma non fondati in modo forte, qualcuno dovrà stabilire cosa significano, come si applicano, quali prevalgono. E questo qualcuno sarà sempre più lo Stato.

Illuminismo: nascita dei diritti moderni e crisi del fondamento

Nasce così il terreno su cui si svilupperà il positivismo giuridico: l’idea che il diritto non sia ciò che è giusto, ma ciò che è valido perché posto da un’autorità. Sarà questo il grande tema dell’Ottocento e del Novecento. Il diritto si separerà definitivamente dalla giustizia. E solo dopo tragedie immense, il pensiero occidentale cercherà di tornare alle sue radici.

Con questo articolo, il percorso entra nella sua fase più critica. Abbiamo visto nascere il diritto naturale, crescere, trasformarsi, universalizzarsi. Ora vedremo cosa accade quando perde il suo fondamento e diventa pura forma.

Nel prossimo passaggio entreremo nel cuore di questa crisi: la legge come comando, il diritto come sistema, la giustizia come problema secondario.
È lì che si gioca ancora oggi una parte decisiva del nostro destino giuridico e politico.

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Andrea Cisternino
Andrea Cisternino
Editorialista di stampo giusnaturalista, cattolico tradizionale , moderato ma non troppo
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